In un altro uffizio s’adoperarono vivamente i nuovi frati, qual fu di combattere colla parola gli eretici, farli ricredenti, o castigarli. Perocchè, sebbene il genio europeo non s’ingolfasse in sottigliezze e sofisterie come l’orientale, pure anche qui, e precisamente in Italia, tratto tratto scoprivansi degli eretici; e forse una tradizione di siffatti non fu mai interrotta fin dai Gnostici e dai Manichei dei primi tempi. A mezzo il secolo ix, Pietro vescovo di Padova trovò nella sua diocesi una setta che ghiribizzava sulla Redenzione, e che solo cinquant’anni dopo fu dissipata dal vescovo Gozelino. Nel Mille, a Ravenna un Vitgardo fondava non so quali delirj sopra Orazio, Virgilio, Giovenale. Eriberto, il famoso arcivescovo di Milano, seppe che alcuni eretici tenevano convegni nel castello di Monforte presso Asti, e citatone uno di nome Gerardo, l’esaminò sulla sua fede: — Noi tutti (rispose) osserviamo la castità benchè ammogliati; non mangiamo carne, digiuniamo strettamente, leggiamo ogni giorno la Bibbia, molto preghiamo, e i nostri maggiori s’alternano dì e notte orando. I beni consideriamo come comuni; e il morir nelle pene ci è dolce per isfuggire i castighi eterni. Crediamo nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo, che hanno la facoltà di sciogliere e legare: e il Padre è l’eterno, in cui e per cui tutte le cose sono; il Figliuolo è lo spirito dell’uomo, cui Iddio amò; lo Spirito Santo è l’intelletto delle scienze divine, dal quale tutte le cose sono regolate. Non riconosciamo il vescovo di Roma o verun altro, ma un solo che ogni giorno visita i nostri fratelli per tutto il mondo e gli illumina; e quand’è mandato da Dio, presso lui è a trovare il perdono de’ peccati»[280]. Sembrò pericolosa quest’eresia al vescovo, tanto che menò contro Asti i suoi vassalli, e presi per forza i miscredenti, nè potendo indurli a ritrattarsi, li mandò al fuoco, ch’essi subirono come un martirio.

Le opinioni ebbero viva scossa dalla lotta fra gl’imperatori e i pontefici, e l’opposizione a questi risolvevasi in eresia, e ad ogni modo scassinava l’autorità. Poi lo spirito di controversia, introdotto dalla logica scolastica e dalla giurisprudenza, recò spesso ad opporre alla credenza comune l’individuale sentimento; e si mescolarono di bel nuovo i dogmi cogli atti, la quistione religiosa colla sociale.

Pietro Valdo, mercante di Lione aliquantulum literatus, venduti gli averi suoi come poi fece san Francesco, si eresse riformatore de’ costumi come questo, ma non sottoponendo la propria alla volontà della Chiesa, anzi asserendo questa avere traviato dal vangelo e volersi richiamarla alla semplicità primitiva: a che il lusso del culto, la ricchezza dei preti, la potenza temporale de’ papi? povera umiltà come nei primi tempi. Perciò i suoi seguaci si dissero Poveri di Lione, e Catari cioè puri, e tanto erano persuasi di non uscire dal vero, che chiesero al pontefice la permissione di predicare[281]: ma ben tosto negarono l’autorità del papa, e dietro a ciò il purgatorio, l’invocazione dei santi, altri dogmi cardinali; proclamarono fosse libera anche ai laici la predicazione.

Come mai, sotto un Dio buono, tanti mali opprimano il mondo, è problema che tormentò e tormenterà i pensatori di tutte le generazioni. Col supporre un altro principio autor del male, lo scioglievano i Manichei, i quali, vinti fin dai tempi di sant’Agostino, sopravivevano però in Oriente, e coi varj nomi di Patarini, Bulgari, Pauliciani si propagarono in Europa e primamente a Milano. Quivi ebbero per vescovo un tal Marco, stato ordinato in Bulgaria, e che presedeva alla Lombardia, alla Marca e alla Toscana. Essendovi comparso un altro papa per nome Niceta, riprovò l’ordine della Bulgaria, e Marco ricevette quel della Drungaria, cioè di Traù (Tragurium) in Croazia[282]. A Milano, distingueano i Catari vecchi, venuti di Dalmazia, Croazia e Bulgaria, cresciuti singolarmente quando il Barbarossa li favoriva per far onta a papa Alessandro; e i nuovi, usciti circa il 1176 di Francia, che sarebbero i Valdesi.

Questi si erano molto diffusi tra le Alpi, ma viepiù nella Linguadoca, fra il Rodano, la Garonna e il Mediterraneo, paese più dirozzato della restante Gallia, e dove le città, memori o fors’anche avendo conservato gli avanzi delle istituzioni municipali romane, eransi costituite a comune, con una specie d’eguaglianza fra nobili e mercanti, opportuna all’incremento della civiltà; sicchè vi si erano svolti e grazia d’immaginazione e gusto delle arti e dei piaceri dilicati: colà prima s’intesero versi nelle lingue nuove, sulla mandòla dell’elegante trovadore, che vagava pei castelli cantando l’amore e le prodezze, o satireggiando i magnati e i preti. E perchè in Alby, città principale, primamente furono tolti a perseguitare, vennero chiamati Albigesi.

