Ma come la religione era base della società, così scienza capitale la teologia; nè quasi altri che il clero avea tempo e mezzi di volgere l’attività dagl’interessi del secolo a quelli della dottrina e della verità. I primi Padri del cristianesimo aveano fondata la loro scienza sulla Bibbia, spiegandola e commentandola giusta il sentimento loro particolare e quel della Chiesa. I successivi arrestarono lo studio su quelli, facendone estratti e catene per proprio comodo, onde all’uopo fiancheggiarsi delle loro asserzioni: e come la giurisprudenza romana sopra certi assiomi, così la teologia posava sull’autorità, limitandosi ad applicarla con argomentazione sottile, affar di logica e nulla più, trascurando l’indagine dei fatti e il sentimento della realtà.
Boezio, usando la filosofia greca e pagana per raffinare la scienza cristiana, nell’Organon svolse il raziocinio senza intaccare la fede, e divenuto autore universale, abituò gl’intelletti a una rigorosa coerenza di discutere, dimostrare, difendere, impugnare per via di regole prefinite; quella dialettica insomma, che prima l’italiano Zenone d’Elea aveva insegnata, e che fu delle primarie coadjutrici della scienza greca, ma che, se si restringa a pure forme e categorie, impaccia la ragione, mentre intende soccorrerla. Tale divenne nelle scuole, onde prese il nome di scolastica, troppo a torto derisa.
Questa geometria della ragione mette innanzi precisamente il suo teorema, da principj inconcussi deduce con raziocinio serrato, senza abbellimenti nè svaghi, valendosi solo di parole chiaramente definite, eliminando le idee vaghe e i termini equivoci, e procedendo sempre dal noto all’ignoto. Que’ principj generali indubitabili non potea darli che la rivelazione. Si esercitavano sulle due nozioni fondamentali del Creatore e della creatura, per trovarne e chiarirne la relazione ch’è la fonte d’ogni morale, e conciliare la fede rivelata colla ragion pura e coi fenomeni della vita esterna; limitavansi insomma a difendere e chiarire dogmi parziali, a vedere in che modo accettar la rivelazione e conoscere il sentimento comune, rinunziando alla disputa non appena la Chiesa avesse sentenziato.
Nulla più facile che l’abusare della logica. Il minuzioso speculare disgiunto dall’applicazione, dalla sperienza, dalla erudizione, da ogni bellezza, le frivole distinzioni, il sillogizzare non tanto per raggiungere la verità, quanto per uniformarsi a certe regole o per avviluppare gli avversarj, il puntigliarsi fin sulla distinzione di sillabe, congiunzioni, preposizioni, e innestare alla dialettica quanto di vano comprendevano la grammatica e la geometria affine di dimostrare ogni cosa, perfino i contrarj, furono gli abusi della Scolastica, che mettendo la disputa per iscopo non per mezzo, e confondendo il metodo colla sostanza, faceva invanire e delirare nella presunta onnipotenza della logica.
Suo oracolo era Aristotele, per verità maestro eccellente, perchè in esso trovasi anche la critica degli altrui sistemi e il modo di confutarli, mentre Platone non dà che il proprio dogma. Ma lo Stagirita che erige in principio supremo la natura, come poteva essere l’oracolo d’una scienza tutta religiosa? Poi esso giungeva in Europa nelle versioni e commenti de’ Musulmani e degli Ebrei, che gli aveano prestato assurdi sentimenti e sofisterie. I nostri, nel tradurre quelle traduzioni, nuovi errori vi sovraposero; nè la critica e la filologia sapevano riconoscervi l’alterazione, mentre l’idolatria professatagli impediva di crederlo in fallo. Anzichè duce, ne venne un ingombro d’errori, fatica erculea a quelli che voleano conciliarli colla teologia dogmatica. Più tardi Federico II ne procurò una versione sopra il testo greco, e la fece deporre nell’università di Bologna; Manfredi suo figlio la spedì a Parigi: ma nulla ce ne rimane per poter dire quanto avviasse alla retta intelligenza di quello che per antonomasia chiamavasi l’Autore.
