Allora, al contrario, la guerra era un momentaneo dovere, un episodio della vita. Dalla fanciullezza s’addestravano agli esercizj; divenivano soldati quando il bisogno lo richiedesse; cessavano appena il bisogno finisse; combattevano sotto le mura della patria per salvezza de’ suoi, o per quella causa ch’essi aveano giudicata migliore. I monotoni patimenti de’ quartieri e delle guarnigioni non erano conosciuti: al tocco della campana, l’uomo piglia le armi, ancora ammaccate dalle ascie tedesche o dal brando feudale; corre sotto la bandiera della sua parrocchia; va all’assalto; vince? la sera stessa o il domani torna alla patria, ostentando i trofei rapiti al vinto; è ferito? trova ristoro nella propria casa; muore? la patria il compiange, e quella venerazione alimenta il valore degli altri, e lenisce il lutto di quei che sopravivono.

Queste guerre faceano soffrire; chi lo nega? Il Machiavello ne’ Guelfi e Ghibellini non vede che umori di parte, follie di malcontenti e di ambiziosi, pestilenza derivata alla sua città da una prima discordia di famiglie. Anche il Muratori esce dalla dabbene sua calma per irritarsi contro queste frenesie di sêtte diaboliche e maledette, ove per vane parole si sagrificavano ricchezze, sangue, vita, senza riflettere se la causa fosse utile o giusta. Ma quelle risse erano inevitabili fra piccoli Stati, e fra tanti elementi eterogenei che conveniva o assimilare o svellere: non erano frutto della libertà, ma sforzi per conquistarla, effetti del non possederla intera. L’unirsi Guelfi e Ghibellini, Repubblicanti e Imperiali a tempesta e bonaccia pel pubblico interesse, concentrarsi in un pensiero generale, subordinare le personali inclinazioni a un vantaggio comune ben avvisato, garantirsi a vicenda in imprese che riuscendo devono profittare anche a quelli che le impacciano, insomma il patriotismo qual noi l’intendiamo eppure nol pratichiamo, poteva sperarsi da gente ancor nuova, da passioni non ammansate? poteva sperarsi che quegli inesperti conciliassero la libertà coi governi forti, se nol sappiamo far noi dopo tante misere prove?

Più che da stizze, nascevano le nimicizie da intelletto acuto, che reca a conoscere il meglio, e dolersi di non possederlo; sicchè nello squilibrio fra i bisogni e il modo di soddisfarli, l’uomo contende e s’affatica, nè può fare che non dia d’urto ai vicini. In altri tempi sembra unanimità nazionale la quiete prodotta dalla comune oppressione: in quelli invece ogni uomo pensava ed operava da sè; ingegnavasi ad un fine ch’egli nettamente ravvisava, e con mezzi che da sè sceglieva; e quell’agitazione, l’esistenza occupata ne’ pubblici interessi, il dramma continuo, le passioni cozzanti, le quistioni di diritto e d’onore più che d’interessi materiali, il tendere animato verso una meta sempre varia ma sempre alta, il soffrire per un oggetto nobile, il trionfare nei trionfi della patria o della propria fazione, erano parte di felicità.

Mal ci apponiamo ancora quando non vediamo in queste battaglie che fraterne riotte. Gli stranieri aveano occupato il paese, spodestati i natii, e ridottili a servi o a plebe senza diritti; mentr’essi, col nome di feudatarj o di nobili, si presero i privilegi e il dominio e i possessi tutti, e dichiararono nazione se medesimi. Per noi, cui il nascer plebe o patrizio non importa che qualche distinzione nel povero senno dei vulgari, ha del ridicolo e del compassionevole quel combattersi fra i due ordini: ma allora significava la prevalenza de’ forestieri o de’ nazionali; se i nostri padri dovessero languir sulla gleba sudata e non posseduta; se il signore di questa, che la tenea per ragione di conquista, dovesse poter fare di loro ogni sua voglia, sino ad ucciderli per pochi denari.

Prevalgono i popolani: ma la parte già dominatrice usa forza e astuzia per reprimerli e corromperli, e all’uopo s’associa colla potenza forestiera, da cui trae l’origine sua. Col procedere del conflitto, lo scopo ne diviene men chiaro, ma in fondo sussiste; poi ravvicinandosi e innestandosi i partiti, nel nome della fazione dimenticano la diversità dell’origine, e tutti si chiamano Italiani.

