Questi nomi, nati in Germania (pag. 89), furono troppo presto adottati dall’Italia per designare due partiti, in lei da secoli contrariantisi; li conservò quando più non s’udivano negli altri paesi, e per essi straziò le proprie viscere anche quando già era fatta cadavere. «Quelli che si chiamavano Guelfi, amavano lo stato della Chiesa e del papa; quelli che si chiamavano Ghibellini, amavano lo stato dell’Imperio e favorivano l’imperatore e suoi seguaci» (Villani). Ne’ primi prevaleva il desiderio di vendicarsi della dinastia sveva, e sviluppare da ogni legame forestiero la libertà dei Comuni: i Ghibellini credeano che il conservarsi ciascun paese in libertà, senza dipendere da un poter superiore, recherebbe inevitabilmente a discordie, per le quali gli Italiani si logorerebbero colle proprie forze. Gli uni dunque aspiravano come a supremo bene alla indipendenza dell’Italia, e che potesse ordinare i proprj Governi senza influsso forestiero: gli altri vagheggiavano l’unità del potere, come unico modo di fare l’Italia concorde entro e rispettata fuori, dovesse pure sminuirsene la libertà fortuneggiante.
Erano dunque due partiti generosi e con aspetto entrambi di equità; e solo que’ liberalastri che nel passato rivangano ragioni di oltraggiare i presenti, possono sentenziare infamia o apoteosi all’uno o all’altro. I due partiti riconoscono un principio superiore a tutte le rivoluzioni, la distinzione del potere temporale dall’ecclesiastico, dello spirito dal comando, della fede dal diritto, della coscienza dell’individuo dal vigore della società, dell’unità umana dall’unità civile. Il prevalere d’ognuna di queste tesi porta necessariamente l’antitesi dell’altra; se la Chiesa si fa democratica col popolo, l’impero si fa democratico colla plebe; se i Guelfi stabiliscono l’eguaglianza, i Ghibellini vogliono tutelarla colla legge; se prevale l’idea della libertà individuale, rendesi necessario frenarla colla potenza sociale. Il sapere con qual dei due stesse la miglior ragione è viepiù difficile a chi non sappia trasferirsi in quell’età e valutarne le condizioni e gli avvicendati mutamenti; giacchè può ben disputarsi se le fasce convengano o no al bambino, ma traviserebbe la quistione chi rispondesse che all’uomo adulto non stanno bene. Quelli che non apprezzano la libertà se non politica, e questa negativa, oppositrice, non sanno credere che il papato rapresentasse per tutto il medio evo la parte più franca ed avanzata, unico oppositore alle prepotenze, unica voce del popolo contro i guerrieri, del pensiero contro le lancie.
Matteo Villani chiamava la parte guelfa «fondamento e rôcca ferma e stabile della libertà d’Italia, e contraria a tutte le tirannie, per modo che, se alcuno diviene tiranno, conviene per forza ch’e’ diventi ghibellino, e di ciò spesso s’è veduto l’esperienza». E soggiunge: — L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti; l’una che séguita nei fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato che ha da Dio e dal santo Imperio in quello; e questi sono denominati Guelfi, cioè guardatori di fe; e l’altra parte seguitano l’Imperio, o fedele o infedele che sia nelle cose del mondo a santa Chiesa, e chiamansi Ghibellini, quasi guida belli, cioè guidatori di battaglie, e séguitane il fatto che per lo titolo imperiale sopra gli altri sono superbi e motori di lite e di guerra. Gl’imperatori alamanni hanno più usato favoreggiare i Ghibellini che i Guelfi, e per questo hanno lasciato nelle loro città vicarj imperiali con loro masnade; i quali continuando la signoria, e morti gli imperatori di cui erano vicarj, sono rimasti tiranni, levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori e nemici della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà. E questa non è piccola cagione a guardarsi dal sottomettersi senza patti a detti imperatori. Appresso è da considerare che i costumi e i movimenti della lingua tedesca sono come barbari e strani agl’italiani, la cui lingua e le cui leggi e costumi, e i gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramento a tutto l’universo, e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gli imperatori d’Alemagna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza d’Alemagna reggere gl’italiani, non lo sanno e non lo possono fare: e per questo nelle città d’Italia generano tumulti e commozioni di popoli, e se ne dilettano per essere per controversia quello che essere non possono nè sanno per virtù o per ragione d’intendimento, di costumi e di vita. E per questo la necessità stringe le città e i popoli, che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non esser ribelli agl’imperatori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi con loro; e innanzi rimanere in contumacie con gl’imperatori, che senza gran sicurtà li mettano nelle loro città»[261].
Da qui, e più dalla serie storica appare come i Guelfi non volessero sottrarsi da ogni soggezione degl’imperatori, bensì non sottoporvisi che a patti; sicchè oggi si paragonerebbero al partito costituzionale. Chi guardi i mali che gl’imperatori cagionarono all’Italia, e l’esecrazione che popolare dura fin oggi contro il Barbarossa; chi pensi che le più generose città, Milano e Firenze, stettero sempre antesignane della parte guelfa, e che quest’ultima diede l’estremo ricovero all’indipendenza italica, mentre chi voleva tiranneggiare un paese ergeva bandiera ghibellina, propende a desiderare che i Guelfi fossero prevalsi, e le città ordinatesi a comune sotto il manto del pontefice, che coi consigli le dirigeva, e coll’armi spirituali reprimeva gli stranieri.
