Pure egli fu accolto a festa dai tanti nemici della Casa sveva; Innocenzo III gli mosse incontro sin a Viterbo, e lo coronò; ma breve fu l’armonia. Già l’arroganza tedesca stomacava i Romani, che ebbero una delle solite abbaruffate in città, dove perirono molti cavalieri; un grosso di cardinali mantenevasi ostile ad Ottone, il quale coll’eredità della contessa Matilde pretendeva revocare alla corona Viterbo, Montefiascone, Orvieto, Perugia, Spoleto, donati alla santa sede, e che militarmente occupò. Certo l’avranno istigato i giureconsulti, indefessi apostoli della sovranità imperiale: e quando il papa gli rammentò le promesse e il giuramento, rispose che un giuramento anteriore lo obbligava a ricuperare all’Impero quanto ne fosse stato distratto: favorì la famiglia Pierleoni, ghibellina arrabbiata; investì la marca d’Ancona ad Azzo d’Este in nome proprio, non in nome del papa; per fare smacco a Federico di Svevia entrò nella Puglia pretendendovi la primazia imperiale, ed alleossi co’ generali tedeschi che colà erano rimasi. Papa Innocenzo vide imminente quell’aggregazione della Sicilia coll’Impero, alla quale sempre erasi opposto, e viepiù pericolosa perchè fatta dal capo de’ Guelfi, i quali lo secondavano per odio agli Hohenstaufen; nè trovando altro riparo, scomunicò l’imperatore (1210): ma questo proseguì la conquista nella Puglia, ed accingevasi a passare in Sicilia.

Se non che l’anatema aveva sommossa la Germania; la morte di Beatrice sua moglie lentò i legami che a lui univano la fazione ghibellina; intanto il papa era riuscito a sottrarre dai custodi tedeschi Federico di Svevia, e a grande onore accolto in Roma, colla sua benedizione e colle sue galee l’inviò a Genova (1212). Il giovane reale, bello, colto, attraente per l’ingegno non meno che per le agitazioni della prima sua età, attraversò la Lombardia procacciandosi amici coll’affabilità e colla munificenza, pur sempre contrastato dalle città guelfe, memori del Barbarossa: il marchese d’Este suo cugino sotto buona scorta pel lago di Como lo convogliò a Coira, il cui vescovo fu primo a salutarlo re di Germania. Ottone, poco atto a guadagnarsi i cuori, avea dovuto uscire dalla Puglia senz’altro lasciarvi se non raccomandazioni di fedeltà calde e poco sentite; a Lodi convocò le città lombarde, ma non vennero se non le dichiarate amiche di Milano, la quale tenevasi con lui per astio contro gli Svevi. Laonde nessun frutto colse, nè le fazioni sospesero il combattersi; peggiorando anzi per le sêtte religiose allora pullulanti, e che logoravano la potenza clericale, avvezzavano a non curar di scomuniche, e conculcavano il dogma dell’autorità. Venezia osteggiò Padova che voleva precluderle il commercio di terraferma: Milano combattè con Pavia e co’ marchesi del Monferrato, i Malaspina della Lunigiana con Genova, questa con Ventimiglia; i Carraresi, i signori di Montemagno, i Porcaresi contro Pisa, i Sanminiatesi contro Borgo Sanginnesio, i Salinguerra con Modena: Lucca non cessò mai guerra a Pisa, e fabbricato il castel di Cotone in val del Serchio, pose patto ai nuovi abitatori che non contraessero parentela o aderenza coi Pisani: la rivalità de’ Buondelmonti cogli Amidei fe sentire primamente in Firenze i nomi di Guelfi e Ghibellini.

Ottone avea procurato chetar la tempesta suscitatagli in Germania, fin col sottomettersi al giudizio degli stati; ma tale umiliazione crebbe ardire ai malcontenti: quando poi, marciato a’ danni del re di Francia, fu sconfitto e vôlto in fuga a Bovines (1214), scaduto d’ogni credito si ritirò ne’ suoi Stati ereditarj, talchè Federico di Svevia fu di nuovo coronato re di Germania ad Aquisgrana. Secondo il convenuto con Innocenzo, Federico confermò tutte le prerogative e i possedimenti della Sede romana, promise recuperarle dai Pisani la Sardegna e la Corsica, e cedere la Sicilia appena divenisse imperatore: condizione che il papa esigeva come nuova garanzia all’indipendenza d’Italia, troppo minacciata se un suo re fosse anche capo dell’Impero. A Federico aveva egli sposata Costanza d’Aragona, sua pupilla anch’essa; e avendo collocato sul trono un allievo della santa Sede, poteva a questa sperar pace e nuova grandezza: eppure allora si rinnovò la guerra fra il Sacerdozio e l’Impero. Prima di divisare la quale, giovi por mente alle nuove armi, di cui l’uno e l’altro venivano accinti al secondo duello.