Ciò non toglie di deplorare quell’assiduo parteggiamento, le cui conseguenze nocquero alla più tarda posterità. Le città guardandosi con odio e sospetto, non si poterono mai accordare in una federazione di utilità universale e comune difesa; le scissure interne producevano lotta anche nell’alta politica, ambi i contendenti sapendo di trovare un appoggio esteriore; alla fine quasi dappertutto la parte popolare ebbe il sopravvento, e meno esperta delle faccende pubbliche, ombrosa per natura sua, e troppo occupata per applicarsi al pubblico reggimento, rimetteva l’uso delle proprie forze e l’esercizio de’ proprj diritti al valore del più prode o al senno del più avveduto; e così le tirannie vennero eredi delle comunali libertà.

Altre famiglie non aveano mai perduto i possessi aviti, anzi gli estendevano, e massime quelli compresi nella disputata eredità della contessa Matilde; poi nelle guerre parteggiando coll’imperatore, ne ottenevano privilegi e immunità, e diventavano feudatarj. Gl’imperatori, che da principio avevano favorito i Comuni a popolo contro i signori feudali, dacchè li videro ingigantire trovarono di loro conto spalleggiare i nobili liberi, contrappeso alla potenza cittadina, e scolte disposte sul loro passaggio. Altri s’erano conservati indipendenti negli aviti castelli, massime se piantati fra i monti, e cercavano acquistare sulle vicine città il dominio che un tempo vi avevano tenuto i conti: tali erano i marchesi del Monferrato e di Este, i più poderosi dell’Italia settentrionale, ingranditi dal Barbarossa come suoi fedeli.

Nella marca Trevisana, ove le estreme falde dell’Alpi e le colline Euganee si sporgono in mezzo a liete campagne e città fiorenti, dalle ben munite alture i signori poterono continuare a tenere una mano sopra le città, nelle quali fabbricarono anche palazzi, somiglianti a fortezze. Tra queste famiglie erano prevalsi i Salinguerra di Ferrara, i Camposampiero di Padova, i Guelfi d’Este, gli Ezelini da Romano. Gli Ezelini discendeano da un Tedesco passato in Italia con Corrado II, e infeudato delle terre d’Onàra e Romano nella marca di Treviso: colle violenze e l’abilità crebbero i suoi discendenti, costituitisi corifei della parte ghibellina là intorno, imparentatisi di voglia o di forza con grosse famiglie, ed alleatisi con Verona e Padova. A fronte a loro stavano gli Estensi, di famose ricchezze, e parenti di quei Guelfi che vedemmo dominare in Baviera e Sassonia, donde la parte guelfa nell’alta Lombardia prese il titolo di marchesca. Padova gli aveva obbligati a giurare la loro città, lasciar deserta la rôcca d’Este, e porsi sotto la protezione del popolo che i loro padri aveano calpesto; e spesso chiamati podestà e capitanei, all’ombra repubblicana ricuperavano la primazia, perduta secondo l’aspetto feudale.

Ferrara, sobbalzata dalle fazioni, diede nel 1208 il primo esempio di signoria col domandare a principe il marchese d’Este, conferendogli pieno arbitrio di fare e disfare leggi, paci, alleanze, guerre. Ne fu tocco al vivo Salinguerra di Torello, primario in Ferrara e caporione de’ Ghibellini, e ne originarono baruffe e sangue, e avvicendate espulsioni, e ripetuti e sempre falliti accordi, sinchè rimase convenuto che tra i due emuli, ossia tra le due fazioni, restassero partiti gli uffizj della città; il marchese non potea venire a Ferrara che con un determinato numero di seguaci, e Salinguerra gli usciva incontro con tutta la nobiltà guelfa e ghibellina, e si celebrava un cortese banchetto[271].

Anche altrove questi signori si facevano guerra dall’un all’altro, onde preponderare nelle città del contorno, che pertanto piegavano ad infelice oligarchia, turbata da incessanti dissidj, spesso prorompenti in guerre guerreggiate. Tra queste li trovò Ottone IV allorchè scese dall’Alpi, e sperava che i Guelfi l’appoggierebbero per l’origine sua e pel favor papale (1209), mentre i Ghibellini non gli avrebbero negato favore come a re di Germania. Rappaciò egli infatti molti discordi, e singolarmente Ezelino da Romano con Azzo d’Este; ma poco durò la costoro benevolenza, e Guelfi e Ghibellini si brigavano delle proprie pretensioni, non già dell’imperatore, cui non favorivano se non in quanto sentissero d’averne bisogno.