Liberi, ma non per questo erano considerati come popolo, cioè donati della piena cittadinanza; e l’infima gente e gli operaj non restavano rappresentati nel Governo, non votavano le imposizioni che essi medesimi pagavano, o la conversione di esse. Ma in ogni rivoluzione, al primo passo che consiste nel liberarsi, suole tener dietro l’altro, ove la classe liberatrice vien giudicata tiranna o insufficiente, e una più bassa pretende prima eguagliarla, poi soverchiarla. Alla rivoluzione che affrancò i Comuni aveano data principal opera i nobili e i meglio stanti, che in conseguenza diedero i consoli e i magistrati; gloria particolare di molte prosapie nostre, di derivare la loro nobiltà dai liberatori della patria.

Ben presto i plebei pretesero parte al governo, e questa seconda êra delle repubbliche valse un secolo intero di agitazioni, ora costituzionali, ora violente. Dentro le città cominciarono dunque a contendere nobili e borghesi, quelli volendo ricuperare l’autorità che un tempo aveano posseduta, questi pretendendo in prima parteciparvi equamente, poi arrogarla a sè soli. La quale contesa non è altro se non quella che tuttodì si agita nei paesi costituzionali, cioè se a’ soli proprietarj devasi concedere pienezza di diritti: stantechè non al sangue si faceva mente, ma ai possessi; nobile era chi avesse.

I grossi nobili o casatici, discendenti dagli antichi conti e marchesi e capitanei, tradizionalmente poderosi, e sostenuti dagl’imperatori, s’erano abituati al comando sui loro feudi; ed anche giurandosi cittadini, conservavano i possedimenti e le rôcche, dalle quali sì spesso erano invitati alle magistrature urbane. Alla plebe, attenta alle arti e ai traffici, non era possibile esercitarsi nell’armi, che al contrario formavano l’occupazione e il sollazzo dei nobili; onde a questi bisognava ricorrere ne’ casi di guerra, massime per la cavalleria. Anche dopo svestite le armi, al comandare erano predisposti dal patronato che esercitavano sopra gli antichi loro servi e gli attuali clienti; dall’inclinazione a riverire nei figliuoli le doti e i meriti de’ padri; dal trovarsi fra sè legati per parentele o per ispirito di corpo; dall’avere sì larghi possessi che poteano a loro voglia affamare la città. Chiamati podestà o capitanei in paesi forestieri, contraevano l’abitudine dal maggioreggiare, che tanto facile s’acquista quanto difficilmente si smette; e anche nel proprio Comune ottenevano onoranze sì per le cariche sostenute, sì pel fregio della cavalleria. In qualche città soli nobili aveano gli impieghi, come sembra fosse in Bergamo, ove non appajono contese fra nobili e plebei, ma de’ nobili fra loro.

Altre volte questi, impediti di prepotere legalmente, volgeansi all’infima classe, esclusa dal governo e tributaria della città; la blandivano perchè più docile, e perchè non aveva nè diritti da opporre ai loro, nè ricchezze per egualiarli; e se le facevano sostegno ne’ tribunali, o nei richiami contro l’oppressione: di che sorgevano due fazioni, la nobiltà unita ai plebei, e i borghesi indipendenti da quella. Si contrariavano esse ne’ partiti, nelle elezioni, nei piati, e spesso il litigio incalorivasi fino a venire alle mani. Vincevano i nobili? eccoli padroni delle cariche, arbitri delle leggi, e decretare quanto meglio torna al loro ordine; applauditi dalla ciurma, che al solito astiava i cittadini grassi. Soccombevano? ritiravansi nelle avite rôcche, aspettando di ritornar necessarj per essere ridomandati, o, data occasione, rientrare a forza. Come avviene dei conflitti in città, la plebe per lo più restava vincitrice; e inetta a governarsi, e facile ad essere raggirata dagli scaltri, s’appoggiava ad un signore territoriale, concedendogli poteri illimitati, quali deve averli chi rappresenta il popolo, e così spianando la via alle tirannidi. Quei medesimi baroni che aveano giurato il Comune, oltre esercitare nelle città il potere o l’ingerenza che deriva dall’antica abitudine del comando, dalla ricchezza e dalla pratica delle armi, negli accordi eransi riservati certi diritti di guerra e di alleanza, e prerogative.

Per quel carattere personale che aveano tutti gli obblighi nel sistema feudale, a simili accordi poteasi rinunziare ad arbitrio; e poichè talvolta il nobile era cittadino di due Comuni, cercava appoggio dall’altro qualora coll’uno cozzasse: fomento a fraterni dissidj. Difficilmente poi rinunziavano al diritto preziosamente mantenuto delle guerre private, e dentro le città stesse moveansi battaglie tra loro; perciò munivano i palazzi a guisa di fortezze, con ponti levatoj e torri e catene per le vie. Trentadue torri coronavano o minacciavano Ferrara, cento Pavia, poco meno Cremona e Bologna: diecimila a Pisa, dice Beniamino da Tudela, e «creda chi vuole» esclama il Muratori; a Firenze l’architettura massiccia, coll’enormi bugne, le anguste finestre, le molte torri, e le porte ferrate, attesta ancora quello stato di guerra da vicino a vicino. Lo statuto di Genova proibiva di lanciare projetti dalle torri, neppure in occasione di combattimento: se ne seguisse omicidio, la torre veniva demolita; se no, multa di venti lire; e se il padrone non potesse pagarla, distruggevansi due solaj d’essa torre. Talvolta una città era divisa tra più signori, e per esempio in Mantova i Bonaccossi e i Grossolani erano capi-parte nel quartiere di Santo Stefano, gli Arlotti e i Poltroni in quello di Cittavecchia, i Riva e i Casaloldi in quel di San Jacopo, i Zanecalli e i Gaffari in quel di San Leonardo. Bisognava dunque munire un quartiere contro l’altro, serragliare i ponti, sorvegliare le strade.

