Una lapida sotto al portico della notabilissima cattedrale di Lucca riferisce come nel 1111 i cambisti e mercanti, che allora stavano di bottega nella corte di San Martino, ove pure gli alberghi de’ forestieri, giuravano di non far frode[23]; antichissima sistemazione del commercio in consorzj, con consoli per risolvere i litigi.
Già nel 1046 Enrico III confermava agli abitanti della bergamasca val di Scalve il diritto di negoziar di ferro per tutto l’impero, col solo aggravio di mille libbre di ferro secandum suorum parentum morem; nessun duca, marchese, vescovo, conte o altra qualsiasi persona hominibus in prædicto monte Scalvi habitantibus audeat aliquam molestiam aut aliquam superpositam inferre; e a chi violi l’ordine commina cento libbre d’oro, metà da darsi alla Camera, et medietatem prædictis hominibus. Poi nel 1091 nella città di Bergamo tenendo placito il conte Corrado, messo regio ad justitias singulorum hominum faciendas ac deliberandas, con molti giudici e conti e col vescovo, gli si presentarono alcuni vicini et consortes de loco Burno, che è in val Camonica, e gli chiesero pronunziasse un bando super nos et super nostros vicinos vel consortes a proposito del monte Negrino, che era stato ad essi usurpato da quelli di val di Scalve: e il conte Corrado gli esaudì[24]. Non sono queste evidenti forme comunali con possessi consorziali? I querelanti nel loro libello citano una decisione già riportata anteriormente; e come in tali litigi centum quinquaginta librarum denariorum mediolanensium veteris monetæ inter judices et advocatos dispendio in Bergamo perpessi sumus damnum; e gli Scalvini usarono ad essi prepotenze molte, onde reclamano giustizia, quia dedecus est omnium nostrum.
Esempj di simili comunanze ricorrono in Toscana, ove nel 1004 Filippo di Fidante e Benedetto di Martino furono nominati consoli del comune ed università di Monte Castelli[25]. Chiavenna, borgo della diocesi comasca, situata allo sbocco di due valli che mettono ai paesi transalpini del Reno e dell’Inn, faceva una concordia, citata già come antica nel 1155, tra gli abitanti suoi e quelli del vicino Piuro, per la quale quattro uomini di ciascuno di essi giuravano di guidare i due Comuni e le persone e i beni loro con buona fede e senza frode in pace ed in guerra, non usurparsi roba alcuna, ma d’ogni acquisto ripartire tre quarti a’ Chiavennaschi, uno a’ Piuriesi, e nell’eguale proporzione le spese[26].
N’era vantaggiata l’industria; e poichè essa è gran conduttrice di libertà, si cominciò a levar lamenti delle violenze che turbavano il commercio; i lamenti procedeano a minaccie; e se queste non trovassero ascolto, riuscivano in aperta rivolta, cacciando gli esattori e gli espilatori del barone, assalendone anche il castello, e opponendogli barricate e mura; e unitisi sulla piazza del mercato o nella chiesa, gl’interessati giuravano sostenersi contro chiunque pretendesse sopraffarli. E a noi si fa credibile che uno de’ più efficaci addirizzi a costituire i Comuni fossero appunto le società mercantili e artigiane, che trovandosi già ordinate con una gerarchia, con regolamenti, con statuti[27], con cassa, non aveano a dare che un passo per chiedere di partecipare coi nobili al Governo.
Talvolta i re medesimi ne’ loro bisogni esibivano di vendere le regalìe, cioè dogane, zecche, mercati, pedaggi; e i Comuni s’affrettavano a comperarle, o le ottenevano in premio della fedeltà e del favore prestato. Tal altra i grandi vassalli insorgevano contro dei vescovi, e gli uni e gli altri armavano i cittadini, che per tal modo venivano a conoscere le proprie forze, e invocavan diritti, in prezzo degli offerti soccorsi. Nella contesa, capitanei e vescovi apprendevano che ricchezza principale era l’abbondare d’uomini, lo perchè ne favorivano l’incremento sminuzzando i possessi, e contentandosi d’una tenue prestazione, purchè vi andasse congiunto l’obbligo di servire nelle milizie.
