Uscente il XII secolo, Orvieto formicolava di Manichei, introdotti dal fiorentino Diotisalvi, e da un Girardo di Marsano; e diceano nulla significare il sacramento dell’eucaristia, il battesimo non occorrere alla salvezza, non giovarsi ai morti con limosine ed orazioni. Espulsi questi dal vescovo, comparvero Melita e Giulita, che uomini e donne sedussero con aspetto di santità, finchè il vescovo col consiglio di canonici, giudici ed altri, ne esigliò ed uccise molti. Un Pier Lombardo vi venne poi da Viterbo, contro del quale Innocenzo III deputò Pietro da Parenzo, nobile romano, che ricevuto fra ulivi e palme, proibì i combattimenti che si costumavano in carnevale e che finivano in sangue; ma poichè gli eretici stimolarono a disobbedire, il primo giorno di quaresima si mischiò fiera zuffa, e Pietro fece abbattere le torri donde i grandi aveano ferito il popolo, e diè buoni provvedimenti. A Pietro tornato il papa domandò: — Come hai bene eseguito gli ordini nostri? — Così bene, che gli eretici mi cercano a morte. — Dunque va, persevera a combatterli, chè non possono uccidere se non il corpo; e se t’ammazzeranno, io t’assolvo d’ogni peccato». E Pietro, fatto testamento e congedatosi dalla desolata famiglia, ritornò[296].
Innocenzo mosse in persona contro i molti Manichei di Viterbo, rimbrottò i cittadini che tra quelli sceglievano i consoli, e ordinò che, qualunque ne fosse trovato sul patrimonio di san Pietro, lo consegnassero al braccio secolare per castigarlo, e i beni dividerne fra il delatore, il Comune e il tribunale giudicante[297]. D’altri abbiam ricordo in Volterra, dove gl’inquisitori, a malgrado del vescovo, atterrarono alcune case di eretici in Montieri[298]. Nel 1193 il vescovo di Worms, legato dell’imperatore Enrico VI, venuto a Prato, fece distruggere case e possessi dei Patarini, con severo divieto di dar loro consiglio od ajuto, o di mettere ostacolo a lui quando li facesse incarcerare[299]. Bandi severissimi contro Catari e Patarini e d’altro nome novatori pubblicò Gregorio IX in qualità di sovrano di Roma, volendo fossero mandati al fuoco, o se si convertivano, a carcere perpetuo; e guaj a chi li raccogliesse o non denunziasse. Molti in fatto furono arsi, molti chiusi a penitenza nei monasteri di Montecassino e della Cava.
Come ricettatore d’eretici fu assalito, per insinuazione d’Innocenzo IV, il conte Egidio di Cortenova nel Bergamasco, e distruttone il castello. Molti ne avea Brescia, così sfacciati, che dalle torri scagliando fiaccole ardenti scomunicavano la Chiesa romana. Contro di loro papa Onorio III inviò il vescovo di Rimini, il quale abbattè più chiese da essi contaminate (1225), e le torri dei Gàmbara, degli Ugoni, degli Oriani, dei Bottazzi. Altri in Piacenza bruciò il podestà Raimondo Zoccola; sessanta a Verona frà Giovanni di Schio in tre giorni subito dopo la pace di Paquara (1233). Nè il Regno ne mancava, ed è probabilmente come una protesta contro le costoro predicazioni che un eremita calabrese andava attorno gridando nel dialetto patrio: Benedittu, laudatu e santificatu lu Patre; benedittu, laudatu e santificatu lu Fillu; benedittu, laudatu e santificatu lu Spiritu Santu[300]. Ivone da Narbona scriveva a Gerardo arcivescovo di Bordeaux, come viaggiando in Italia e’ si finse cataro, lo perchè in tutte le città ebbe lietissime accoglienze; e «a Clemona, città celebratissima del Friuli, bevvi squisiti vini de’ Patarini, robiole, ceratia, ed altri lachezzi»[301]. Costoro vescovo era un tal Pietro Gallo, che, scoperto di fornicazione, fu cacciato di seggio e dalla società.
Contraddisse vivamente all’errore Antonio di Padova (1195-1231), nativo di Lisbona, italiano di dimora, che dai Padovani impetrò remissione ai debitori incolpevoli, e che a nome della religione e dell’umana libertà protestò contro Ezelino, il quale diceva aver più paura de’ frati Minori che di qualsiasi persona al mondo. Singolarmente in Rimini combattè gli eretici colla parola e coi miracoli, giacchè una volta non badandogli gli uomini, furono veduti i pesci venir su per la Marecchia, e collocarsi a bocca aperta ad ascoltarlo; un’altra un giumento, da lungo tempo digiuno, si prostrò davanti all’ostia consacrata, benchè il padrone patarino gli porgesse il truogolo dell’avena. Egli fu da Gregorio IX dichiarato arca dei due Testamenti, armadio delle divine scritture; e dai popoli il taumaturgo, il santo; per ornare il cui tempio parvero a gara risuscitare le arti.
