Solo tardi i nomi di Guelfi e Ghibellini perdettero la primitiva significazione, e parve non designassero che partiti, nati dalle ambizioni di persone e di case; s’abbracciava l’uno senz’altro motivo se non lo stare coll’altro gli avversarj; uomini e città li cangiavano dalla state al verno; pretesto a rancori privati, a baruffe, a sbranarsi tra sè, finchè riuscissero all’ultimo conforto degli stolti, il servir tutti[264].
In popolo libero non si governa che per via di fazioni, anzi una fazione è il Governo stesso, il quale tanto è più forte e perseverante, quanto tra il popolo si trovano partiti più permanenti e compatti. Ma siffatti non si formano e mantengono se non dove fra gl’interessi de’ cittadini esistono dissomiglianze e opposizioni così evidenti e durevoli, che gl’intelletti siano condotti e fissati da sè in opinioni opposte: all’incontro, è difficile restringer molti in una politica uniforme là dove i cittadini rimangono ad un bel circa eguali, giacchè allora bisogni effimeri, frivoli capricci, interessi particolari creano e scompongono ogni istante fazioni, l’incertezza e avvicendamento delle quali fa agli uomini nojosa l’indipendenza, e mette a repentaglio la libertà, non in grazia dei partiti, ma perchè niun partito è in grado di governare.
Nè essi portano gran pregiudizio quando rampollano dalla costituzione, giacchè allo scopo loro si connette sempre la speranza di migliore governo; anzi a quelli vanno debitrici di loro prosperità le nazioni che liberamente si reggono, e in cui, pendasi ad aristocrazia o a democrazia, a governo personale o a ministeriale, sempre si tende e spesso si giunge al meglio del paese. Ma quando si mescoli, come in Italia, un fomite forestiero, l’interesse della fazione prevale a quello della patria, e s’immola fin la libertà per conseguirlo. Toscana e Venezia furono l’una democratica, aristocratica l’altra, eppure stettero: in Lombardia Guelfi e Ghibellini spingevano l’occhio fuor della patria, e del pari la sagrificavano.
Robusti, caldi di superbia e d’invidia, nel consiglio impugnano il parere più sano, perchè proposto dalla parte avversa; poi mene segrete e intelligenze parziali; poi sconnesse le famiglie dal campeggiare padri e fratelli sotto bandiera diversa; poi per ogni lieve occasione rompere ai peggiori termini di nemici. «Quasi ogni dì, o di due dì l’uno si combattevano insieme cittadini in più parti della città, di vicinanza in vicinanza, come erano le parti; e aveano armate le torri, che n’avea la città (di Firenze) in gran quantità e numero, e alte cento e cenventi braccia l’una. E sopra quelle facevano màngani e manganelle per gettare dall’una all’altra, ed era asserragliata la strada in più parti. E tanto venne in uso questo gareggiar fra’ cittadini, che l’un dì si combattevano, e l’altro dì mangiavano e beveano insieme, novellando delle prodezze l’un dell’altro che si facevano a quelle battaglie»[265].
Cominciasi da un conflitto in piazza, determinato da qualche accidente in apparenza frivolo, ma realmente derivato dall’intima natura della città; e subito i cittadini dividonsi in due partiti, i quali non cercano che annichilarsi un l’altro, senza riguardi, senza capitolazione. L’ira è unica ispiratrice; una parte trovasi inferiore, e non tanto perchè impotente a sostenersi, quanto pel dispetto di non voler obbedire agli avversarj, esce di città. I suoi fautori rimasti, deboli e vinti, sono uccisi senza pietà da quella rabbia che si esacerba nello sfogarsi; dei profughi sono demolite le case, confiscati e sperperati i terreni, e la metà trionfante stabilisce nella città quella pace che viene dalla mancanza di nemici. Presto però i vincitori medesimi si suddividono in moderati ed eccessivi; i fuorusciti, congiunti dalla sventura, si rannodano alla campagna con altri di lor colore, e con sussidj di borgate o città consenzienti, riminacciano la città, l’assalgono, la prendono, e alla lor volta uccidono, incendiano, proscrivono.
