Discepolo suo, e successore nel priorato di Bec, poi nell’arcivescovado, Anselmo d’Aosta (1033-1109), con fermezza calma e dolce, non affrontando la persecuzione, ma non isviando punto dal sentiero per evitarla, intelletto elevato e cuor puro, carattere amabile che traeva grandezze dalla fede profonda e dall’amor di Dio, per sagacia e pietà fu qualificato un secondo Agostino, e sulle traccie di questo diede dimostrazioni ancor venerate sopra l’essenza divina, la trinità, l’incarnazione, la creazione, l’accordo del libero arbitrio colla Grazia. I suoi monaci l’aveano pregato a valersi di forme agevoli, e d’argomenti adatti alla comune capacità, e provare per via di raziocinj rigorosi e necessarj[308]: e in fatto nel Monologium s’industria a spiegare la scienza delle cose soprannaturali per via di razionali principj, cercando l’alleanza della fede colla ragione, proteggendo la religion naturale e la rivelata da tutte le objezioni mediante un argomentar sottile; estendendosi anche alla metafisica e alla fisica, che speculano l’una sulla parola rivelata, l’altra sulla natura manifestata dai sensi; e digredendo su altre materie non immediatamente connesse col dogma. Al supremo problema dell’intelletto cercò egli spiegazione nell’idea universale, la quale non potrebbe sussistere come percezione dello spirito senza la realità dell’oggetto; eccedette fosse quella della perfezione infinita di Dio, il quale nell’ordine logico sta a capo di tutte le idee, come di tutti gli esseri nell’ordine reale.
Lo stolto che dice Non v’è Dio, concepisce un essere a tutti superiore, sebbene affermi che non esiste. Affermazione assurda, atteso che quest’ente resterebbe inferiore a un altro che a tutte le perfezioni congiungesse l’esistenza. Sono gli argomenti stessi che furono svolti poi da Cartesio; ed un monaco dell’XI secolo trovava e precisamente esponeva la sola prova compiuta e soddisfacente dell’esistenza di Dio, cioè elevava la coscienza fino alla nozione dell’essere, ed edificava una teologia dottrinale sovra un concetto della ragione. Mettendo in scena un ignorante che cerca la verità colla scorta dell’intelletto puro, vuol mostrare che la ragione non riprova ma comprova le verità rivelate; e protestando insieme che la fede non cerca comprendere ma credere, chiaramente determina i confini della filosofia e della teologia.
Ricondurre le quistioni scolastiche al punto ove i padri le aveano lasciate fu l’assunto di Pier Lombardo (1100-1164), fanciullo novarese, mantenuto per carità agli studj, poi vescovo di Parigi. Nei quattro libri Sententiarum raccolse in un ordine alquanto arbitrario le proposizioni dei santi Padri intorno ai dogmi, sicchè non rimanesse che d’applicarle nelle varie quistioni. Ma poichè delle difficoltà esposte non porgeva la soluzione, apriva campo a troppe dispute dialettiche ed a sottigliezze, per quanto egli richiamasse continuo verso gli studj positivi e i monumenti della prisca filosofia cristiana. Inoltre dava in argomenti speculativi: — Iddio padre, generando suo figlio, generò se medesimo o un altro Dio? generò di necessità o per elezione? egli stesso è Dio spontaneamente o necessariamente? Gesù Cristo potea nascere d’una specie d’uomini differente dalla stirpe d’Adamo? potea prendere il sesso femminile?» accettava autorità apocrife; e quando la logica gli paresse condurre a conclusioni diverse dalla fede, diceva: — Su questo punto amo meglio udire altri, che non parlare io stesso». Pure il maestro delle sentenze, com’egli fu titolato, rimase il testo delle scuole, ebbe replicate edizioni ne’ primi tempi della stampa; Racine, nel ristretto di storia ecclesiastica, gli dà ducenventiquattro commentatori, che, a detta del conte di San Raffaele, si potrebbero facilmente raddoppiare; e fin a mezzo il secolo passato l’università di Parigi celebrava l’anniversario di lui con esequie assistite da tutti i baccellieri licenziati.
D’altra levatura e originalità fu Tommaso dei conti d’Aquino (1227-74), castello di cui vedonsi gli avanzi presso Montecassino. Pronipote di Federico Barbarossa, cugino di Enrico VI e di Federico II, discendente per madre dai principi normanni, abbandonò le delizie e le speranze della condizione sua per vestirsi domenicano, malgrado de’ parenti. Gracile di salute, taciturno, assorto nelle meditazioni, i condiscepoli canzonando quel suo fare semplice, gli occhi incantati, la bocca chiusa, lo chiamavano il bue muto di Sicilia. Ma ben presto mostrò intelletto filosofico s’alcun mai, erudizione estesissima, passione de’ grandi risultamenti; e a quarantun anno si propose coi materiali sparsi della scienza coordinare la prima volta in sistema compiuto la teologia e la filosofia. I conflitti che da dodici secoli la Chiesa sosteneva intorno ai fondamentali articoli della fede, e quanto aveano insegnato, approvato, riprovato i Padri, i dottori, i papi, i concilj, compendiò in un volume. La scienza e l’erudizione tutta che al suo tempo avessero Cristiani od Arabi, svolse sotto la forma del sillogismo, in maestosa sintesi tendendo a riprodurre l’ordine assoluto delle cose, Dio uno, la Trinità, la creazione, le leggi del mondo, l’uomo, la Grazia; e opporre la verità agli errori moltiformi che venivanle opposti dal Corano, dal Talmud, dal manicheismo. Ch’egli si occupasse di scienze al tempo suo non esistenti, o usasse una lingua che l’età sua non gli dava, nessuno lo pretenderà; mentre eccitano meraviglia la chiarezza, la brevità nervosa, la schietta indagine della verità, che con bella e profonda definizione egli fa consistere in un’equazione tra l’asserto e il suo oggetto[309].
