Quindi per tutta Italia un combattersi da terra a terra, e talvolta per ragioni sì frivole, quanto oggi ne’ duelli. Nomi d’obbrobrio ciascuna città aveva affisso all’avversaria, e da questi cominciavansi diverbj che terminavano col sangue[267]. Un cardinale romano convita l’ambasciatore di Firenze, e udendogli lodare un suo bel catellino, glielo promette; sopraggiunge l’ambasciatore di Pisa, che del cagnuolo s’invoglia anch’esso, e n’ha promessa eguale: da ciò discordia e guerra viva. Una secchia, dai Bolognesi rapita a quei di Modena, diede soggetto a guerra e al poema del Tassoni. Un catorcio involato suscitò guerra fra Anghiari e Borgo Sansepolcro, di che il Tevere andò tinto in rosso. Quei di Chiusi combatterono i Perugini per l’anello pronubo di Maria Vergine, che essi conservano preziosamente, che un frate aveva sottratto.

Quali cronache non sono piene di queste rivalità energiche e clamorose, e de’ vergognosi trionfi sopra i vicini? I Modenesi assediano Ponte Dosolo, e smantellatolo ne involano la campana che pongono nella torre maggiore: un’altra volta da Bologna portano via le petriere e le collocano nella cattedrale, e voltano lo Scultenna su quel territorio per guastarlo. Genova impone a Pisa di abbassar tutte le case fin al primo solajo: e ancora vi stanno sospese le catene strappate a Porto Pisano; e sull’edifizio del Banco un grifo che adunghia l’aquila e la volpe, simboli di Federico I e di Pisa, col motto Griphus ut has angit, sic hostes Genua frangit. Lucca mette degli specchi sulla torre d’Asciano perchè le donne di Pisa vi si possano mirare; e Pisa va ad assediar Lucca, e mette grandi specchi affinchè i loro nemici vedano come impallidiscono; un’altra fiata fabbricano il forte d’Illice, e vi scrivono: «Scopabocca al genovese, crepacuore al portovenerese, strappaborsello al lucchese». Perugia erge innanzi a Chiusi la torre Becca questa, e i Chiusini vi oppongono la Becca quella. All’arco di Galieno in Roma era attaccata la chiave della porta Salciccia di Viterbo, ribellatasi contro il senato: i Perugini dalla vinta Foligno asportarono le porte sovra il carroccio de’ vinti, e da Siena le catene della giustizia, che collocarono sovra la porta del podestà: i Lodigiani eternarono (si dice) nelle medaglie uno scorno usato ai vinti Milanesi: questi faceano giurare al podestà di non lasciar più mai rifabbricare il distrutto Castel Seprio; Siena imponeva altrettanto per quel di Menzano, i Novaresi per quel di Biandrate.

È fatica persino in una storia municipale il seguitar quelle guerre senza gloria, interrotte da paci senza riposo, varie negli accidenti, ma uniformi negli impulsi; nè noi vogliam dare che i lineamenti e il carattere generale di quella età. Brescia stava sempre in armi da un lato contro Cremona, massime in causa delle acque dell’Oglio, dall’altro contro Bergamo pei disputati confini del lago d’Iseo e della val Camonica; e avendo essa, come dicemmo, nel 1191 aggiunto al suo territorio i Castelli di Sarnico, Calepio e Merlo, i Bergamaschi, per vendicarsene, s’unirono ai Cremonesi, già da essi ajutati contro i Bresciani. Subito una parte e l’altra si prepara di alleanze, e Pavia, Lodi, Como, Parma, Ferrara, Reggio, Mantova, Verona, Piacenza, Modena, Bologna vengono contro i Bresciani, e assediano i castelli di Telgate e Parlasco; ma i Bresciani, capitanati da Biatta di Palazzo, gli affrontano a Rudiano, e li mettono in tal rotta, che rimase al luogo il nome di Malamorte.

