Vuolsi che durino la città e la nazione? tutti abbiano parte al governo generale, acciocchè tutti sieno interessati a mantenere la pace pubblica; nella forma politica le autorità si bilancino. La più destra combinazione sarebbe un principe virtuoso, che sotto di sè ordinasse un certo numero di grandi cariche per governare secondo l’equità, cernendoli da ogni classe e sottoponendoli ai suffragi della moltitudine, col che associerebbe al governo l’intera società. Il principe deve al suddito la fedeltà stessa che ne esige: se avvilisce Dio ne’ poveri, imita i soldati che percotevano Cristo colla canna messagli in mano: se grava le imposte, pecca d’infedeltà agli uomini, d’ingratitudine a Dio, di sprezzo agli angeli custodi, sopra i quali ricadono le offese recate ai loro custoditi.
Colpa mortale sarebbe la ribellione contro alla giustizia e all’utilità comune, non il resistere e combattere pel pubblico bene. Principe che si propone il personale soddisfacimento anzichè la comune felicità, cessa d’essere legittimo, e l’abbatterlo non è più sedizione, se pur non si operi con disordine tale da cagionare mali maggiori della tirannia stessa. Il tiranno si tiene fra certi limiti? convien tollerarlo per cansare pericolo di peggio; eccede? può essere giudicato e anche deposto da un potere regolarmente costituito: attentare contro la sua persona per fanatismo e vendetta non è mai lecito.
Su questi larghi principj posavasi il liberalismo, che la Scuola talora spinse fin al di là; donde la taccia che il secolo nostro, ipocrito in parole come sguajato in fatti, le dà di avere giustificato il regicidio. Al moderno diritto delle genti pose Tommaso le fondamenta, che lo distinguono dal micidiale degli antichi: e certi missionari d’un nuovo cristianesimo, che credono nati jeri i concetti della libertà e dell’eguaglianza, stupirebbero leggendo quel che Tommaso pensava della nobiltà[310].
Ma come la pensava egli sul propagare la fede per mezzo della forza? Degli Infedeli alcuni non abbracciarono mai la fede, come Pagani ed Ebrei; altri ne disertarono, come gli eretici e gli apostati. Questi sono mentitori d’una promessa, e ne sono puniti: gli altri non devono per verun modo essere forzati alla fede, ma solo a non manometterla con bestemmie, con prediche, con violenze. I fedeli muovono spesso guerra agl’infedeli, non già per costringerli a credere, ed anche dopo la vittoria se ne lascia libertà al prigioniero, ma perchè non impediscano ai credenti il convertirsi o il perseverare[311].
Sì grand’uomo, eppure umilissimo, ricusò nell’Ordine ogn’altra dignità fuor quella di definitore: e nella contemplazione talmente restava assorto, che navigando non s’accorse d’una fiera burrasca; tenendo una candela non sentì da quella bruciarsi il pugno; sedendo al banchetto col re di Francia, repente battè sulla tavola esclamando: — Ecco un argomento invincibile contro i Manichei». La leggenda dice che, avanti morire, stava davanti a un Crocifisso, e questo piegossi, e dissegli: — Tommaso, bene hai scritto di me: qual ricompensa domandi? — Niun’altra cosa che voi stesso», egli rispose. Quando poco dopo si trattò di canonizzarlo, gli oppositori notavano ch’e’ non aveva operato miracoli; ma papa Giovanni XXII esclamò: — Ne fece tanti, quanti articoli scrisse»; e soggiungeva: — Tommaso rischiarò la Chiesa più che tutti insieme i dottori, e maggior profitto si trae dallo studiare un anno agli scritti suoi che dal leggere tutta la vita que’ degli altri».
