Quando i Pisani espugnarono Amalfi nel 1135, ne tolsero l’unico esemplare delle Pandette, e Lotario II in benemerenza lo cedette a loro, decretando che nella pratica si sostituisse il gius romano al germanico, e cattedre per insegnarlo. Così dicono: ma nessun vide questo diploma, ed è dimostrato che in verun tempo le Pandette erano cadute in dimenticanza[315]; sicchè questa è una novella che traduce in racconto di tempo e di luogo determinato un avvenimento d’incerta origine. Esso codice fu gran tempo custodito a Pisa come una reliquia, nè mostrato che con solennità, poi trasferito a Firenze, monumento d’altre vittorie, ove può non difficilmente vedersi in quel tesoro di manoscritti ch’è la biblioteca Laurenziana. La scrittura il prova contemporaneo di Giustiniano; e che sia l’unico originale risulterebbe da questa bizzarria, che avendovi il legatore per isbaglio trasposto un foglio, tutti gli esemplari conosciuti hanno l’errore medesimo, come materialmente trascritti. Eppure sembra che i glossatori possedessero altri testi, collazionando i quali ne formarono uno bolognese, detto la vulgata: pure la loro rarità è attestata dall’importanza attaccata al possesso di questo codice, la cui scoperta e il trionfo menatone fissarono su quello l’attenzione dei molti che la progredita civiltà avea disposti ad una legislazione più raffinata. Allora dunque lo studio del romano diritto penetra nelle scuole, in gara colla teologia e la scolastica, mentre s’applica alla vita.

Irnerio, che prima aveva insegnato grammatica, passò a leggere le Pandette a Bologna sua patria (1100-20); e i giovani che trassero in folla a questa scienza nuova, reduci ai loro paesi, ne applicavano i canoni ai casi particolari, se non altro come supplemento alla legge locale. Restano in gran parte le glosse di quest’illustre, e memoria d’altre opere sue ad uso della scuola, dalla quale poi si staccò per servire all’imperatore. Pensator rigoroso, trasse ogni cosa dal proprio capo, ignorando i lavori intorno al diritto, fatti o tentati ne’ secoli precedenti[316].

Si nominano fra’ suoi discepoli più insegnati i bolognesi Bùlgaro os aureum, Martin Gossia copia legum, Jacopo e Ugone da Porta Ravegnana. La Somma del Codice di Roggerio è il primo tentativo di sistemar la scienza del diritto. Il Piacentino, che alcuni chiamano Ottone, per quanto assoluto e di smisurata vanità, non manca di intelletto scientifico e cognizione delle fonti. Assalito nottetempo da Enrico di Baila, di cui avea confutato un’opinione, a stento campò, e ricoverato a Montpellier, v’aperse la prima scuola di diritto (1192). Giovanni Bassiano da Cremona, preciso nell’esposizione, trovò forme ingegnose, benchè talvolta buje; professò a Mantova.

Pillio da Medicina professava giovanissimo a Bologna, quando i magistrati lo costrinsero a giurare che per due anni non insegnerebbe altrove: i Modenesi, cui forse importava più il toglierlo agli emuli che il possederlo essi medesimi, gli offersero cento marchi d’argento purchè venisse nella loro città, anche senza insegnare, siccome fece. Scrive per lo più in dialoghi fra la giurisprudenza e l’autore, con molta vanità e affettazione logica[317].

Lodano pure Guglielmo di Cavriano da Brescia, Alberico da Porta Ravegnana che per l’affluenza di scolari dettava nella sala del Consiglio, Giovanni Azzon da Bologna che aveva fin mille uditori, ed altri che lungo sarebbe il recitare. Francesco Accursio da Bagnòlo presso Firenze, nella Glossa continua (1129) abbracciò le anteriori, così conservandoci l’opinione di molti, ma senza tropp’arte nello scegliere. Al suo tempo citavasi nei tribunali come legge, e fu in gran nominanza finchè parve merito il cumulo di erudizione; ma nel Cinquecento, quando si studiarono l’antichità e gli storici, prevalse un miglior gusto, mentre minorava l’elevatezza de’ pensieri.

Que’ glossatori possedevano le Pandette, il Codice, gl’Istituti, le Autentiche, l’Epitome di Giuliano, nè altro. Scarsi di storia e filologia, invece di raddrizzare i testi, accertare i tempi, insinuarsi nella intenzione delle leggi, si fermano a spiegare che etsi equivale a quamvis, admodum a valde; derivano il nome del Tevere dall’imperatore Tiberio; fanno vivere Ulpiano e Giustiniano avanti Cristo, uccidere Papiniano da Marc’Antonio; interpretano pontifex per papa o episcopus; se trovano una parola greca, la saltano, onde il proverbio Græcum est, non potest legi. Pure non mancano di sagacia e industria, massime Accursio, nel ravvicinare passi, conciliare apparenti divergenze, ricorrere per l’interpretazione alle fonti quanto poteasi in quell’ignoranza della storia, che durerebbe anche oggi se la fortuna non avesse scoperto Ulpiano ed altri giureconsulti vetusti.

Ben presto seguirono pedestri imitatori, destri nella dialettica quanto sforniti di scientifico intelletto; prolissi, d’inesauste minuzie, che affogano il testo ne’ commenti, multorum camelorum onus, nulla rimettendo all’intelligenza degli scolari; espongono in uno stile barbaro, da cui non sa forbirsi neppure Dino da Mugello. Il quale godette tanta riputazione, che ancor vivo i vescovi stabilirono, ove le leggi municipali e le romane e le chiose dell’Accursio tacessero o si contraddicessero, a Dino si riportasse la risoluzione.

Sconciatesi le repubbliche, e andata ogni cosa per fazioni, poi per arbitrio di tiranni, senza quella libertà che è necessaria alla ponderazione delle leggi, nel metodo prevalsero sempre più le forme dialettiche, con distinzioni e restrizioni senza termine; l’argomentare non si aggirò sul testo ma sulla glossa, la quale divenne un ostacolo a intenderlo; ogni originalità rimase tolta dal porre ognuno il piede sull’orme dell’altro.

Cino da Pistoja scolaro di Dino (-1337), cacciato dai Guelfi, torna coi Ghibellini. Ammira i dialettici, pure sa emanciparsi dalle triche di scuola, e pensare di sua testa; e si fiancheggia cogli statuti de’ varj popoli e la pratica de’ tribunali. Bartolo da Sassoferrato scolaro di lui, maestro a Pisa e Perugia, ove morì in fresca età, superiore in fama a tutti i giureconsulti, spiegato dalle cattedre, tenuto in conto di legge nella Spagna, per critica e metodo sta a gran distanza dagli antichi glossatori, impacciato dai troppi commenti.

Avanzandosi i tempi, ebbe grido Baldo da Perugia (-1400), che professò per cinquantasei anni, e versò nei pubblici negozj. «Nella smania di distinzione (dice il Gravina) egli non divide, ma sfrantuma il soggetto tanto, che i frantumi ne van col vento; ma per quanto ciò nuoccia all’interpretazione della legge romana come codice positivo, fu utilissimo al giureconsulto pratico per la moltiplicità dei casi che lo spirito suo fecondo ritrovò; sicchè ben rado si dà di consultarlo senza trovarvi una soluzione qual ch’ella sia». Luca di Penna negli Abruzzi, autore del commento sui Tres Libri, supera i contemporanei per metodo e stile, e ricorre direttamente ai testi coll’indipendenza datagli dal non essersi formato nelle scuole ma negli affari. I successivi, più che nelle magistrature, presero pratica nei consulti, fonte di rinomanza e di ricchezze.