Quotidianamente, allorchè sedevano a mangiar di brigata, il maggiore fra i convitati sorgeva, e recatosi in mano il pane ed il vino, proferiva Gratia domini nostri Jesu Christi sit semper cum omnibus vobis, spezzava quel pane, lo distribuiva, e quest’era la loro eucaristia. Il giorno della cena del Signore, imbandivano più solennemente; e il ministro, postosi ad un tavoliere, su cui erano una coppa di vino ed una focaccia d’azimo, diceva: — Preghiamo Dio ci perdoni i peccati per sua misericordia, ed esaudisca alle nostre petizioni; e recitiamo sette volte il Pater noster a onor di Dio e della santissima Trinità». Tutti s’inginocchiano; orato, sorgono; esso benedice il pane e il vino, frange quello, dà mangiare e bere; e così è compiuto il sagrifizio.
Confessione non particolareggiata, ma uno recitava a nome di tutti: — Confessiamo innanzi a Dio ed a voi, che molto peccammo in opere, in parole, colla vista, col pensiero, ecc.». In casi più solenni, il peccatore presentandosi al cospetto di molti col vangelo sul petto proferiva: — Io sono qui avanti a Dio ed a voi, per confessarmi e chiamarmi in colpa di tutti i peccati che ho sin ora commessi, e ricevere da voi la perdonanza». Era assolto col posargli il vangelo sopra il capo. Se un credente ricadesse, doveva confessarsene, e ricevere di nuovo l’imposizione delle mani in privato. L’imposizione delle mani, o consolamento, o battesimo spirituale, era necessaria per rimettere il peccato mortale, o comunicare lo spirito consolatore; e se uno dei perfetti le imponga a un moribondo, e ripeta l’orazione domenicale, quello va a sicura salvazione. Fu per opporsi al consolamento de’ Patarini che il concilio Lateranense IV ingiunse ai Cattolici di confessarsi almeno una volta l’anno.
Frà Ranerio aggiunge che, data la consolazione al moribondo, gli chiedevano se volesse in cielo andare tra i martiri o tra i confessori: eleggeva i primi? lo facevano strangolare da un sicario a ciò stipendiato; i confessori? più non gli davano bere nè mangiare. Atrocità gratuite, solite apporsi dall’ignoranza o dalla malignità a tutte le congreghe secrete. E per vero non c’è misfatto di cui non siansi tacciati i Patarini; essi ladri, essi usuraj, essi sovrattutto carnali, con connubj promiscui e contro natura; adulterio e incesto in qualsiasi grado; non poter l’uomo peccare dall’umbilico in giù, perchè il peccato origina dal cuore. Ma come credere questa bacchica santificazione del libertinaggio, quando altrove, e ne’ libri de’ loro stessi nemici, troviamo che giudicavano peccato fino il commercio maritale, imponeansi penose astinenze onde reprimere la carne ribelle alla volontà ed opera del principio cattivo, tre quaresime l’anno, perpetua astinenza da carni e latte, replicati digiuni, iterate preghiere? e san Bernardo, implacabile indagatore di loro colpe, dice: — Non v’era cosa in apparenza più cristiana che i loro discorsi, nè più lontana da ogni taccia che i costumi loro»[284].
Non esitiamo a rifiutare per ispurie alcune professioni di fede esibiteci da loro antagonisti, secondo le quali gl’iniziati rinunziavano, non solo a tutte le sane credenze della religione, ma ad ogni costume, pudore, virtù. Ranerio, uno dei Consolati egli medesimo, indi acerrimo loro persecutore, narra come per l’iniziazione, adunati i credenti, il vescovo interrogasse il neofito: — Vuoi tu renderti alla fede nostra?» Questo afferma, s’inginocchia e pronuncia il Benedicite; al che il ministro ripete tre volte — Dio ti benedica», sempre più discostandosi dall’iniziato. Il quale soggiunge: — Pregate Iddio mi faccia buon cristiano». L’interroga poi: — Ti rendi a Dio ed al vangelo? Sì. — Prometti non mangiar carne, ova, formaggio, nè altra cosa se non d’acqua e di legno? (cioè pesci e frutte). Sì. — Non mentirai? non giurerai? non ammazzerai, neppure vitelli? non farai libidini nel tuo corpo? non andrai scompagnato quando puoi avere compagni; non mangerai da solo potendo aver commensali? non ti coricherai senza brache e camicia? non lascerai la fede per timore di fuoco, d’acqua o d’altro supplizio?» Risposto che avesse il neofito a ciascuna domanda, l’universa assemblea mettevasi ginocchione: il sacerdote posava sopra il novizio il volume dei vangeli, e leggeva il principio di quel di san Giovanni, poi lo baciava tre volte: così facevano tutti gli altri, che egualmente si davano l’uno all’altro la pace: indi veniva messo al collo dell’iniziato un fil di lana e di lino, ch’e’ non doveva levarsi giammai.
