Quell’abitare a troppi insieme, il vestire di lana, i pellegrinaggi, le nessune cautele sanitarie, agevolavano la propagazione de’ mali, e la peste può dirsi non cessasse mai; ne’ tempi più infetti vedeansi a folla trarre i pellegrini a perdonanze e giubilei; e tardi si pensò a contumacie ed altri provvedimenti contro il contagio; nel che il Comune di Milano diede forse il primo esempio. Dal Levante vennero pure malattie nuove, di cui la più durevole e funesta fu il vajuolo, che sembra arrivasse cogli Arabi al primo loro sbucare dalla penisola natìa. Coi Crociati credesi qui venuto il fuoco sacro, a curare il quale si dedicarono i frati di Sant’Antonio. Anche il ballo di san Vito comparve dopo il Mille, come nella Puglia la tarantella. Più spesso la lebbra serpeggiò sotto forme orride e schifose: prurito alle mani, atroci spasimi interni; poi la pelle facevasi squamosa, e chiazzata di macchie livide, rosse e fin nere, infine scabra quasi scorza d’alberi; allora si copriva d’ulceri rossastre e tumori cancerosi; dita, mani, piedi tumefacevansi sformatamente; le carni cadeano a brani, restandone miserabilmente segnata la via dove molti fossero passati: il viso prendeva un ringhio ributtante, i peli cadeano, rauca la voce; il male invadeva il tessuto mucoso, membrane, glandule, muscoli, cartilagini, ossa: fiera melanconia occupava l’infermo, che vedeva a passi lentissimi avvicinarsi l’inevitabile risolvimento del morbo.
Sotto i Longobardi i lebbrosi cacciavansi di città, e non poteano vendere od alienare i proprj averi, affiggendovi l’idea d’un particolare castigo di Dio, secondo qualche passo della Bibbia, della quale vi si applicarono le precauzioni. Gli statuti d’ogni Comune provvedono sullo scoprirli ed isolarli: la Chiesa stessa, che parea maledirli, veniva a disacerbare le miserie, e a volgerle in espiazione colle cerimonie miste di tristezza e di speranza, onde li staccava dalla società. Celebrato in presenza dell’infermo l’uffizio da morto, esortava ad essere buon cristiano e confidare nella carità dei fratelli, da cui corporalmente era sequestrato; gli si vietava d’accostarsi all’abitazione dei viventi, di lavarsi in rivo o in fontana, d’andare per istrade anguste, di toccar bambini o la fune dei pozzi, nè bevere che dalla sua scodella; poi benedetti gli utensili che doveano servirgli nella solitudine, fattagli limosina da ciascun assistente, il clero accompagnato dai fedeli lo conduceva alla capanna destinatagli, davanti a cui piantata una croce di legno, vi sospendeva un bossolo per ricevere la limosina de’ passeggeri. Un abito particolare distingueva quell’infelice, e guanti e certi battagliuoli ch’e’ dovea sonare invece di parlare. A Pasqua poteva uscire dall’anticipato sepolcro, e per alcuni giorni entrar nella città o nei villaggi, partecipe all’universale esultanza della cristianità. Le mogli poteano seguirli, e procacciare le consolazioni della famiglia. Quelle poi della carità erano pari al male: il concilio Lateranese III, disapprovando il rigore con cui alcuno li trattava, dichiarò la Chiesa esser madre comune dei Fedeli; i lebbrosi poter essere più meritevoli che i sani; perciò si facesser loro e chiesa e cimitero distinti, e un prete a cura delle loro anime, e dispensati dal dare la decima degli orti e del bestiame. A loro pro moltiplicavansi i lazzaretti, così denominati (ed essi lazzari) dal povero del vangelo. L’arcivescovo di Milano alla domenica delle palme, andando in processione a San Lorenzo, al Carrobbio lavava e vestiva di nuovo un lebbroso; per ispeciale loro sollievo fu istituito l’ordine di san Lazzaro, il cui granmaestro doveva essere lebbroso, acciocchè meglio sapesse consolare mali che avea provati: stupendo sforzo della cavalleria cristiana il nobilitare in certo modo la più stomachevole delle malattie.