Non è facile sapere appunto i loro dogmi, o se avessero un fondo comune, sotto l’infinita varietà che è propria dell’errore. Un libro depositario di loro credenze non ebbero: in coloro che li confutano e negli storici che raccolsero dal vulgo, li troviamo imputati di colpe le più contraddittorie; or proclamando creatore Iddio, ora il demonio; or facendo Iddio materiale, ora riducendo Cristo a ombra e null’altro: chi li fa ammettere alla fede tutti i mortali, chi escludere le donne dall’eterna felicità; chi semplificare il culto, chi ordinare cento genuflessioni il giorno; chi licenziare alle voluttà più grossolane, chi riprovare persino il matrimonio[283]. Impugnata l’autorità, e ridotti alla ragione individuale, doveano necessariamente variare in infinito: e frà Stefano di Bellavilla racconta che sette vescovi di credenza diversa si adunarono in una cattedrale di Lombardia, per accordarsi sui punti di loro fede; ma, non che riuscire, si separarono scomunicandosi reciprocamente.

Tre sêtte primeggiavano quivi, i Catari, i Concorezzj, i Bagnolesi. I Catari, che si dicevano anche Albanesi (corrotto probabilmente da Albigesi), venivano suddivisi in due parzialità: alla prima era vescovo Balansinanza veronese, all’altra Giovanni di Lugio bergamasco. Oltre le credenze comuni che sopra noverammo, i primi dicevano che un angelo avesse portato il corpo di Gesù Cristo nell’utero di Maria, senza ch’ella v’avesse parte; solo in apparenza il Messia esser nato, vissuto, morto, risorto; i patriarchi essere stati ministri del demonio; il mondo eterno. Gli altri tenevano che le creature fossero state formate quali dal buono, quali dal tristo principio, ma ab eterno; che la creazione, la redenzione, i miracoli erano accaduti in un altro mondo, affatto diverso dal nostro; Dio non essere onnipotente, perchè nelle opere sue può venir contrariato dal principio a sè opposto; Cristo aver potuto peccare. — I Concorezzj (probabilmente così chiamati da Concorezzo, borgata presso Monza) ammettono un principio unico; aver Dio creato gli angeli e gli elementi; ma l’angelo ribellato e divenuto demonio formò l’uomo e quest’universo visibile; Cristo fu di natura angelica. I Bagnolesi (denominati dal Bagnolo di Piemonte o da quello di Provenza) volevano le anime fossero state create da Dio prima del mondo, e allora avessero peccato; la beata Vergine fosse un angelo; e Cristo avesse bensì assunto corpo umano per patire, ma non l’avesse già glorificato, anzi deposto all’ascensione.

Frà Ranerio Saccone distingue sedici chiese di Catari in Lombardia: degli Albanesi, che stanno principalmente a Verona, e sono cinquecento; de’ Concorezzj, che fra tutta Lombardia sommeranno a un migliajo e mezzo; de’ Bagnolesi sparsi a Mantova, Milano, nella Romagnola, in non più di ducento; la chiesa della Marca, che saranno cento; altrettanto in quelle di Toscana e di Spoleto; un cencinquanta della chiesa di Francia, dimoranti a Verona e per Lombardia; ducento delle chiese di Tolosa, di Alby, di Carcassona; cinquanta di quelle di Latini e Greci in Costantinopoli; e cinquecento delle altre di Schiavonia, Romania, Filadelfia, Bulgaria. Ma questi quattromila (avverte l’autore) sono da intendere per uomini perfetti; giacchè di credenti ve n’ha senza numero.

Sembra fosse comune la credenza nei due principj, ed al malvagio essere dovuto il mondo e il Vecchio Testamento. Appoggiati all’Obedire oportet magis Deo quam hominibus, si emancipavano d’ogni autorità terrena; non papa, non vescovi, non canoni o decretali, non dominio temporale dei preti; la Chiesa romana non essere concilio sacro, ma congrega di malignanti; non darsi risurrezione della carne, ridevole la distinzione dei peccati in veniali e mortali, prestigi del diavolo i miracoli; non doversi adorare la croce, simbolo d’obbrobrio; per niuna cosa giurare; nè esser diritto ai magistrati d’infliggere pena corporale. Quanto ai riti, repudiavano l’estrema unzione, il purgatorio e di conseguenza i suffragi pei morti, l’intercessione dei santi e l’Ave Maria; per il matrimonio bastare il consenso de’ contraenti, senz’uopo di benedizione; non valere il battesimo amministrato agl’infanti; non discendere Dio nell’ostia consacrata da un indegno; i sacramenti non furono istituiti da Cristo, ma inventati dall’uomo.

Del sacramento dell’Ordine teneva luogo l’elezione dei loro gerarchi, ch’erano disposti in quattro gradi: il vescovo, il figliuolo maggiore, il figliuolo minore e il diacono. Al vescovo spettava di preferenza l’imporre le mani, frangere il pane, dir l’orazione: mancando lui, suppliva il figliuolo maggiore, se no il minore o il diacono; e in difetto, un semplice credente, e fin anche una catara. I due figliuoli coadjuvavano al vescovo, visitavano i fedeli, e in ogni città v’era un diacono per ascoltare i peccati leggieri una volta al mese; il che dai Lombardi (i quali ritennero la distinzione dei peccati veniali) dicevasi caregare servitium. Il vescovo poi, avanti morire, inaugurava a succedergli il figliuolo maggiore imponendogli le mani.