Intanto colla giurisprudenza la dottrina usciva dal santuario, e lo scienziato non era soltanto cherico ma anche dottore. Tutte quelle discussioni poi, miste di teorica e di pratica, attestano un inaspettato movimento intellettuale, che innovava la società non meno che lo facesse lo sviluppo politico. Perocchè, quando una nazione si sveglia, estende la sua attività sopra tutte le parti, siano le politiche come le intellettuali e morali.
Università chiamavasi già prima qualunque libera unione; e quel nome presero anche gli scienziati in associazioni libere che prevenivano l’azione de’ governi, e che ciascuna amministrava i proprj affari. Qualche scienziato di grido prendeva a leggere in una città; accorrevano uditori, altri dotti ne profittavano per venirvi a spacciare la propria dottrina, e così formavasi una università. In tanta scarsezza di libri e d’istruzione particolare non poteasi imparare che dalla viva voce, onde non vi concorrevano ragazzi, ma uomini fatti e già ragguardevoli; ed assumendo l’aria della società civile, costituivansi a modo di Comuni, con onori e franchigie per gli studenti e i professori; e avvivate dall’interesse che ispira la verbale comunicazione fra questi e quelli, cogli studj indipendenti crescevano di forza e dignità; e al modo de’ Comuni, cercavano privilegi ai re e ai papi, il principale dei quali era di poter conferire il dottorato.
I professori, ai quali grande incitamento dava il trovarsi esposti al guardo di tutta l’Europa letteraria, erano rimunerati dagli scolari, nè l’università mantenevasi che per la reputazione di quelli. Le città, vantaggiate dal concorso degli studiosi, adoperavano a mantenere quelle unioni; poi fecero gara di offrire grossi stipendj.
E maestri e università erano dunque tutt’altra cosa di queste moderne, fomite inutile di corruzione in una gioventù che, mentre potrebbe dappertutto ritrovare e libri e insegnanti, è raccolta a dissipare fra lo stravizzo e il mal esempio il fiore dell’età, la freschezza de’ sentimenti, i precetti morali bevuti al focolare paterno, e far le prime prove del vizio, seguendo un corso uffiziale sotto professori di cui non ha stima e fiducia, ma che sono decretati da un governo che forse disama.
L’importanza delle università fece favoleggiarne le origini. Quella di Bologna si pretendea fondata da Teodosio II nel 443; ma il primo privilegio, copiato da quel di Giustiniano per Berito, le fu rilasciato in Roncaglia da Federico Barbarossa, onde proteggere quei che di fuori venissero a quello studio, esimerli da processo per delitti o per debiti, e potessero scegliere la particolare giurisdizione dei professori, per esercitare la quale l’università eleggeva il rettore. Da principio vi si studiò soltanto diritto, poi si aggiunsero arti liberali e medicina; al fine Innocenzo VI v’unì scuola teologica sul modello della parigina, sorta contemporaneamente, e che avea vanto nella teologia scolastica e nella filosofia, come Bologna nella giurisprudenza. Furono le due università più nominate nel medioevo: ma la bolognese era composta degli scolari i quali sceglievano dei capi, a’ quali dovevano rispondere anche i professori; alla parigina non appartenevano che i professori, subordinati restando i discepoli: sistemi derivanti dal diverso Governo delle due città e dalla natura dell’insegnamento; quella, repubblica e volta alle leggi; questa, monarchia e teologica.
A Bologna dunque i varj portici formavano distinte università; e quella del diritto era divisa in due, degli ultramontani con diciotto nazioni, dei citramontani con diciassette[324]. Gli stranieri studenti di diritto (advenæ forenses) godeano piene prerogative civili; e convocati dal rettore, cui annualmente giuravano obbedienza, costituivano università propria, con voce nelle assemblee. Ciascuna nazione faceasi rappresentare da uno o due consiglieri, i quali, col rettore, costituivano il senato per la disamina degli affari. Un sindaco annuo rappresentava in giustizia le due università: un notaro ne rogava gli atti, annuale anch’esso, come il massajo e i due bidelli. Ogni anno pure eleggevasi un tassatore dalla città ed uno dagli studenti, che fissassero il prezzo degli alloggi: lo scolaro avea facoltà di rimanere tre anni nella casa prescelta; e il padrone che esigesse di più, o a torto si querelasse del pigionale, o lo trattasse men convenientemente, non potea più dare albergo ad altri.
