A Bernardo cittadino d’Assisi, suo primo discepolo, che gli chiedeva se abbandonare il mondo, rispose: — Chiedilo a Dio». Aperto il vangelo a caso, vi legge: Se vuoi esser perfetto, vendi quanto hai, e dallo ai poveri; lo riapre, e trova: Non portate in viaggio oro nè argento nè bisaccia nè tunica o sandali o bastone. — Questo io cerco, questo desidero di cuore, quest’è la regola mia», esclama Francesco, e gitta quanto gli restava, eccetto una tunica col cappuccio e una corda a cintura. Così nel mondo inebbriato di ricchezze e piaceri, esce predicando la povertà; nel mondo dell’ira, delle superbie, delle guerre, d’Ezelino e di Federico II, va a bandir l’amore; e attiratisi undici compagni, si sottomette con loro a rigide penitenze e a povertà così assoluta, da non considerare suo nè l’abito tampoco o i libri. Dai Benedettini impetrò una cappelletta nel piano d’Assisi, che fu detta la Porziuncula, e rifabbricatala (1208), vi pose i fondamenti del suo Ordine, che per umiltà intitolò dei Frati Minori, eleggendo di stare fra poveri, malati, lebbrosi, lavorar per vivere, e mendicare.
Rinnegata affatto la propria volontà, Francesco diceva: — Beato il servo il quale non si tien migliore quand’è dagli uomini esaltato che quand’è preso a vile; perchè l’uomo è quel ch’egli è avanti a Dio, e nulla più». All’amor suo non bastando abbracciare tutti gli uomini, lo estende ad ogni creatura; e va per le foreste cantando, e invitando gli uccelli, che chiama fratelli suoi, perchè celebrino seco il Creatore; prega le rondini sue sorelle a cessare il pigolìo mentre predica; e sorelle son le mosche, e sorella la cenere[274]. Una cicala canta? gli è stimolo a lodare Iddio; alle formiche rimprovera di mostrarsi troppo sollecite dell’avvenire; storna dal cammino il verme che può esservi calpestato; porta miele alle api nell’inverno; salva le lepri e le tortore inseguite; vende il mantello per riscattare una pecora dal macellajo; il giorno di Natale voleva si porgesse miglior nutrimento all’asino e al bue; anche biade, vigne, sassi, selve, quanto han di bello i campi e gli elementi, per lui sono eccitamenti ad amar Dio; nell’orticello d’ogni convento da’ suoi dovea riservarsi un quadro a’ più bei fiori, per lodarne il Signore[275].
La piena di questo affetto espandea Francesco in poesie, originali come lui stesso, ove niuna reminiscenza d’antichità, ma viva effusione di cuore, impeti d’amore infinito[276]: fu dei primi ad usar nelle laudi la lingua volgare; e frà Pacifico, suo allievo, meritò la laurea poetica da Federico II.
Vedendo moltiplicati i Minori, Francesco pensò dettarne la regola; e stando sopra tale pensiero, ecco la notte gli pare aver raccolto tre bricciole di pane, e doverle distribuire a una turba di frati famelici. E temeva non gli andassero perdute fra le mani, quando una voce gli gridò: — «Fanne un’ostia, e danne a chiunque vuole cibo». Fece, e chi non ricevea devotamente quella particella, coprivasi di lebbra. Narrò Francesco la visione ai fratelli senza intenderne il senso; ma il giorno dappoi, mentre pregava, una voce dal cielo gli disse: «Francesco, le bricciole di pane sono le parole del vangelo, l’ostia è la regola, lebbra l’iniquità».
Ritiratosi dunque con due compagni s’un monte, digiunando a pane e acqua, fe scrivere la sua regola secondo il divino spirito gli dettava entro. Essa comincia: — La regola de’ Frati Minori è d’osservare il vangelo, vivendo in obbedienza senza nulla di proprio e in castità». Chi v’entrasse dovea vendere ogni aver suo a profitto de’ poveri, e subire un anno di prove rigorose prima di proferire i voti. Tutti essendo frati minori, gareggiavano d’umiltà, e lavavansi i piedi un all’altro: i superiori chiamavansi servi: chi sa un mestiere, può esercitarlo per guadagnare il vitto; chi no, vada alla busca, ma non di denaro. Neppur l’Ordine può possedere altro che il puro necessario. Prendano in ispecial cura gli esuli, i mendicanti, i lebbrosi. Chi stando ammalato s’impazienta o sollecita medicine, è indegno del titolo di frate, perchè mostra maggior cura del corpo che dell’anima. Non vedano femmine, e a queste predichino sempre la penitenza: che se alcuno pecca in esse, venga tosto cacciato. In viaggio rechino l’abito e null’altro, nè tampoco il bastone; e se diano nei ladri, si lascino spogliare. Non predichi chi non vi sia autorizzato; e prometta insegnar la dottrina della Chiesa senza formole di scienza profana, senza cercare suffragi. Un generale, eletto da tutti i membri, risiede a Roma, assistito da un consiglio, e da esso dipendono i provinciali e i priori. Ai capitoli generali prendono parte i capi di ciascuna provincia, i priori e i deputati dei monaci di ciascun convento. Ogni comunità tiene capitolo una volta l’anno: i superiori d’Italia si congregano ogn’anno, e ogni tre quelli di là dall’alpe e dal mare.
