Nel 904 re Berengario privilegiava il vescovo di Bergamo di riedificar le mura della sua città a riparo dagli Ungheri, dovunque esso vescovo e i suoi concittadini credessero necessario; e a lui assicurava la libera giurisdizione sopra la città e i distretti[7]. Ottone II nel 973 concedeagli di nuovo omnes districtiones et publicæ functiones villarum et castellorum, quæ sunt in circuitu ipsius civitatis de eodem comitatu pertinentes, usque ad spacium et extensionem, per omnes partes ejusdem civitatis, trium miliarium, fin ad Aciano e Seriate; inoltre la val Seriana fino alla Camonica. Enrico III nel 1041 confermava a quel vescovo tutto il contado bergamasco sino alla Valtellina, all’Adda, all’Oglio, a Casal Butano, con piena autorità di fare e disfare, senz’essere impedito da veruna autorità superiore.

Ottone il Grande aveva largheggiato di tali concessioni a segno, che ne fu tenuto l’autore universale: al vescovo d’Acqui assicurava la giurisdizione della città e di quattro miglia in giro[8]; a quel di Lodi, l’esenzione per sette miglia; per tre miglia a quel di Novara[9]; per cinque a quel di Cremona; e così a Reggio, a Bologna, a Como, il cui vescovo ebbe anche il contado di Bellinzona; quel di Firenze credeva pure aver da lui ottenuto la giurisdizione di sei miglia.

Al vescovo di Pavia nel 977 Ottone II concedeva e confermava i possessi e il dominio, e che castella, ville, eidem episcopo subjecta, ita sub ditione episcopi maneant, ut residentes in eis ad nullius hominis placitum eant neque distringantur: sed si quis ab eis legem poposcerit, presentia ejusdem episcopi vel ejus missi justitiam quam exigent accipiet[10]. Anche nel diploma del 1004 di re Enrico, attesi i molti litigi e scismi, che dalla parte del conte venivano alla chiesa, è concesso al vescovo il muro di Parma, il distretto, il teloneo e ogni funzione pubblica nella città e fuori sin a tre miglia in giro[11]. Morto il conte, Corrado Salico nel 1035 estese a tutto il contado la giurisdizione del vescovo.

Guido vescovo di Volterra sporgeva querele contro il conte e gli altri ministri pubblici per la fierezza con cui esigevano dal clero e dai loro servi i diritti regj: laonde Enrico III nel 1052 lui e il clero esentuava dai conti, autorizzando il vescovo a trarre a sè le cause in tal materia, e definire le contestazioni mediante il duello. Più tardi da Federico Barbarossa il vescovo Galgano ebbe titolo di principe, e il governo della città e di molti luoghi, l’elezione dei consoli e la zecca, retribuendo al regio erario sei marchi d’argento.

Nel 1055 Eriberto vescovo di Modena, coi cittadini suoi, invocò da Enrico III di poter riedificare, fortificare, ingrandire essa città; e quegli il permise, concedendone al vescovo tutte le regalie e la giurisdizione, pure confermando alla chiesa e ai cittadini le buone consuetudini antiche: ai quali cittadini presenti e futuri concede di derivar canali dalla Secchia, dalla Scultenna e da qualunque altro fiume[12].

Enrico IV confermava a Landolfo vescovo di Cremona la giudicatura della città e di cinque miglia in circuito, già attribuitagli da’ suoi antecessori[13]. A Gregorio vescovo di Vercelli concedeva Casale, Olceningo, Oldenigo, Momolerio, Scherino, Rodingo, con tutti gli arimanni e con quanto spetta al contado[14], vale a dire le giurisdizioni che il conte esercitava, fra cui era quella sugli uomini liberi. Molti abitanti di Treviglio, borgata della Geradadda, si sottoposero alla badia di San Simpliciano in Milano, e nel 1081 Enrico confermava questo fatto, e che essi e i loro figli o discendenti rimanessero perpetuamente in podestà di quel monastero, non dovendo più alcuna funzione pubblica od angaria o altro servizio a chichefosse, eccettuato il fodero al re quando venga in paese, e la sculdassia ai conti ogni anno[15].

Talvolta queste concessioni davansi in premio di prestato favore, tal altra per castigare un conte sleale: e poichè ogni giorno cresceva il numero de’ semplici cittadini, i quali, invece del magistrato regio, si mettevano in tutela de’ signori immuni, i re non iscapitavano gran fatto col cedere ai vescovi i contadi, che ormai non teneano dipendenti se non di nome.

Ecco dunque città e borgate dalla giurisdizione del conte passare a quella del vescovo o d’un monastero; e mentre dapprima la popolazione restava divisa fra dipendenti dalle chiese e dipendenti dal re, fra la giurisdizione laica e l’ecclesiastica, vennero a formare un Comune solo conquistati e conquistatori; nobiltà feudale e semplici liberi si trovarono chiamati al medesimo tribunale; e gli scabini dei nobili e quelli dei liberi costituirono un collegio unico, sottomesso al vicario secolare del vescovo, detto l’avvocato o il visdomino o il visconte appunto perchè esercitava gli uffizj devoluti una volta al conte.

Il vescovo di Mantova era stato fatto immune da Ottone III nel 997, col diritto di nominare avvocati e batter monete; e nel 1084 Ubaldo vescovo, costituendo visdomino un suo nipote, divisava i diritti attribuitigli. I quali sono di andare per tutta la diocesi di qua e di là dal Po, tenendo albergaria e placito, esaminando e definendo discordie, liti, offese personali e reali, infliggendo la pena a sua volontà. Tutto il denaro percepito in tali operazioni lo lascia a lui, e un terzo del ricavo della pesca, dell’investitura, degli approdi, dello sterpatico. Da ciascuna masseria del vescovo abbia due majali grossi, e così la decima delle giumente e dei porci di tutte le terre vescovili. Promette che gli uomini di lui non saranno giudicati dal vescovo nè da’ suoi successori o messi o gastaldi o decani, nè richiesti al placito, a prestar garanzia o albergo o fodro[16].

Al popolo tornava vantaggio dall’essere i contadi attribuiti ai vescovi piuttosto che ai conti, crescendo probabilità di vederli affidati al merito, anzichè distribuiti dal capriccio della nascita o dalla volontà d’un re straniero; e se la plebe e i manenti restavano ancora senza diritti nè rappresentanza, ne migliorava la giustizia, che è il bisogno più immediato de’ popoli.