Diversa eppur non avversa alla scolastica argomentatrice, la scuola mistica cercava non esercizio allo spirito ma nutrimento all’affetto; tutto riconduceva al sentimento ed alla contemplazione, assegnando i gradi onde con questa elevarsi al primo vero; in luogo dell’arida dialettica adoperava linguaggio immaginoso, simbolicamente interpretando la natura appoggiandosi sulla misteriosa attrazione verso il bene assoluto e l’infinito, e sulla dilezione estatica, fondo della nostra sensibilità.
Giovanni Fidanza da Bagnarea (1221-74) fu salvato da una malattia infantile per intercessione di san Francesco, il quale disse a sua madre: — È una buona ventura»; onde vestitosi francescano, fu noto col nome fratesco di Bonaventura. Dotto di tutta la scienza d’allora, sommesso insieme e indipendente, cautamente valutando le forze relative della credenza e dell’intelletto, tentò conciliare Aristotelici, Platonici, Arabi; cioè il raziocinio e l’intuizione, il misticismo e la didattica dirigere in armonia, non ad arguzie curiose, ma a supreme quistioni. Non che negare ogni certezza ai sensi, tende a rintegrare l’infallibilità della ragione, facendo che Dio abbia poste le premesse nell’intelletto, e conformatolo in guisa che sia costretto assentire al vero, non come ad una percezione nuova, ma quasi riconosca cose innate in sè. Osò anche tentare un albero enciclopedico dell’umano sapere, men lodato, non men lodevole di altri posteriori[312], e che mostra come sapessero d’alto luogo riguardare la scienza questi Scolastici cui si dà taccia di angusti e meschini.
Bonaventura fu noverato fra’ più insigni del tempo: quando san Tommaso suo amico gli domandava da quai libri traesse tanta scienza, gli mostrò il crocifisso; e tutte pietà sono la sua Vita di san Francesco, lo Specchio della Vergine, l’Itinerario dell’anima al cielo. A forza di preghiere si fece esonerare dall’andare arcivescovo di York; e stava lavando le scodelle quando gli fu annunziato che era fatto cardinale. Alle sue esequie assistettero Gregorio X, il re d’Aragona, cinquanta vescovi, sessanta abati, più di mille preti; ottant’anni dopo morto fu canonizzato, e iscritto col titolo di serafico[313] fra i dottori della Chiesa, dopo Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio Magno e l’Aquinate.
Anche la scuola contemplativa ebbe i suoi deliramenti, e Giovanni di Parma pubblicò un Introduttorio all’evangelo eterno, ove annunziava che, siccome il Testamento antico avea dato luogo al nuovo, così questo non bastava più alla perfezione, e un altro ne verrebbe tutto d’intelligenza e di spirito. Altri caddero nel panteismo e nella negazione del proprio essere, ed applicati alle scienze s’abbujarono nell’astrologia e nell’alchimia.
Del diritto romano mai non erasi perduta affatto la memoria; ma quella legislazione è troppo complicata e dotta per gente incolta, troppo difficile ad armonizzare col sistema barbaro. Si dovette dunque applicarsi ad agevolare l’uso quotidiano del gius longobardo, e ridurlo a sistema per via d’un testo intelligibile, di dichiarazioni, di formole di processo. A ciò diede principale opera la scuola di Pavia, che volta solo alla letteratura nei tempi de’ Carolingi, da quelli di Ottone I vi unì la giurisprudenza, e compilò il Liber legum Longobardorum. I maestri di quella erano anche giudici, e accoppiando la teoria alla pratica, e conoscendo il diritto romano, composero una glossa che fu equiparata al testo legale. Ebbero nome tra essi Sigefredo, Guglielmo, Bajlardo, Buonfiglio, e quel Lanfranco da Pavia, di cui dicemmo[314]. Man mano che le città italiane crescevano di ricchezze, di commercio, di potenza, occorreano nuove complicazioni, cui non era sufficiente il diritto germanico, mentre si trovavano risolte nel romano; sicchè a questo applicaronsi gl’ingegni, costituendo una nuova classe di cittadini, i giureconsulti.