All’ispirazione ed elevazione dei primi Padri non arriva egli, ma porge formole dotte e profonde distinzioni, il suo metodo consistendo nell’appoggiare col sillogismo una maggiore assiomatica, data da quelli. Pertanto posa un teorema, poi sillogizza tutte le opposizioni filosofiche (videtur quod non), mettendo l’objezione condensata, multipla, in tutta la sua forza, per modo che poterono da lui attingere eresie e difficoltà quanti ebbero la mala fede di sopprimere le risposte. Non si ferma a confutarla, ma in contraddizione (sed contra) adduce alcuni passi di Aristotele, della Bibbia, dei Padri, principalmente di sant’Agostino, e prova conciso e preciso, facendo brillar la vera luce accanto alla falsa, sicuro che ne risulterà la certezza. Allora ripiegandosi sopra l’objezione, la distrugge invincibilmente (conclusio) collocando la sua risposta in termini concisi, enucleandoli poi dialetticamente, e non di rado con poche parole d’inarrivabile precisione recidendo avviluppatissimi problemi; e adoprandovi un mirabile buon senso ognora calmo, imparziale, lontano da sistematiche esclusioni, disposto ad accettar tutto il vero, approvare tutto il buono.
Quanto al fondo, sostiene che la scienza deriva da Dio e a Dio si riferisce, atteso che il filosofo, sempre in traccia del primo ente e della cagion delle cose, e proponendosi il perfezionamento dell’uomo, è costretto elevarsi alla causa ed alla ragion prima. E siccome nella società umana dirige colui che maggiore intelletto possiede, così nelle dottrine quella che si occupa delle cose più intelligenti, cioè la metafisica, scienza dell’essere in generale e delle sue proprietà, che considera le cause prime nella loro purezza e comprensibilità maggiore.
Scienza di Dio, dell’uomo, della natura, la teologia risale a Dio per contemplarlo, e col raggio che ne attinge discende la scala del creato illuminando le sfere inferiori. Fra i corpi puramente materiali e il mondo delle pure intelligenze, riflesso della vita e delle perfezioni di Dio, sta l’umanità, partecipe degli uni e degli altri: tre mondi connessi da legami infiniti, donde risultano l’ordine naturale e il soprannaturale, e in seno all’opera di Dio nasce l’opera dell’uomo, mediante la libertà creata. Di qui la mistura di bene e di male, di verità e di errore, che costituisce la storia umana. Delle creature alcune sono assolutamente immateriali, altre materiali, altre miste; e nel formarle Iddio si propose il bene, cioè di assimilarle a sè. Del qual bene partecipano anche i corpi, in quanto possiedono l’essere e sono l’effetto della bontà divina; e concorrono alla perfezione dell’universo, che deve contenere una gradazione di esseri, gli uni subordinati agli altri secondo che più o meno perfetti. Chi li consideri uno ad uno, non ne vede che l’inanità: ben altrimenti chi li guardi come istromenti degli spiriti; avvegnachè tutto ciò che si riferisce all’ordine spirituale appar più grande quanto più viene conosciuto.
Culmine della creazione è l’uomo, il cui spirito vive di triplice vita, la sensiva, la vegetativa e la razionale, la quale ancora si divide in intelligente e volitiva. A quest’ultima san Tommaso assegna regole rettissime, giacchè fondate sugl’insegnamenti della Chiesa: ma poichè il nostro lavoro verte tanto sulla scienza degli Stati, noi lasceremo il resto per arrestarci alquanto sul diritto e la politica di lui, che insomma sono quelli professati dal clero, quand’anche non applicati.
Fonda Tommaso la sua teoria del diritto sopra la legge. Questa è quadrupla: l’eterna, legge del governo divino generale del mondo; la naturale, partecipazione della legge eterna, valevole per tutti gli enti finiti razionali; l’umana, riferibile alle condizioni particolari degli uomini; la divina, che consiste nell’ordine di salute da Dio stabilito nella sua speciale provvidenza per gli uomini. Il diritto nello Stato è naturale, fondato nella natura invariabile dell’uomo, o positivo, stabilito per convenzione o promessa: e concerne solo la legalità degli atti esterni, mentre la giustizia interiore impone di fare il giusto per amor di Dio.
La legge è una misura imposta ai nostri atti, un motivo che ci spinge o distoglie dal fare, una dipendenza della ragione: ed ha per iscopo il ben essere comune. Dovendo il fine essere adempito da chi vi ha interesse immediato, le leggi saranno opera di tutto il popolo, o di chi del bene di esso è incaricato; e però la legge può definirsi «un ordine ragionevole a comune vantaggio, promulgato da chi ha cura del pubblico interesse». Diretta a mantenere la pace e propagare la virtù fra gli uomini, deve conformarsi alla giustizia pel fine che si propone, per l’autore da cui deriva, per le forme che osserva, cioè mirare al bene dei più, non trascendere l’autorità del legislatore, ed equamente distribuire i pesi che ciascuno dee portare pel comune vantaggio. È ingiusta ove s’opponga al bene relativo dell’uomo, o al bene assoluto che è Dio: e in tal caso non è legge ma violenza, nè obbliga al fôro interno, se non fosse per gli scandali che produrrebbe la trasgressione. E per natura e per ragione si deve a gradi procedere dal meno al più perfetto; onde i cangiamenti nella legislazione sono giustificati dalla mobilità della ragione, dalla mutabilità delle circostanze. Popolo pacifico, grave, oculato ai proprj vantaggi, ha diritto di scegliere i suoi magistrati; lo perde se corrotto.