Gran destro ne porse la contesa fra il Sacerdozio e l’Impero, giacchè in quelle reciproche esagerazioni, dove più che le armi poteva l’opinione, si trovavano messe in bilancia le competenze delle due autorità, richiamato a discussione quanto la conquista germanica aveva innestato sul tronco romano, la legittimità del potere nato dalla forza, il dominio della spada sovra gli spiriti, l’intrusione delle discipline militari nell’ordine civile e fin nella gerarchia ecclesiastica; e l’una e l’altra parte si credette obbligata a dimostrare le proprie ragioni ai popoli, di cui le bisognava l’appoggio. E i popoli impararono che avevano diritti, che per argomenti potevano scegliere a quale prestare il sussidio dell’oro, del brando, delle convinzioni; e di quelli e di queste misurata la potenza, vollero servirsene ad assicurare e crescere quei diritti, che avevano appreso a conoscere e stimare. Trattavasi poi di combattere? bisognava che il conte o il vescovo si servissero del braccio delle plebi: e guaj pe’ tiranni il giorno che han bisogno de’ loro oppressi!
Contesa tanto vitale non limitavasi a battaglie in campo aperto, ma penetrava nelle città e nelle case: spesso una chiesa trovavasi disputata da due vescovi, uno papale ed uno intruso, i quali si perseguivano in guerra; diuturne le vacanze, perchè o il papa negava l’investitura, o i cittadini obbedienza al nominato dall’imperatore; e sempre i vescovi sentivansi sotto ai piedi vacillare il terreno, perchè o non investiti dal re, o non riconosciuti dal papa; e per formare e mantenersi partigiani, cedevano particelle de’ loro diritti ai Comuni. Esse città giuravansi con altre del sentire medesimo, onde in armi tener testa alle contrarie. Uscita poi vittoriosa la parte ecclesiastica, ingegnavasi di menomare le prerogative regie, ma con ciò raccorciava anche la podestà temporale de’ vescovi, fondata sopra regie concessioni.
Col carroccio (t. V, p. 439) i popolani s’erano avvezzi a considerarsi, non più guerrieri obbligati d’un signore, ma d’una bandiera cittadina, del Cristo che allargava le braccia su quell’antenna, del sant’Ambrogio, del san Zenone, del sant’Alessandro che li benediceva dal gonfalone. Quel parteggiare per l’imperatore o pel papa avea misto i varj ordini d’uomini, per modo che non si guardava tanto se uno fosse capitaneo, nobile o plebeo, ma se imperiale o pontifizio. Le armi e i campi comuni, e la necessità di usare concordemente le braccia o l’ingegno nella mischia o nei parlamenti, scemavano le distanze fra quelli della parzialità medesima; poi la trionfante conseguiva vantaggi o privilegi sull’altra, sicchè gli ordini fin allora scrupolosamente distinti venivano ad unirsi nel Comune cittadinesco; e i giudici della città, che già, duranti le vacanze del vescovado, decidevano in propria testa senza riguardo al visconte, qualora al conte o al vescovo strappassero alcuna nuova porzione di autorità, la esercitavano più piena sovra maggior numero di cittadini, e con restrizioni minori.
Insegnati a discutere dei diritti, prendono in dispetto gravezze fino allora tollerate di cheto; alla prima taglia troppo pesante si ammutinano; cominciato che uno abbia, il seguono altri; la torre, da cui il feudatario o il conte minacciava, diviene spesso il ricovero degli affrancati; spesso i monumenti dell’antica magnificenza convertonsi in difese di nuova libertà; e si preparano lotte, risolute perchè di scopo evidente e semplice, e non per capriccio o per obbedienza, ma per tutela dei diritti più sacri. Il tentativo fallisce? sono smantellati i fortilizj, uccisi gl’insorti: riesce? i sollevati comprendono la necessità di unirsi.