La colpa, onde più grave e concordemente sono rinfacciati i Patarini, è l’ostinazione. Fra strazj e tormenti, al cospetto di morte obbrobriosa, non che convertirsi, più s’induravano, protestavansi innocenti, spiravano cantando lodi al Signore, colla speranza di presto congiungersi nel suo abbraccio. In Lombardia serbarono memoria d’una fanciulla, di cui la bellezza e l’età mettevano in tutti compassione; talchè, deliberati a salvarla, vollero assistesse mentre padre, madre, fratelli venivano consunti dalle fiamme, così sperando si sarebbe per terrore convertita: ma no; poi ch’ebbe durato alquanto lo spettacolo atroce, si svincola dalle braccia de’ suoi manigoldi, e corre a precipitarsi nelle fiamme, e confonde l’ultimo suo anelito con quello dei parenti[285].
La più grave urgenza di queste eresie era la guerra che portavano alla Chiesa esteriore, scassinando i dogmi inerenti all’unità del sacerdozio, per costituire società religiose speciali. Pur troppo i loro attacchi trovavano appiglio nello scarmigliato vivere del clero, di cui e predicatori e poeti si accordano nell’attestare la depravazione.
Agli errori la Chiesa oppose da principio i rimedj che a lei convengono, riformare i suoi, ammonire o scomunicare i dissenzienti, e vi drizzò lo zelo principalmente dei nuovi frati: poi si valse anche di mezzi mondani e del braccio secolare. Che la società pagana non tollerasse le religioni diverse è attestato, non fosse altro, dalle migliaja di martiri. I padri della Chiesa proclamarono la libertà delle credenze, finchè la loro fu perseguitata; ma come, prevalsa questa, videro gli eretici turbarla, argomentarono che il reprimere gli errori fosse diritto e difesa legittima contro della persecuzione e della seduzione. Se la Chiesa è unica depositaria e interprete della verità, e in essa sola vi è salute, non dovrà con ogni modo opporsi alla propagazione dell’errore? Gl’imperatori di Roma cristiani, memori di quanto univano in sè i due poteri quali capi dello Stato e supremi pontefici, credettero che la legge dovesse, come i beni e la persona, così tutelare le credenze e il culto; e moltiplicarono decreti in tal proposito[286]; diverse pene comminando, di rado la morte, perchè vi si opponevano i vescovi: a questi era affidato il decidere se un’opinione fosse ereticale; la cognizione del fatto e la sentenza spettavano al magistrato secolare.
Così procedette la cosa nel declino dell’Impero Occidentale; così continuò in Oriente: ma fra noi, dopo l’invasione, se accadesse di punire un trasgressore delle leggi ecclesiastiche, i vescovi usavano quell’autorità mista di sacro e di secolare, che vedemmo ad essi attribuita. Talvolta ancora, considerandosi l’eresia come politica disobbedienza, procedeasi colla forza, siccome dicemmo di Eriberto arcivescovo di Milano.
Ridesto il diritto romano, come alla tirannia, così vi si trovò appoggio alle persecuzioni contro i miscredenti, poco ricordando che la legge d’amore aveva abolita quella fiera legalità. Ottone III poneva Gazari e Patarini al bando dell’Impero e a gravi castighi. Federico Barbarossa, tenuto congresso a Verona con papa Lucio III, ordinò ai vescovi d’informarsi delle persone sospette d’eresia, e distinguere gli accusati, i convinti, i pentiti, i ricaduti; quelli convinti d’eresia sieno spogliati dei benefizj se religiosi e abbandonati al braccio secolare; i sospetti si purghino, ma se ricadono, vengano puniti senz’altro. Sgomentato dal vedere i Valdesi distendersi fra le Alpi, Giacomo vescovo di Torino pensò reprimerli anche col braccio secolare; laonde da Ottone IV ottenne ampia facoltà di espellerli dalla sua diocesi[287]. Indi Federico II al tempo della sua coronazione fulminò pene temporali contro gli eretici, e le ripetè da Padova con quattro editti, ove, «usando la spada che Dio gli ha concesso contro i nemici della fede», vuole che i molti eretici ond’è singolarmente infetta la Lombardia, sieno presi dai vescovi e dati alle fiamme ultrici, o privati della lingua[288].
È questa la prima legge di morte contro i miscredenti: egli stesso poi nelle Costituzioni del regno di Sicilia ne pose un’altra, lamentandosi che dalla Lombardia, ove n’era il semenzajo, i Patarini fossero largamente penetrati in Roma e perfino nella Sicilia[289], e a perseguitarli spedì l’arcivescovo di Reggio e il maresciallo Ricardo di Principato.