Francesco si presentò al papa chiedendo la conferma del suo Ordine, cioè il diritto di predicare, mendicare e non posseder nulla. Innocenzo III fu d’avviso che l’assunto trascendesse le forze d’uomini: quand’ecco in visione parvegli la chiesa di San Giovanni Laterano barcollare, minacciando rovina; e sorreggerla due uomini, un italiano ed uno spagnuolo, Francesco d’Assisi e Domenico Gusman. Pertanto approvò l’Ordine solennemente nel IV concilio di Laterano (1215).
Chiara, nobil donna d’Assisi, tocca all’esempio ed ai sermoni di Francesco, abbandona il mondo (1212) e istituisce le povere donne Clarisse, colla regola stessa. Non sapea Francesco risolvere qual fosse meglio, la preghiera o la predicazione; e Chiara e frà Silvestro il persuadono a quest’ultima, ond’egli compare a Roma ballonzando per gioja, e chiede al papa licenza d’andare apostolando in traccia di conversioni e del martirio. E va per la Spagna, la Barberia, l’Egitto; crociata incruenta, ove grido di guerra era La pace sia con voi. In Africa arrivò mentre i Crociati osteggiavano Damiata (1219); e presentatosi a Melik el-Kamel (Meledino), gli espose il vangelo, sfidò i dottori di quella legge, s’offerse di saltare in un rogo divampante per dimostrare la verità della sua dottrina. Melik l’ascoltò, e rimandollo senza nè la conversione nè il martirio.
A’ suoi che inviava a predicare, Francesco diceva: — In nome del Signore camminate due a due con umiltà e modestia; in particolare con esattissimo silenzio dal mattino fino a terza, pregando Dio nel vostro cuore. Fra voi non parole oziose e inutili: ed anche per via comportatevi umili e modesti, come foste in un romitaggio o nella vostra cella; imperciocchè, in qualunque parte siamo, è sempre con noi la nostra cella, che è il corpo nostro fratello, essendo l’anima nostra il romito che dimora in questa cella, per pregare e pensare a Dio. Perciò, se l’anima non istà in riposo in questa cella, la cella esteriore nulla serve ai religiosi. Sia tale la vostra condotta in mezzo alla gente, che qualunque vi vedrà o ascolterà, lodi il celeste Padre. Annunziate la pace a tutti; ma abbiatela nel cuore come nella bocca, anzi più. Non porgete occasione di collera o di scandalo, ma colla vostra mansuetudine fate che ognuno inclini alla bontà, alla pace, alla concordia. Noi siamo chiamati per guarire i feriti e richiamare gli erranti; molti vi sembreranno figli del diavolo, che saranno un giorno discepoli di Gesù».
Questi frati erano membri d’una repubblica che avea per sede il mondo, per cittadino chiunque ne adottava le rigide virtù: e scalzi, col vestire dei poveri d’allora, coll’idioma dei vulghi, diffondeansi per tutto, al popolo parlando come esso vuol gli si parli, con forza, con drammatica, e fino con vulgarità, destando al pianto e al riso col ridere e piangere essi stessi, affrontando e provocando i tormenti come le beffe. Egli medesimo, il santo fondatore, se mai talvolta rompesse il digiuno, volea lo strascinassero per le vie, battendolo e gridandogli dietro: — Ve’ ve’ il ghiottone che s’impingua di carne di polli senza che voi lo sappiate». A Natale predicava in una vera stalla, ove il presepio e il fieno e l’asino e il bue; e nel pronunziare Betlemme, belava come un pecorino; e nel nominare Gesù, leccavasi le labbra, quasi ne sentisse dolcezza. Poi alla sera di sua vita portava le stigmate delle piaghe di Cristo impresse sul proprio corpo.
L’uomo stesso gittava il balsamo della sua parola sopra gli spiriti inveleniti. Udito stare in cagnesco i magistrati e il vescovo d’Assisi, mandò i suoi fratelli a cantare al vescovado il suo cantico del Sole, al quale aggiunse allora le parole: Lodato sia il Signore in quelli che perdonano per amor suo, e sopportano patimenti e tribolazioni. Beati quelli che perseverano nella pace, perchè saranno coronati dall’Altissimo». Tanto bastò per mitigare gli sdegni. — Il dì dell’Assunta del 1220 (scrive Tommaso arcidiacono di Spalatro), stando io agli studj a Bologna, vidi Francesco predicare sulla piazza davanti al pubblico palazzo, dove tutta quasi la città era raccolta. E fu esordio al suo predicare Angeli, uomini e demonj; e di questi spiriti tanto bene propose, che a molti letterati ivi presenti recò non poca meraviglia un parlare sì giusto di persona idiota. E tutto il contesto del suo ragionare tendeva ad estinguere le nimicizie, e far accordi di pace. Sordido d’abiti, spregevole d’aspetto, di faccia abjetta, pure Iddio aggiunse tanta efficacia alle parole di lui, che molte tribù di nobili, fra cui inumana rabbia d’inveterate nimicizie aveva infuriato con molta effusione di sangue, vennero ridotte a consiglio di pace»[277].