Anche alcuni frati Minori, lasciata la loro religione, viveano solitarj, affettando estremo rigore, ed erano chiamati Fraticelli, Bizocchi, Beghini, principalmente negli Abruzzi e nella marca d’Ancona, ed ebbero a maestri un frà Pietro da Macerata e frà Pietro da Forosempronio. Scoperti di errori, vennero condannati e perseguitati (vedi Cap. CXVII).
Gerardo Segarella, frate Minore di Parma, dedito alla contemplazione, e fissando un quadro ov’erano rappresentati gli Apostoli avvolti in mantelli cogli zoccoli e la barba, credette doverli imitare in quel vestito, e fin nel circoncidersi e farsi fasciare e adagiare in cuna al modo del celeste bambino. Formò seguaci che si dissero Apostolici; vendette quanto possedeva, e dalla ringhiera di Parma gittò il denaro a una ciurmaglia che giocava; ed iva predicando, da chi creduto santo, da chi sentina di vizj. Opisone vescovo il fe cogliere (1280) e metter prigione; ma egli si finse pazzo, onde tenuto cortesemente in vescovado, divenne ludibrio del servidorame; poi sbandito, e di nuovo al fine richiamato, convinto di vizj, fu bruciato il 18 luglio 1300.
Frà Dolcino e Margherita sua donna predicavano attorno a Novara, togliendo ogni restrizione fra i sessi, e permettendo lo spergiuro in cose d’inquisizione; traevansi dietro migliaja di proseliti, sinchè, per ordine di Clemente V, furono cerchiati ed uccisi[304].
L’Inquisizione fu ammessa in Venezia il 1286, composta di tre giudici, che erano il vescovo, un Domenicano, e il nunzio apostolico, sotto la sorveglianza dei magistrati ordinarj; nè poteano sedere in tribunale senza commissione sottoscritta dal doge. Procedere doveano puramente contro l’eresia; non contro Turchi ed Ebrei che non erano eretici; non contro Greci, perchè la loro controversia coi papi non era per anco stata risolta; non contro i bigami, perchè il secondo matrimonio essendo nullo, aveano violato le leggi civili, non il sacramento; gli usuraj pure non intaccavano alcun dogma; i bestemmiatori mancavano di riverenza alla religione, ma non la negavano; neppure stregoni e fatucchiere doveano essere passibili a quel tribunale, se non si provasse che avessero abusato de’ sacramenti.
Agli erranti la Chiesa contrastava anche col crescere devozione alle cose che da quelli erano conculcate. La compagnia dei Laudesi dalla Toscana erasi propagata nella Lombardia. Giovanni da Schio, il famoso paciere, instituì il pio saluto del Sia lodato Gesù Cristo. La venerazione verso il Sacramento fu cresciuta da miracoli che allora si narrarono: Urbano IV estese a tutta la Chiesa la festa del Corpus Domini, e Tommaso d’Aquino ne compose la bella uffiziatura. A Maria poi si tributò l’entusiasmo col quale i cavalieri veneravano le dame loro; e il dogma dell’immacolata sua concezione fu sostenuto fervorosamente dai Francescani; ad onore di lei si formò un salterio sulla forma del davidico; di lei parlarono Pier Damiani, Bernardo, Bonaventura, con un ardore che rimembra quel dello sposo de’ Cantici; e fu una gara di circondarla colla poesia del perdono e con fiori di tenerezza. L’ave Maria si rese generale verso il 1240. San Domenico introdusse il rosario; divozione che fu poi connessa alla ricordanza della vittoria di Lèpanto (1573), quella in cui fu decisa la superiorità de’ Cristiani sopra i Turchi, nell’ora appunto che in tutto l’orbe cattolico recitavasi quella semplice formola di saluto, di congratulazione, di condoglianza, di preghiera.
Maria ispira le opere d’arte d’allora: il suo scapolare, propagato dai monaci del Carmelo, orna il petto di tutti, come una divisa di combattenti contro le passioni: ai tre ordini del Carmelo, dei Serviti, della Mercede sotto gli auspizj di lei, quello s’aggiunge dei Gaudenti, da Linguadoca passati in Italia (1208), ove singolarmente si resero memorabili. Continuavano essi a vivere nel mondo e nel matrimonio, «solo imposto odiare e fuggire il vizio, desiare e seguir la virtù, ed alcuna soave soavissima regola, data in segno di onestà, in remissione d’ogni peccato, ed in premio d’eterna vita» (Frà Guittone).
CAPITOLO XC. La Scolastica. Efficacia civile del Diritto romano e del canonico. Le Università. Le Scienze occulte.
Questi conflitti della ragione contro l’autorità, questo esame delle credenze, quest’indipendenza del pensiero attestano che non fosse così servile la fede, così intera l’ignoranza, come cianciano alcuni.
Hanno intitolato il decimo secolo di tenebre e di ferro, giacchè, cessato l’impulso dato da Carlo Magno, alle grandi sventure soccombeva ogni tentativo di pacifiche ricerche. Eppure un chierico di Novara interrogava per lettera i monaci di Reichenau, se tenessero per Aristotele il quale non crede agli universali, o per Platone che gli ammette; ed essi rispondeano, entrambi godere tale autorità, che non si osa l’uno all’altro preferire[305]. Dunque conoscevansi i grandi pensatori, si studiava, si dubitava, si chiedeva, s’intrecciavano su ciò corrispondenze lontane, si agitavano le quistioni supreme, e fra gente incatenata alle regole durava l’indipendenza del pensiero, esercitata nei modi del tempo. Chi sia imbevuto de’ pregiudizj filosofistici dee restare attonito allorchè di buona fede osservi come, nella neghittosa ignoranza de’ chiostri, il bisogno del pensare agitasse que’ monaci vilipesi; come senza scrupolo e senza apprensioni usando della propria ragione, affrontassero i problemi cardinali dell’intelligenza.
Le scienze, giusta la divisione di Marciano Capella, erano distribuite in sette, formanti un trivio e un quadrivio: al primo appartenevano la grammatica, la retorica, la dialettica; al secondo l’aritmetica, la geometria, l’astronomia, la musica[306].