I professori, all’atto della promozione, poi una volta all’anno doveano giurare obbedienza al rettore e agli statuti: potevano essere sospesi e multati, non portar voto nelle adunanze, nè sostenere le cariche dell’università: altrettanto era degli scolari natii di Bologna, che non rimanevano sottratti dall’autorità municipale. Il rettore, che doveva essere letterato, celibe, d’almeno venticinque anni, di sufficienti sostanze, avere a proprie spese studiato il diritto almeno cinque anni, e non appartenere ad ordini religiosi, rinnovavasi annualmente a voce del predecessore, de’ consiglieri e di alcuni elettori scelti dalle università; e nelle funzioni aveva il passo sopra vescovi ed arcivescovi, eccetto quel di Bologna, ed anche sopra i cardinali secolari. Il titolo di magnifico nacque nel XV secolo.
Pertanto nella città di Bologna quattro distinte giurisdizioni vegliavano: i magistrati ordinarj, la curia vescovile, i professori, il rettore. Le frequenti collisioni tra questi, l’irrequietudine degli studenti e le riotte agitarono spesso la repubblica; qualche fiata gli scolari tutti ritiraronsi in un’altra città, finchè non si consentisse alle esorbitanti loro domande; qualche altra, dai papi scomunicata o messa al bando dell’Impero, Bologna vedeva migrare la dotta folla, a cui dovea vita e ricchezze. Con grandi privilegi la città allettava gli studiosi; esimeva i professori dal servigio militare, poi da ogni tassa; rifaceva de’ furti sofferti, se il rubatore non potesse.
I dottorati doveano giurare non insegnerebbero altrove che a Bologna; e morte e confisca era minacciata ai cittadini che sviassero uno scolaro da quell’università, e così a professori bolognesi maggiori di cinquant’anni, o agli stranieri stipendiati che passassero ad altra scuola prima che la condotta scadesse. L’università toglieva in protezione gli artisti che a servizio di essa lavoravano, come amanuensi, miniatori, legatori, i fanti degli studenti, e alcuni banchieri privilegiati per dare a prestanza agli scolari. Una bizzarra regola imponeva agli Ebrei di pagare centoquattro libbre e mezzo ai legali, e settanta agli studiosi delle arti per fare un festino in carnevale. Alla prima neve che fioccasse, gli studenti andavano alla busca, e di quel raccogliessero faceano statue o ritratti ai più celebri professori.
Dell’arcidiacono di Bologna era privilegio il laureare, nè altro benefizio egli godeva che una parte delle propine. Il dottorato conferivasi come grado dal collegio de’ legali, e dava diritto d’insegnare e d’essere promosso: sebbene ai posti supremi non s’elevassero che natii bolognesi. Sei anni di studio si richiedevano per passar dottore in diritto canonico, otto pel civile; giurato d’aver compito questo tempo, lo scolaro sosteneva l’esame privato e il pubblico; e sopra due testi assegnati disputava innanzi all’arcidiacono e al dottore che lo presentava, libero essendo agli altri dottori d’objettare; e tosto era ricevuto fra’ licenziati. L’esame pubblico teneasi nella cattedrale in solenne pompa, ove il licenziato recitava la disposta diceria, ed esponeva una tesi di diritto, contro cui gli studenti potevano argomentare; indi l’arcidiacono o un dottore pronunziava l’encomio acclamandolo dottore, e gli si davano il libro, l’anello, il berretto. Giuramento d’adempier bene gli obblighi del dottorato non si prestava, sibbene alcuni giuramenti particolari.