È la parte de’ popolani che leva il rumore? tocca a stormo; le vie si asserragliano per impacciare i cavalli, nerbo della nobiltà; questa assalgono ne’ palazzi fortificati, ne espugnano le torri. I gentiluomini, rincacciati di posto in posto, a grave stento possono aprirsi un varco, mentre i vincitori malmenano i clienti e le robe dei vinti, il tempio del Dio della pace profanano cogl’inni della vittoria fratricida. Ma appena in campagna aperta può la loro cavalleria spiegarsi, i nobili tornano superiori; ricorrono per ajuto ai signori castellani o ad altri paesi di egual fazione, trattano con quelli come potenze riconosciute, li persuadono a guerra; allora bloccano la patria, l’affamano, e v’entrano a forza, alla lor volta diroccando ed esigliando; oppure rientrano a patti, e giurano paci centenarie che fra un mese saranno violate. Queste alterne espulsioni formano la quasi unica storia del tempo.
Così si amplia la guerra cittadina in cospirazioni, adunanze, consigli, alleanze; cercasi una città anche nemica, perchè del partito medesimo; i fuorusciti figurano come una potenza distinta; le fazioni interne si intralciano colle esterne; e l’economia geografica è sbilanciata dalla logica de’ partiti, finchè questa viene a identificarsi con quella.
Nè gli uni nè gli altri però vogliono la distruzione della città, bensì di possederla e dominarla. A questo intento, anche allorchè vi stanno entrambi i partiti, devono tenersi in guardia e in disciplina, avendo magistrati proprj, riunioni, erario, forza, e di fuori alleanze speciali, alle quali rifuggendo allorchè in città non son sicuri di poter dimorare tutto il domani, cominciano a considerarsi qualcosa più che semplici cittadini, a concepir l’idea d’un partito, d’una nazione, nella quale tutta quanta si trovano alle prese i due partiti. Ma la lotta, fondandosi su passioni non su principj, è necessariamente interminabile, non avendo un esito, non portando una vittoria definitiva, ma intanto elevando un sempre maggior numero di persone alla dignità di cittadini.
I popolani di Piacenza nel 1234, espulsi i loro nobili, si allearono coi popolani di Cremona, i quali aveano tolto a capitano il marchese Pelavicino; e questo con cento cavalieri e molti balestrieri delle due città ruppe i nobili fuorusciti. Essi fanno lega con quei di Borgotaro, di Castellarquato, di Firenzuola, e presentano a Gravago battaglia, dove lasciano prigionieri quarantacinque uomini d’arme e da ottanta fanti. I popolani cremonesi e piacentini prorompono di nuovo in armi, assediano il castello di Rivalgario, ma non possono espugnarlo. Alfine, per intromessa di Sozzo Colleoni di Bergamo, si riconciliano coi nobili, pattuendo che questi avessero metà de’ pubblici onori e due terzi delle ambasciate.
I vincitori non sempre erano moderati, nè solo momentanei i danni; e nell’ebbrezza del trionfo si spingeva la città a guerra coi vicini, o nello statuto si introducevano mutazioni non per utilità comune, bensì per corroborare la parte trionfante; ma sicurtà vera non si trovò mai, restando sempre una fazione malcontenta e una turba fuoruscita, gagliardissimo strumento ad ogni tentatore di novità. In una sola volta escono dal Cremonese centomila esigliati nel 1226; nel 1274 trecento famiglie da Bologna, composte di dodicimila persone: quando Castruccio nel 1323 osteggiava Firenze, per ottenere perdonanza venivano ad offrirsi di servire contro di lui ben quattromila Fiorentini, piccolo resto di quelli cacciati vent’anni prima[266]. Non durerà mai quieto il paese che ha molti fuorusciti, i quali, per desiderio della patria, per la baldanza che dà il non aver nulla a perdere, per le facili speranze che sono il retaggio degli esigliati, movono, praticano, irritano dentro e fuori.