Nelle città più floride per commercio, i mercanti vollero partecipare alla sovranità d’una patria, al cui prosperamento sentivano aver tanto contribuito. E fin qui chiedeano il giusto; ma l’irritamento prodotto dal contrasto e la baldanza del successo li spinsero a volere esclusi quelli, cui da principio non avevano che domandato di compartecipare. Firenze rimosse dalla Signoria chi non fosse matricolato in un’arte; i nove signori di Siena e gli anziani di Pistoja dovean essere mercanti o della classe mezzana; altrettanto in Arezzo; di maniera che per infamia notavansi tra’ nobili chi mal meritasse del Comune. Modena pure ebbe un registro sì fatto, e l’imitarono alcun tempo Bologna, Padova, Brescia, Genova ed altre città libere sullo scorcio del xiii secolo. Anzi a Pisa i nobili erano esclusi dal far testimonianza contro un plebeo; pena la testa se uscissero di casa con arme o senza quando si faceva rumore; e bastava la voce popolare per condannarli[259]. Il cencinquantesimo del libro I degli statuti di Roma prescrive che un barone o una baronessa, i quali abbiano una lite civile o criminale con un popolano, non possano entrare in palazzo, ma solo i loro avvocati e procuratori; e se il popolano comprometter voglia la lite in due popolani, essi baroni sieno costretti starvi: nè tampoco il giudice della causa possa mai parlare con essi barone e baronessa.

A Lucca soli i cittadini abitanti in città costituivano propriamente la repubblica; gli altri chiamavansi foretanei se oriundi lucchesi, e foresi se avveniticci, e non partecipavano ai privilegi urbani. I cittadini poi divideansi in potenti o casatici, e popolari. I casatici non solo erano esclusi dal governo e dalle società delle armi del popolo, come i cavalieri e cattanei, ma non si ammettevano a testimoniare contro popolani; mentre questi non erano puniti di calunnia se non potessero provare la incolpazione data ad un patrizio[260]. Era insomma un ricolpo de’ mercadanti contro l’aristocrazia, della ricchezza industre contro la territoriale. I commercianti e i possessori apparecchiavano governi a tutto vantaggio della propria classe e a danno dell’altra, senza riguardo al grosso della popolazione, che però acquistando di forza, sorgeva colle sue pretensioni, ed aumentava quel bollimento universale.

Noi non teniamo vera repubblica se non il governo di tutti per vantaggio di tutti: l’antagonismo conduce necessariamente a rotture, e queste riescono a rivoluzioni o di governo o di piazza; ma come evitarle sinchè stanno a fronte due razze non ancora fuse, i conquistatori e i conquistati? I nobili si agitavano e combattevano perchè n’aveano i mezzi; atteso il gran numero di parenti, avvolgeano ne’ loro litigi lo Stato intero; e perciò diceasi che i nobili erano la ruina del paese. Pure in essi si suppongono educazione più accurata, sentimenti meno interessati, spirito di famiglia conservato: vi occorrono maggiori esempj di fermezza, come a Sparta, a Roma, a Venezia, attesochè, non conoscendo superiore che Dio, elevano gli spiriti sovra il resto della nazione, e di grandi cose li fa capaci l’emulazione de’ loro pari. Ma facilmente trascendono in oligarchia, non soltanto insuperbendo della propria indipendenza, ma minacciando l’altrui; e per restare tirannetti ne’ castelli, piaggiano i regnanti, despoti e schiavi al tempo stesso.

D’altro lato è agevole e comune il lanciare un motto di sprezzo sui governi di mercanti: ma oseremo noi farlo quando vediamo Firenze durare sì lunghi e magnanimi sforzi, elevarsi a splendidissima civiltà, ed ultima conservare sua franchezza in Italia? Certo, la esclusione dei nobili sottraeva forze utilissime alle repubbliche italiane; il Governo decretava parzialissimo; i popolani grassi e la gente nuova trascorsero a fasto e prepotenza quanto i nobili, senz’essere sostenuti come questi dal lustro de’ padri, che pur lusinga le plebi. Le quali se veneravano nel signor d’oggi la memoria del magistrato e del capitano antico, mal si rassegnavano all’aristocrazia mercantile, sia perchè più speculatrice e men generosa, sia perchè duole il veder coloro che soleansi riverire conculcati da altri, cui unico merito erano i sùbiti guadagni. Adunque sprezzati dalle famiglie, sgraditi alla plebe, minacciati da superiori e da inferiori, dovettero i mercanti reggersi anch’essi con modi arbitrarj ed assoluti.

Non che dunque la gara fra nobili e plebei fosse misero parto della libertà, nasceva dal non essersi, al tempo della rivoluzione, ottenuta intiera la franchezza e lasciate accanto ai liberi Comuni la campagna servile, le giurisdizioni feudali, e dappertutto la sciagurata ingerenza degl’imperatori. In grazia della quale le contese cittadine furono inacerbite dalla divisione di Guelfi e Ghibellini.