CAPITOLO LXXXIX. Frati. Eresie. Patarini. Inquisizione.

All’autorità pontifizia davano grande appoggio i frati. Benedettini, Agostiniani, Basiliani continuavano a pregare, studiare, cantare, conservar libri e monumenti; gli austeri Certosini, i mistici Carmelitani, i caritatevoli Trinitarj o del Riscatto (istituiti da san Giovanni di Matha gentiluomo nizzardo), ed altri monaci fondati in quei tempi, si estesero in Italia; e massime gli operosi Cistercensi, qui portati da san Bernardo, oltre l’opere dello spirito, grandemente giovarono a ridurre a fertilità stagni e valli, principalmente nel Milanese e nel Lodigiano[272].

Alcuni Milanesi, trasportati prigionieri in Germania nelle guerre coll’Impero, disingannati del mondo, fecero voto, se ricuperassero la patria, di dedicarsi a speciale devozione di Maria. Resi alla terra natale, istituirono l’Ordine degli Umiliati (1200), vivendo ciascuno nella propria casa, ma solinghi e in opere sante, avvolti in sajone cinericcio. Crebbero, e, compra una casa, vi si congregavano la festa a salmeggiare e ad opere di pietà; e sull’esempio de’ mariti, anche le donne si ritrassero in devozione e lavori. Avuta da san Bernardo una regola, gli Umiliati si separarono dalle mogli, ed oltre gli uffizj spirituali, procacciavano nel lanifizio e nella mercatura; indi il beato Giovanni da Meda, che li piantò a Como, perfezionò l’istituto, promovendo alcuni alla dignità sacerdotale, e mettendo a ciascuna casa un preposto. Così si estesero, e col traffico e col lavorio dei pannilani arricchirono l’Ordine e il paese. Alla quale società, che, a parte la devozione, potrebbe servir di modello a quelle che propongono e non sanno effettuare gli odierni Socialisti, aggiungiamo quelle che un buon romito di Parma raccolse per fabbricare un ponte sul Taro e custodirlo.

Silvestro da Osimo, al veder morto un uomo bellissimo, si ricoverò tutto a vita di spirito, e nel monastero di Monte Fano della Marca fondò nel 1231 i Silvestrini, presto propagatisi. L’anno seguente, sette signori fiorentini, membri d’una confraternita di Maria Vergine, ebbero in visione il comando di rinunziare al mondo; sicchè, distribuito ogni aver loro ai poveri, coperti di sacco e di cenere, e vivendo d’accatto, presero il nome di Servi di Maria, ed apersero il primo convento sul monte Senario appo Firenze.

I frati, oltre portare nella comunione dei Fedeli tanta messe di preghiere, adempivano molti uffizj, oggi attribuiti all’autorità amministrativa, e principalmente a curar malati, assistere pellegrini, assicurare strade. A Sant’Egidio di Moncalieri il ponte e l’ospedale erano affidati a’ Templari; ai Vallombrosani il tragitto sulla Stura presso Torino; ad altri i passi del grande e del piccolo Sanbernardo; quelli di Sant’Antonio curavano i malati di fuoco sacro, quelli di San Lazzaro i lebbrosi, i Trinitarj d’ogni aver loro faceano tre parti, una pel proprio mantenimento, una pei poveri e infermi, una pel riscatto de’ Cristiani presi da Saracini. Le repubbliche poi se ne valeano a servigi gelosi; ambascerie, custodire denari, riscuotere dazj, metter paci: il Comune di Mantova lasciava alla loro guardia il libro dei decreti[273].

In tanti rami già erasi variato il vivere monastico, che Innocenzo III decretò non se ne introducessero altri: eppure sotto di lui nacquero due Ordini che eclissarono i precedenti, i frati Minori e i frati Predicatori.

Alla moglie di Pier Bernardone, agiato negoziante d’Assisi, un angelo comandò andasse a partorire sulle paglie d’una stalla (1182). Ivi nacque Giovanni, il quale, condotto in Francia da suo padre, s’addestrò sì bene nella lingua di là, che ne trasse il soprannome di Francesco. Balioso, vivace, gajo compagnone, buon poeta fino ai venticinque anni, allora consente alla chiamata di Dio, e va e vende le sue merci a Foligno, porta i denari a un prete, e perchè questo ricusa riceverli, li getta dalla finestra. Il padre, che da buon massajo computava la bontà coll’abachino, lo crede scemo della mente, e trattolo al vescovo, lo fa interdire. Giubilante, Francesco si spoglia nudo nato, se non che il vescovo gli getta addosso il proprio mantello; e rinunziato alla famiglia, fa adottarsi da un pitocco, veste cenci, e comincia ad esalare in prediche l’esuberanza interna della carità, per la quale si lusinga di conquistare il mondo colla predicazione popolare.