Laureato che uno fosse, avea diritto d’insegnare non solo a Bologna, ma in qualunque università costituita per bolla papale. Ogni scolaro, dopo cinque anni di studio, poteva insegnare, ma sopra un titolo solo; e dopo sei, sopra un trattato intero, annuente il rettore: questi chiamavansi baccellieri. Il corso durava dal 19 o 28 novembre al 7 settembre; e ogni giovedì era vacanza, qualora nella settimana non cadesse altra feria. Le lezioni si facevano parte all’avemaria del mattino, parte dopo le diciannove ore, tutte occupate nell’insegnamento orale. I corsi distinguevansi in ordinarj e straordinarj, secondo i libri. Testi ordinarj, pel diritto romano il Digesto vecchio e il Codice, pel canonico il Decreto e le Decretali: ogni altro libro era straordinario, e i professori autorizzati a leggere su questi non poteano insegnare sugli ordinarj.

Nel 1260 vi si contarono fin diecimila scolari, con gran lucro dei professori. Ai quali poi si assegnarono pubblici stipendj; e nel 1384 ne troviamo a Bologna diciannove pel diritto, aventi dai cinquanta ai trecento fiorini di trentatre soldi. Quando furono tutti stipendiati, il professorato si riguardò come pubblica funzione.

Lo studio della giurisprudenza tardò ad introdursi nelle università forestiere, di modo che il trionfo di quella scienza fu sempre in Italia, e non per decreto o favore de’ sovrani, ma per necessità dei tempi. Alle città lombarde, libere, trafficanti, ricche, popolose, non bastavano più le anguste transazioni dei codici germanici e la scarsa cognizione del romano: dileguandosi il diritto personale introdotto da Carlo Magno, s’abituavano a considerare gran parte dei popoli d’Europa come intimamente uniti sotto l’Impero, e fra le varietà nazionali riconoscere alcun che di comune, l’Impero, la Chiesa, la lingua latina. Ora, appena formatasi la scuola bolognese, e diffuse le cognizioni coi consulti, cogli scritti, con nuove scuole, anche il diritto romano si considerò comune a tutta cristianità, il che lo ingrandiva nel concetto de’ popoli.

In Bologna primamente fu aggiunta agli altri studj la grammatica, e Buoncompagno fiorentino, il quale fu coronato d’alloro, vi lesse la sua Forma literarum scholasticarum, metodo per iscrivere a principi e magistrati. Era costume che, chi bramava professare grammatica, mandasse innanzi un’epistola, stillante eleganza ed erudizione, picturato verborum fastu et auctoritate philosophorum; onde Buoncompagno, motteggiatore superbo, ne finse una di siffatte, quasi venisse da un professor nuovo, che chiamava a sfida lui stesso. Ne tripudiarono gli emuli, levando a cielo la forbitezza della lettera finta; poi al dì prefisso si raccolsero affollati nella metropolitana: ma Buoncompagno sopragiunto manifestò la burla e mandò scornati i rivali, mentre gli amici portarono lui a casa in trionfo.

Sturbati dai tumulti civili di Bologna, alcuni scolari trapiantarono a Padova la scuola di diritto (1222), divenuta poi nucleo di quell’università, con statuti modellati sui bolognesi: se non che nella comunanza entravano studenti, professori ed impiegati; e i maestri erano eletti dagli scolari. Nessun suddito veneto saliva ad alte magistrature, che non avesse studiato in quella università, la sovraintendenza della quale era affidata a tre senatori. Un’altra volta quegli scolari aveano trasferita l’università a Vicenza (1264), ove durò sette anni. Un’altra (1316) si mutarono a Siena, che offrì seimila fiorini per riscattare i libri da essi lasciati in pegno: ma quella scuola fu presto chiusa, indi ripristinata da Carlo IV nel 1357; la facoltà teologica vi fu aggiunta nel 1408 da Gregorio XII. L’università di Perugia nacque il 1276: della parmense (1221) è memoria in Donnizone[325]. Il Comune di Vercelli nel 1228 ne aperse una per teologia, diritto civile e canonico, scienze mediche, dialettica, grammatica, divisa in quattro nazioni, una di Francia, Normandia, Inghilterra, una d’Italiani, la terza di Teutonici, l’ultima di Provenzali, Spagnuoli, Catalani; i rettori si obbligavano a condurre molti scolari, e principalmente trarvene da Padova, non allearsi alle fazioni del paese; e il Comune prometteva allestire cinquecento camere agli scolari, buon mercato di vettovaglie, pubblica tranquillità, non lasciarli inquietare per debiti o per rappresaglia, stipendiare a detta di due scolari e due cittadini i maestri che sarebbero eletti dal rettore.