Quest’esclusiva predilezione incagliava lo sviluppo cattolico delle scienze, e le logiche speculazioni sviavano dalle ricerche storiche, baloccandosi attorno a frivole quistioni. Cosa faceva e dove stava Iddio prima di creare? se nulla avesse creato, qual sarebbe la sua prescienza? potè egli fare le cose in altro modo da quel che le fece? v’ha tempo in cui egli conosca più cose che in un altro? può fare che ciò che è non sia, e per esempio, che una meretrice sia vergine? Iddio, incarnandosi, si unì all’individuo od alla specie? il corpo di Cristo alla destra del Padre sta seduto o in piedi? e le vesti con cui comparve agli apostoli dopo risorto, erano reali od apparenti? e le assunse con sè in cielo? e ve le tiene ancora? e nell’eucaristia sta nudo o vestito? che divengono le specie eucaristiche dopo mangiate? in qual maniera s’operò l’incarnazione nel seno di Maria? san Paolo fu rapito al terzo cielo nel corpo o senza? il pontefice potrebbe cassare i decreti degli apostoli, e formare un articolo di fede? o abolire il purgatorio? è semplice mortale, o una specie di divinità? e tutta la Bibbia diveniva un’arena di disputazioni, secondo che gli uni vi rintracciavano il senso letterale, altri l’allegorico, altri il mistico. Censurare, come si fa, la scienza per gli abusi che ne derivarono, è ingiusto come di chi condannasse la letteratura odierna a cagione de’ giornalisti; e tanto più che quelle formole e quello spineto non erano frutto della barbarie, ma già si trovano ne’ dialettici antichi, anzi in Aristotele stesso.
La Chiesa non soffogava quell’attività, ma stava in occhi a tutelare i dogmi, e ben presto fu chiaro che con questi tutelava la verità e la ragione. Accortasi degli errori che rampollavano sopra la dottrina aristotelica, talora ne proibì l’insegnamentò: onde altri si diedero a sceverare due ordini di verità, la filosofica e la religiosa: e lasciando arbitri di questa i santi Padri, discutevano secondo Aristotele i fenomeni dell’intelletto, l’origine e il valore delle idee, i fondamenti della conoscenza, in somma la metafisica.
Altri hanno faticosamente tratteggiato i procedimenti del pensiero in que’ secoli mal conosciuti; e noi, limitandoci alle glorie italiane, ricorderemo gl’insigni Lanfranco di Pavia e Anselmo d’Aosta, che in Inghilterra rappresentarono il principio spirituale a fronte del potere politico. Il primo, nato da famiglia senatoria (1005-89), educato nelle scuole di arti liberali e di legislazione secondo il patrio costume[307], andò frate, e non sentendosi vigore bastante pei lavori campestri a cui si dedicavano i monaci, già godendo grido di dialettico e giureconsulto nella patria scuola de’ giudici longobardi, recossi in Normandia. Aggresso da masnadieri e lasciato avvinto a un albero tutta la notte, aspettando la morte volle pregare, e trovò che neppur una preghiera sapeva a memoria. Vergognoso, stabilì darsi tutto a Dio, e liberato da alcuni passeggeri, si fe da loro indicare il convento più umile e povero. Gli nominarono Bec, ed egli vi si rese, subì un severo noviziato, tacendo per tre anni, e quando leggeva in refettorio, il priore lo rimproverava di proferir male il latino: una volta lo corresse dell’aver fatta lunga la seconda di docere, e il valente dottore si rassegnò a proferirla breve, stimando un errore di prosodia minor male che una insubordinazione.
In questa docilità imparò a comandare, e presto fu assunto arcivescovo di Cantorberì, a consigliere e ministro di Guglielmo conquistatore dell’Inghilterra; e sostenendo l’interesse cattolico in quell’isola dopo soggiogata dai Normanni, favorì a questi perchè credea giovassero a quello. Negl’impacci di chi è a parte dell’autorità e sembra farsene strumento, quante volte ribramò e chiese la solitudine del suo chiostro, ove ad assicurar la pace della coscienza basta una cosa, obbedire! Ma il terribile conquistatore spesso correggeva o frenava; udendo un cortigiano paragonare la reggia alla maestà del cielo, come avrebbe potuto fare un poeta napoleonico, esortò a farlo vergheggiare perchè più non osasse bestemmie tali: se accondiscese a Guglielmo, seppe evitare il conflitto che prevedeva imminente col potere ecclesiastico.
I tanti affari non lo distolsero dagli studj, e risuscitando l’arte critica, confrontò, corresse i testi che Berengario avea falsati per negare la presenza reale nell’eucaristia: sviluppandosi dalle fasce scolastiche, spaziò in modo oratorio; e riprovando la sottigliezza dei tropi e dei sillogismi e l’inane dialettica d’Aristotele, chiama sapiente chi conosce e glorifica Dio, e pienezza della dottrina l’intenderne il mistero e la sapienza.