Non poca opportunità vi aggiunsero le crociate; per passare a terrasanta molti baroni vendettero od impegnarono i dominj, o per denaro cedettero qualche parte della giurisdizione ai cittadini, che, durante l’assenza loro, rassodarono i diritti, e di nuovi ne acquistarono; mentre gli uomini che combattevano in Palestina s’abituavano alla libera disciplina dei campi, s’accostavano fra loro ed ai padroni, e ne riportavano più libere idee, men servili sentimenti. Quelli poi che fossero capaci di riflettere e di ponderare i civili ordinamenti, dovevano rimanere attoniti allo spettacolo di Venezia, di Pisa, d’altre città marittime, che già si reggevano a popolo: poi nelle Assise di Gerusalemme trovavano un governo, baronale bensì, ma dov’era provveduto anche alla plebe, chiamata pur essa a parte delle discussioni.
Ecco dunque risalire alla dignità civile quei che l’avevano perduta fin dall’invasione dei Longobardi: ecco vincitori e vinti ricondotti sotto una giustizia ed un governo medesimi. E poichè le reliquie degli antichi Romani, sentendo rivalere l’ingegno sopra la forza, tornavano su quelle antiche memorie che un popolo perde per ultima cosa, e che servono spesso di lievito acciocchè l’inerte massa non imputridisca; e i discendenti medesimi de’ conquistatori rispettavano quelli che un tempo avevano soggiogati; perciò si ridestarono i nomi e le forme romane, e i magistrati cittadini non s’intitolarono più scabini alla tedesca, ma consoli.
Adunque in due atti spiegavasi quel movimento: sottrarsi con braccio forte alla dominazione armata, poi colla prudenza costituirsi. Che se era difficile quel primo contro conquistatori armati, difficilissimo è sempre il secondo, e allora viepiù quando di costituzioni non s’aveva alcuna esperienza.
Ma in che consistevano le pretensioni dei Comuni? Domandavano libertà materiale di andare e venire senza pagar pedaggi; di vendere, comprare, possedere il proprio, e lasciarlo ai figli; contrar matrimonj anche fuori del feudo, e con persone di qualsiasi condizione; sicurezza della casa e della persona; una misura fissa nei dazj, nelle decime, nelle prestazioni di corpo dovute al signore, ne’ giorni in cui servirlo colla marra o colle armi, nella retribuzione pel forno o pel mulino privilegiato in tutto il feudo; se qualche bestia si svii, non venga al castellano, ma rendasi al proprietario; possa tagliarsi legna morta al bosco; nessuno arresti un comunista senza intervenzione di giudici; siavi un tribunale a cui richiamarsi anche dei torti ricevuti dal signore, e dove giustificarsi col giuramento o per testimoni, anzichè col duello.
Scossi che si fossero dal giogo, non d’un Tedesco o d’un Franco, ma d’un tiranno, vinto in unanime concorso il contrasto del vescovo o del conte, cercavano un titolo ai loro diritti col farseli non dare ma confermare dal re in quelle che chiamaronsi carte di Comune. I re vi trovavano il proprio conto, perchè, oltre deprimere i feudatari privandoli della giurisdizione, con esse carte davano regole di diritto criminale e civile, traendo a sè una parte sì principale della regia autorità qual è la legislativa, istituendo o convalidando le costumanze locali.
Le carte che ci rimangono, per quanto variate, importano l’abolizione delle servitù personali e delle tasse arbitrarie, assicurato agli abitanti lo scegliersi i magistrati municipali, e data a questi autorità di movere in armi i comunisti quando il credano necessario a tutelare i diritti e le libertà del Comune, sia contro i vicini, sia contro il signore. In quelle medesime ove propriamente veniva riconosciuta una giurisdizione distinta, non si stabiliva già chiaro e preciso in qual relazione starebbe d’allora innanzi il Comune col re, col feudatario, col vescovo, bensì riducevasi in iscritto l’ordinamento sociale interno, tutto ciò che potesse contribuire alla civile sicurezza, e massime all’applicazione della giustizia; la parte ove i popoli sentono più immediatamente la servitù o la libertà.