I nobili, che aveano in mano il governo di Brescia, istigati dai Milanesi, vollero poco dopo spingere a nuova guerra contro i Bergamaschi; ma il popolo, svogliato di tanti sacrifizj, ritorse le armi contro i nobili, e sanguinosamente li cacciò di città. Essi ricoverarono sul Cremonese, e formarono la società di San Fausto, alla quale i plebei opposero un’altra, detta Bruzella: e quelli si allearono con Cremona, Bergamo, Mantova, questi coi Veronesi, e lungamente agitarono le nimistà. Altre ne mossero il 1199 Parma e Piacenza, disputandosi Borgo Sandonnino: e colla prima campeggiarono Cremona, Reggio, Modena, Bergamo, Pavia; coll’altra i Milanesi, Bresciani, Comaschi, Vercellesi, Novaresi, Astigiani, Alessandrini, finchè l’abate di Lucedio non riuscì a metter pace. Nel 1225 Genova trovavasi impegnata in guerra contro gli Alessandrini, collegati questi con Vercelli, Alba, Tortona; con lei Asti, il conte Tommaso di Savoja, le due Riviere, i conti di Ventimiglia, i marchesi del Carretto, di Ceva, di Cravezana, del Bosco, tutti i castellani del Garessio e val di Tanaro, ed altri baroni e capitani.

Nel 1208 il marchese Azzo d’Este coi Ferraresi del suo partito e col Comune di Ferrara[268] combinava lega coi Cremonesi, obbligandosi a guardare, salvare, difendere, in tutta la terra e l’acqua del vescovado e del distretto loro nell’andare, stare e tornare, tutti gli uomini di Cremona nella persona e negli averi; soccorrerli a mantenere o recuperare la loro terra contro qualsifosse gente o persona, e nominatamente Crema e l’isola Fulcheria e le terre di qua dall’Adda; ogni anno andranno al servizio di Cremona col carroccio[269] e coi loro cavalieri e fanti; e due volte l’anno con tutti i soldati e arcieri della città e del vescovado staranno in servizio loro a spese e danni proprj per quindici giorni; nè partiranno senza licenza de’ rettori di Cremona, data in parlamento o nel consiglio di credenza. Passati quei giorni, se i Cremonesi vogliono rifare i danni e le spese, dovranno quelli rimanere quindici altri dì, ove ne siano richiesti. Altrettanti opreranno qualvolta siano richiesti dai rettori o dai consoli o per lettere sigillate del comune di Cremona; e quindici dì dopo l’avviso movendo col carroccio e altre forze, al più presto si metteranno nell’esercito di Cremona, e a tutti i nemici di questa vieteranno il passo, i soccorsi e ogni negozio sulle lor terre. Se mentre essi campeggiano in servizio di Cremona prendono alcuni dei nemici di questa, li daranno a quel Comune fra otto giorni, salvo il cambio se sia stato preso alcuno dei loro. Ogni anno il podestà o console delle città prelodate giurerà questi accordi, e si farà ogni quinquennio giurare da tutti i cittadini di sopra dei quindici anni e di sotto dei settanta.

Le gare talvolta componeansi a giudizio d’amici o di arbitri; come le differenze tra città e vassalli o Comuni si compromettevano ne’ consoli di giustizia o nei savj. Quando poi l’ire infierivano peggio, nè altro riparo trovavasi, soccorreva quello che in essi tempi era universale, la religione, che tra le baruffe private, tra le file dei combattenti inviava l’inerme sua milizia, a sospendere le izze fraterne in nome del Signore. Ma poichè ognuno era persuaso che chi non otteneva supremazia rimarrebbe all’ultima oppressione, le discordie ben presto divampavano: talvolta, nel mentre stesso che giuravasi la pace, un’occhiata dispettosa, un motto frizzante, un gesto mal interpretato, facea di nuovo sguainar le spade.