Gli alti e insegnati uomini che caldeggiarono il sentimento ghibellino, od erano gente stipendiata dagl’imperatori come Pier dalle Vigne, o infatuati dell’antichità come i giureconsulti, o trascinati da passione come Dante, il quale, sbandito da’ Guelfi, si fe ragionato propugnatore della opinione avversa: eppure nel suo libro Della monarchia, ove (credo senza servilità d’animo, ma per quella stanchezza del parteggiar cittadino che cerca riposo fin nel despotismo) assoda la incondizionata tirannide, brama che l’Italia riducasi sotto un imperatore, bensì a patto che questo sieda in Roma. Chi più ghibellino del Machiavelli? eppure con magnanimo voto chiude l’abominevole suo libro.
D’altra parte i diritti imperiali intendevansi allora ben altrimenti da oggi, importando essi nulla meglio che una supremazia, innocua alle particolari libertà. Pertanto i Guelfi ideando la teocrazia si mostrarono più immaginosi, probi utopisti; i Ghibellini, più reali e pratici, ricordavano che le società sono fatte d’uomini e per uomini: lo spirito democratico dei primi declinava all’insolenza individuale e alla sregolatezza; l’idea organatrice degli altri li portava alla forza e alla tirannide: ma in fondo la loro è la causa stessa, la stessa divisione che appare in tutte le storie, di plebei e patrizj, di schiavi e franchi, di Rose Rossa e Bianca, di Cavalieri e Teste Rotonde, di progressisti e retrivi, di liberali e servili.
È natura delle fazioni di svisare il più onesto scopo; e abusandone o esagerando o traviando, porre il torto dov’era la ragione. I grandi feudatarj che i perduti privilegi ambivano ricuperare, non ne vedeano via che coll’attaccarsi all’imperatore e appoggiarne le pretendenze: sempre poi amavano meglio dipendere da esso, grandissimo e lontano, che non dai borghesi, da villani rifatti, da un frate che talora li dirigeva. Chiarivansi dunque ghibellini, stimolavano l’imperatore a calare in Italia, e per contrariare al papa furono sin veduti favorire gli eretici.
Gran potere davano ai papi nella bassa Italia l’alto dominio sopra la Sicilia; nell’alta, i radicati rancori contro gli Svevi; dappertutto le insinuazioni del clero e massime dei frati, guide dell’opinione, la quale può tutto ne’ governi a popolo, dove si delibera secondo fantasia e sentimento. L’imperatore valeva sulle repubbliche soltanto colla forza delle armi, giacchè non è facile guadagnare tutta una gente, sempre gelosa di chi possiede l’autorità. Al pontefice non restava che l’efficacia della persuasione: ma anch’egli principava, e disponeva d’eserciti, e spesso, come uomo, serviva a private passioni; e i Guelfi sposavano talora una causa, non perchè giusta e confacevole alla libertà, ma perchè dal pontefice preferita. I Ghibellini han vinto; Italia non ha ancora finito di piangerne.
Nè li crediate meri nomi di taglia: avevano Comune, sindaci, podestà proprj; nascevasi d’una tale parzialità, e diserzione consideravasi il passare ad altra; i trattati si facevano a nome della repubblica e della fazione prevalente. Fin nei minuti costumi doveano fra loro sceverarsi: questi un berretto, quegli un diverso usavano; due finestre aprivano i casamenti dei Guelfi, tre i Ghibellini; quegli alzavano i merli quadrati, questi a scacco; e la nappa, o un fiore[262], o l’acconciatura de’ capelli, o il saluto, e fin il modo di trinciare il pane o di piegare il tovagliuolo discernevano il Guelfo dal Ghibellino. I Ghibellini giurano alzando l’indice, i Guelfi il pollice; i primi tagliano i pomi di traverso, i secondi perpendicolarmente; quelli adoprano vasi semplici, cesellati questi; il modo di passeggiare, di scoccar le dita, di sbadigliare, di arnesar gli animali, la dritta o la sinistra, il numero due o il tre, tutto insomma divien segnale; i Bergamaschi conobbero che certi Calabresi eran di fazione opposta al modo di tagliar l’aglio. A Firenze, coi beni tolti ai Ghibellini espulsi si formò una massa guelfa onde mantenere e invigorire la parte trionfante; un magistrato apposta la amministrava con tre capi bimensili, consiglio secreto di quattordici membri ed uno grande di sessanta, tre priori, un tesoriere, un accusatore dei Ghibellini; società regolare e permanente, armata e ricca, che si sostenne quanto la repubblica.
Al tempo di Carlo d’Angiò e per suo suggerimento i Parmigiani formarono (1266) una Società de’ Crociati per sostenere la causa guelfa, sotto la protezione di sant’Ilario vescovo di Poitiers; e a quella si aggregarono altre corporazioni del paese, talchè divenne potentissima, comprendendo molte migliaja d’uomini, che erano iscritti in un registro. Aveano un capitano e alquanti primicerj, che doveano anche tor di mezzo ogni dissensione, senza usar forza. Molti statuti furono fatti ad incremento di questa Società, ed uno vietava agli abitanti della città e del territorio di parte guelfa di entrare in parentela con chi non fosse della parte stessa. Il capitano de’ crociati, e che poi fu detto capitano del popolo, e aveva il comando delle milizie, era forestiero, durava sei mesi, aveva un giudice, un socio, due notaj, il che attesta che esercitava una parte di giurisdizione, benchè sussistesse anche il podestà: e questo e quello subivano il sindacato. Il gran consiglio di cinquecento doveva, come i magistrati, essere eletto tra quei che formavano la Società de’ Crociati, la quale così divenne arbitra del Comune, e sorgente unica del potere legislativo, benchè non perdesse il carattere di milizia[263].