Stiamo dunque a gran pezza da chi crede che i Comuni derivassero da generosità dei re, o da accorgimento loro politico. Erano conseguenza del risorgimento popolare; ma i diritti che i liberi traevano in campo, non erano astrazioni costituzionali, e accademici divisamenti repubblicani, bensì un richiamo alle norme dell’umanità, a quella libertà d’innocui atti, di cui ciascuno sente mestieri come dell’aria. L’associazione dirigevasi non a riforme amministrative, ma ad acquistar forza per diminuire la propria servitù; specie di mutua assicurazione delle inferme moltitudini contro i pochi armati. Non che fosse rivoluzione contro il Governo regio, a questo appoggiavansi coloro i quali scotevano il giogo feudale. E poichè il feudatario, il re ed il vescovo trovavansi spesso a cozzo, e dividevano tra sè i possessi e le città, all’uno ricorreva chi fosse malcontento dell’altro, sicuri di trovarlo favorevole, non per generosità ma per proprio interesse.
Neppure fu una rivoluzione sola che mutasse la forma politica, giacchè non v’aveva un potere unico da abbattere; e a ciascun Comune sovrastando un signore particolare, in ciascuno richiedevasi una particolare rivoluzione. Variissimi dunque erano gl’impulsi, variissimi i mezzi e i risultamenti, e molto vi poteva il caso, nè sempre riuscivasi all’intento; ma la libertà, fallisca cento volte, non però dispera.
Sarebbe peraltro stato difficile strappare ai feudatarj anche sì poco, quando essi soli e i loro castelli fossero stati muniti, e tutto il resto inerme; atteso che la forza brutale può a lungo conservare gli ordini più repugnanti alla ragione. Ma allorchè gli Ungheri avevano passato le Alpi, non si potè combattere in campagna rasa e con eserciti ordinati le loro bande scorridore, ma dovette munirsi ciascun villaggio, ciascuna casa, ciascuna persona; le città rinnovarono le mura, diroccate dai Barbari o sfasciate dal tempo[28]; ogni monastero, ogni borgata scavò una fossa, rizzò uno steccato; e le armi, adoperate soltanto dagli uomini del feudatario e per suo cenno, si affilarono per l’individuale sicurezza. Qual cosa infonde tanto coraggio, quanto il conoscere di bastare alla propria difesa? e i nostri padri, che si erano misurati contro l’Unghero, più non temeano d’affrontare la masnada del vescovo o del castellano.
Di più, in Italia l’aristocrazia non avea messo così robuste radici come oltr’Alpi; e nella vasta Lombardia soli forse il marchese di Monferrato e il conte di Biandrate estendeano tanto i possessi, da abbracciare borghi e città. La supremazia che i re di Germania pretendevano qui, era d’opinione più che di forza. Dalla lontananza o dalle guerre proprie erano impediti di venirvi sovente in persona, unico modo di farvi valere la propria autorità; se venissero, senza truppe nè rendite mal si reggevano, e lagnavansi che i vassalli non gli sovvenissero del necessario, e li riducessero a cascar di fame. Maggiormente si protraevano gl’interregni di qua dell’Alpi, atteso che non bastava che un re fosse nominato in Germania, ma conveniva venisse a farsi coronare in Milano e Roma; nè di rado i signori nostri negavano omaggio all’eletto dai Tedeschi. Tutto ciò fece la contesa men dura, e più pronto l’effetto.
Questo restituire gli uffizj da signorili a municipali ed elettivi cominciò attorno al Mille, crebbe mentre Ottone II combatteva gli emuli in Germania e i Greci in Calabria, e più nei tredici anni che Ottone III indugiò a scendere in Italia. Allora i Comuni cittadini costrinsero i baroni ad accasarsi nelle città, che si trovarono popolate non più da soli artieri ed arimanni, ma anche da potenti, e crebbero di lustro e considerazione. Alcune gelose ottennero che gli imperatori non entrassero più nelle loro mura; altre ne demolirono il palazzo, per edificarlo nei sobborghi; sicchè debole e limitata restava la giurisdizione dei re, i quali tanto più facilmente cedevano per denaro o per favore ciò che nè ricusare potevano, nè conservato fruttava. Pavia nel 1024 distrusse il palazzo regio, e quando Enrico III volle costringerla a riedificarlo, gli si oppose con un giusto esercito, avendo alleati molti signori.