Le gelosie e le gare rinascenti indebolivano la coscienza dei doveri da Stato a Stato, da uomo a uomo; impedivano si consolidasse uno spirito pubblico, fondamento di nobile avvenire; alla patria restava tolto di valersi dei migliori, esclusi perchè guelfi o perchè ghibellini; consigliandosi coll’ira o col favore anzichè colla giustizia, non si cercava il più giusto e libero governo, ma il trionfo d’una parte, adoprandovi mezzi che sovvertivano la libertà. Quello stuolo di fuorusciti, intenti sempre a governare il paese da di fuori e con passioni malevole, stoglieva dall’opposizione legale e dallo sviluppo progressivo; abituava a non regolarsi su principj ben posati, a non calcolare l’andamento dei fatti e la situazione, ma sempre attendere dall’esterno avvenimenti impreveduti, e fidare ne’ cataclismi: funesta abitudine, che gl’italiani più non doveano disimparare.

Nessun momento più pericoloso alle franchigie che quello d’una vittoria. Inebbriati da questa, i popoli più non ravvisano pericoli, e non che por limiti a chi li guidò al trionfo, credono acquisto il fortificarlo in modo, che possa impedire un nuovo rialzarsi della fazione avversa. Ma i mezzi offertigli a quest’uopo facilmente può egli convertire a disastro della patria. A Como rimasti vincitori i Rusca nel 1283, i tre podestà del Comune, del popolo e della parte dominante ebbero facoltà di stabilire, col consiglio di savj eletti, qualunque statuto giudicassero opportuno ad essi Rusca e al comune di Como. Rivalsi i Vitani nel 96, il podestà di questi decretò che ogni mese si creassero due podestà di essa fazione, i quali attendessero all’innalzamento di questa e alla depressione dei Rusca; di cui si abbattessero le insegne, si cassassero le vendite e le donazioni, i loro vassalli e clienti si spogliassero d’ogni diritto acquistato da diciotto anni in poi, s’annullassero i giuramenti fatti a loro, e se ne squarciassero le torri e le abitazioni.

Guardiamoci però dal giudicare quei subugli colle idee d’un secolo che reputa primo elemento di felicità il riposo; e di far bordone alle sentimentalità di chi non sa vedervi che ricchezze sperperate e fratelli uccisi da fratelli. Capricci di re, puntigli di ministri, guerre dinastiche, ambizioni napoleoniche in qualche anno scialacquarono il decuplo di sangue e denaro, che non in secoli tutte le battaglie de’ Comuni italiani. Le quali nelle storie leggiamo accumulate così, che facilmente crediamo continui i macelli; e a tacere le lunghe paci, non vogliamo ricordarci che quelle guerre finivano in un giorno o in pochi; che le battaglie riuscivano sì poco sanguinose, da attirare le beffe degli inumani politici del secolo xvi, i quali vedeano le ben diverse qui recate dagli stranieri[270].

L’odierna civiltà strappa alle famiglie un figliuolo sul quale vivono padre e madre, e lo obbliga a servire la società per un prezzo che a pena basta al sostentamento, e ciò negli anni suoi migliori, per poi dopo molti rimandarlo senza un mestiere e disusato dalla fatica. I nostri coscritti videro tremando scuotersi il loro nome nell’urna che dovea decidere qual d’essi lascerebbe le occupazioni e le consuetudini della sua gioventù, per militare in causa che ignora, sotto capitani che non conosce, obbedendo come una macchina, e trattato come inferiore agli altri cittadini. Lontano dalla patria, dai cari, alcuni si logorano per le fatiche inconsuete, molti pel tedio e per ribrama dei paterni tetti. Perisce? è un soldato di meno, un nome di più sulla lista dei morti. Vince? non altro godimento gliene viene che di veder trionfare i suoi capi, o forse di poter incrudelire contro i vinti. È ferito? lo gettano negli spedali a cura di medici principianti o subalterni. Finisce la sua capitolazione? torna alla famiglia avvezzo al bagordo, al prepotere, al non far nulla.