Fin dal XII secolo Pisa avea professori di diritto, ma lo studio generale soltanto nel 1444 vi fu trasferito da Firenze, quasi a ristoro della rapitale libertà, assegnandole annui seimila fiorini d’oro sul tesoro, e cinquemila ottenendone dal papa per dispensa di benefizj, onde lautamente provvedere ai professori[326]. È anteriore a Federico II la scuola di Ferrara, da Bonifazio IX nel 1391 privilegiata come studio generale. La romana, posta da Innocenzo IV, fu colla santa Sede trasferita in Avignone, e Giovanni XXII la autorizzò a conferire i gradi. Federico II istituì le scuole di Napoli nel 1224; sebbene non permettesse di formare l’università di scolari e professori, largheggiò di privilegi cogli studenti; ma non potè mai levarle a quel fiore che ottenevano le scuole fondate dal libero concorso e dalla fiducia degli studiosi.

Altre n’ebbe Italia in que’ secoli e ne’ seguenti, massime di diritto, a Piacenza (1243), a Modena (1189), a Reggio (1188). Da Carlo IV nel 1360 fu privilegiata quella di Pavia, e Galeazzo Visconti proibì a’ suoi sudditi di studiare altrove, e largamente rimunerò i professori[327]. Quella di Torino fu riconosciuta dal papa solo nel 1405, e sei anni dappoi dall’imperatore: cancelliere n’era il vescovo. All’università di Parigi, famosa per teologia, Alessandro III spedì molti giovani ecclesiastici; molti Venezia di quelli che doveano poi salire ai primi onori.

Resta che diciamo dell’altro studio universitario, la medicina. V’aveano rinomanza gli Arabi, che tradussero e commentarono gli autori greci, e tramandarono a noi varj medicamenti ed elixir. Anche gli Ebrei erano medici e chirurghi reputati, e ne’ libri talmudici si trovano idee molto avanzate intorno all’anatomia. Fra’ Cristiani, questo, come ogni altro sapere, venne a ridursi in mano di ecclesiastici e principalmente di monaci, sebbene a questi dai canoni fossero vietate le operazioni con fuoco e ferri taglienti; e san Benedetto a’ suoi di Montecassino e Salerno impose la cura de’ malati. Costantino Africano filosofo, visitate per quarant’anni le scuole arabe a Bagdad, in Egitto, nell’India, di ritorno corse rischio d’essere ucciso per mago (1070 ?); onde rifuggì a Salerno, e divenne secretario di Roberto Guiscardo; poi nauseato dal fragor cortigiano, si ritirò a Montecassino, traducendo i medici orientali. Ne crebbe rinomanza alla scuola salernitana, e v’affluivano malati, alla cui guarigione contribuivano la salubre posizione e le reliquie di san Matteo, santa Tecla e santa Susanna. Venuto Enrico II a farsi estrarre la pietra, san Benedetto durante il sonno compieva l’operazione, ponevagli la pietra in mano, e cicatrizzava la ferita[328]. Nel secolo seguente, sotto la direzione di Giovan da Milano vi si scrissero certi canoni d’igiene in versi leonini, divulgati proverbialmente[329] e tradotti in tutte le lingue. Poco dopo il Mille, Garisponto medico di Salerno pubblicò il Passionarius Galeni, rimedj contro ogni sorta malattie, tratti principalmente da Teodoro Prisciano: nè meglio vale Cofone, che pubblicò una terapeutica generale (Ars medendi) secondo Ippocrate, Galeno e gli Arabi, dove è a scorgere la prima indicazione del sistema linfatico. Romualdo vescovo di Salerno fu consultato dai due Guglielmi di Sicilia e dal papa. L’Erbario della scuola salernitana, compilato certamente prima del secolo XII, si diffuse per tutta Europa.

Questa scuola fu la prima in Occidente ad introdurre i diversi gradi accademici, imitandoli dagli Arabi. Dappoi Federico II ordinò, nessuno esercitasse medicina se non licenziato da essa, e provato di nascere legittimo, aver compito ventun anno, studiato logica tre anni, poi cinque l’arte, e la chirurgia che ne forma piccola parte, e spiegato l’Arte di Galeno, il primo libro d’Avicenna, o un passo degli Aforismi d’Ippocrate, ed aver fatto pratica sotto un esperto. Il candidato giurava attenersi alle cure consuete, denunziare il farmacista che adulterasse i medicamenti, e trattare i poveri senza mercede. Dai chirurghi chiedeasi un anno di studio a Salerno e Napoli, poi un esame. Da poi si prescrissero cento minuzie; il medico visiti due volte al giorno i malati che dimorano entro la città, e che possono anche chiamarlo una volta la notte: il compenso era di mezzo tarì per giorno, e fino a tre se il malato abitasse fuori. Così per le farmacie era assegnata la tariffa, e dove piantarle, e gelose precauzioni.

Allettavansi i medici con privilegi, esentarli da taglie, provvederli d’uno o due cavalli; e Ugo di Lucca s’obbligò servire gratuitamente a quei del contado bolognese nelle malattie ordinarie; ma per ferita grave, osso rotto o slogato, possa da gente mezzana esigere un carro di legna, dai ricchi soldi venti e un carro di fieno, nulla dai poveri; accompagni l’esercito in campo, ed in compenso tocchi lire seicento bolognesi. Fu dei primi a curar le ferite con solo vino[330], e seguì i suoi concittadini in Terrasanta nel 1218.