Martello degli eretici fu detto san Tommaso d’Aquino; nè men fervoroso apparve san Bonaventura. In Toscana, una matassa di proseliti avea fatti il vescovo Paternon: Gregorio IX aveva ordinato a frà Giovanni da Salerno (1128) compagno di san Domenico e ad altri di procedere giuridicamente contro costui; e il Paternon abjurò, ma ben tosto ricadde, e la potenza de’ suoi settarj lo assicurava d’impunità, e quando per prudenza mutò paese, gli furono surrogati nel ministerio Torsello, poi Brunetto, infine Jacopo da Montefiascone, che con un Marchisiano e un Farnese erano da prima ministri di esso vescovo.
Il primo inquisitore domenicano stabilito regolarmente a Firenze fu frà Ruggero Calcagni, con autorità d’aver tribunale in convento; cominciò un processo nel 1243, citando gran numero di Patarini, ed oltre le pene pecuniarie e la censura ai contumaci, il papa aveva ingiunto alla Signoria di consegnare i rei in mano degli ecclesiastici. Caporioni degli eretici comparivano Baron del Barone e Pulce di Pulce, appoggiati dalla fazione imperiale, e secondati da Gherardo Cavriani e casa sua, Chiaro di Manetto, conte di Lingraccio, Uguccione di Cavalcante, i Saraceni, i Malpresa, e da molte dame, fra cui Teodora Pulce, un’Aldobrandesca, una Contrelda, un’Ubaldina ed altre, che erano sempre le prime a dare impulso alle collette apertesi a favore dei poveri e de’ predicanti. Teneansi le adunanze in casa de’ baroni, che, come dipendenti dall’Impero, rimanevano esenti dalla giurisdizione comunale: Ruggero però ne fece carcerare alquanti, e avendoli i baroni rimessi in libertà, il papa esortò la Signoria a conservar forza alle leggi, e per appoggio inviò frà Pietro da Verona.
Il costui zelo s’infervorò contro di essi; la piazza di Santa Maria Novella era angusta alla folla accorrente per udirlo, sicchè ad istanza di lui la Signoria dovette farla ampliare; la società de’ Laudesi, da lui istituita, cantava Maria e il Sacramento (1244), quasi a sconto degli oltraggi che questi riceveano dai Patarini. Sistemò pure alquanti nobili per guardia al convento dei Domenicani, ed altri che eseguissero i decreti di questi, donde sorse la sacra milizia dei Capitani di Santa Maria[302]. Crebbero allora processi ed esecuzioni, per quanto i signori le gridassero inumane e illegali, e si appellassero all’Impero: e avendo il podestà Pace da Pesannola bergamasco tolto a difendere i Patarini e protestato contro le sentenze, dagl’inquisitori con solennità fu interdetto (1255); ne nasce parte e tumulto, le chiese sono manomesse, di macello contaminati il Trebbio, la Croce, piazza Santa Felicita, finchè i Cattolici riescono superiori.
Segnalato per tanto zelo, Pietro viene a farne prova sui Cremonesi e Milanesi, i quali, esacerbati dalle battaglie mal riuscite contro Federico II, bestemmiavano il cielo, insultavano ai riti, e sospendeano capovolti i crocifissi. Cominciò egli la persecuzione; ma Stefano de’ Gonfalonieri di Agliate e Manfredi da Olirone congiurarono, e lo fecero uccidere mentre passava da Milano a Como. Egli trafitto intrise il dito nel proprio sangue, scrisse per terra Credo, e spirò (1252). D’egual moneta aveano i Patarini pagato frà Rolando da Cremona sulla piazza di Piacenza mentre predicava: Pietro d’Arcagnago, frate Minore, fu scannato in Milano presso Brera per opera di Manfredo da Sesto caporione dei Patarini lombardi con Roberto Patta da Giussano; frà Pagano da Lecco, trucidato co’ compagni mentre andava a stabilire l’Inquisizione in Valtellina; ed altri. Nel 1279, avendo gl’inquisitori condannata al fuoco una Tedesca in Parma, i cittadini insorsero, saccheggiando il convento de’ Domenicani, alcuni anche ferendone, talchè i frati a croce alzata partirono. Ma il podestà e gli anziani e i canonici li seguirono e gl’indussero a tornare, promettendo rifarli dei danni e punire gli offensori[303].
A Pietro da Verona, subito venerato col nome di san Pietro Martire, successe frà Ranerio Saccone suddetto, che spianò la Gatta ritrovo degli eretici (1259), e fece bruciare i cadaveri di due loro vescovi, Desiderio e Nazario, tenuti in venerazione; nè si rallentò finchè Martin Torriano nol fe cacciare.
Nè per tanto Milano restò purgata, e vi levò rumore una Guglielmina, diceano oriunda di Boemia e di gente reale, e che spacciava essere lo Spirito Santo incarnato; da Raffaele arcangelo annunziata a sua madre il dì della Pentecoste, come mandata a redimere i Giudei, i Saracini e i cattivi Cristiani; dover morire, poscia risorgere, ed elevare al cielo l’umanità femminile. Quanto visse, il popolo la venerò; morta, fu tumulata splendidamente a Chiaravalle, casa de’ Cistercensi presso Milano, e tenuta in conto di santa: ma poi l’Inquisizione cominciò ad esaminare i miracoli spacciati, e il vulgo colla solita versatilità suppose che le adunanze de’ suoi proseliti fossero convegni di nefandi peccati; onde le ossa di lei furono gettate alle fiamme coi primarj suoi seguaci.