Caterina da Siena curando e sepellendo una lebbrosa, ne contrasse l’infermità; ma di subito le mani sue divennero bianche e liscie come d’un bambino. Francesco d’Assisi, trovatone uno in val di Spoleto, l’abbracciò e baciò nella bocca cancerosa, e così l’ebbe guarito: vedendone un altro nel piano d’Assisi, s’accostò a fargli limosina; e ad un tratto più nol vide, sicchè restò persuaso fosse nostro Signore, che spesso assumeva quella schifosa sembianza per mettere a prova la carità. E però Francesco raccomandava a’ suoi frati i lebbrosi, e congedava i novizj che non sapessero sostenerne la cura. Uno che per l’impazienza e per le bestemmie era insoffribile a’ frati, tolse Francesco a curarlo egli stesso, e l’imbonì, e lavò, e «dove toccava il santo colle sue mani, si partiva la lebbra dall’infermo, e rimaneva la sua carne perfettamente sana; sì che mentre il corpo si mondava di fuori dalla lebbra, l’anima si mondava dal peccato dentro per la contrizione». Dopo rigorose penitenze il lebbroso morì, e comparve a Francesco e gli disse: — Mi riconosci tu? io son quel lebbroso che fu sanato da Cristo per li tuoi meriti, e oggi me ne vado alla gloria eterna; di che rendo grazie a Dio e a te, perocchè per te molte anime si salveranno quaggiù»[331].
Nelle spedizioni in Asia i nostri poterono profittare della sperienza degli Arabi, e di fatto allora si conobbero la cassia e la senna: la teriaca, polifarmaco fondamentale del medioevo, fu da Antiochia portata a Venezia, che lungamente ne custodì il secreto. Ruggero di Parma raccomandò la spugna marina per le scrofole, ed eccellenti pratiche chirurgiche. Rolando di Parma stese un trattato di chirurgia, commentato poi da quattro Salernitani. Guglielmo da Saliceto piacentino, uno de’ migliori di quell’età e abbastanza indipendente, stese con qualche esattezza un’anatomia compendiosa, precedette Willis nel distinguere i nervi addetti alla volontà o no, e descrive fin d’allora la sifilide.
Lanfranco di Milano, spatriato quando più non potè opporsi a Matteo Visconti, rizzò cattedra a Parigi (1295), e trasse tanti ascoltatori, che celeberrima divenne la scuola dei chirurghi secolari. Sebbene il chirurgo si tenesse molto inferiore ai medici, che perciò non si sarebbero prestati alle operazioni, preferendo usare farmachi, Lanfranco operò spesso, ed è lodevole quel suo dare l’anatomia dell’organo di cui descrive le lesioni.
Teodorico vescovo di Bitonto osservò da sè, e sostituì le fasciature di tela ai grandi apparecchi di legno nella frattura di ossa. Taddeo d’Alderotto fiorentino, filosoficamente illustrando Ippocrate e Galeno, acquistò tanta reputazione nella sua scienza quanto Accursio nella legale: eppure delira qualvolta pretende rivelare i segreti delle arti, nascosti sotto il gergo degli autori. Chiamato ad assistere il nobile Gherardo Rangone (1285), volle che, per istromento rogato, i tre procuratori di quello il garantissero d’ogni danno in viaggio, e che lo ricondurrebbero in Bologna indenne della persona e della borsa, non molestato da ladri o da nemici, non fermato contro voglia a Modena; in caso contrario, gli si pagherebbero lire mille imperiali per ciascuno degli articoli violati; essi poi gli restituiranno tremila lire bolognesi, che confessano aver ricevuto in deposito: finzione che vela una remunerazione esorbitante[332]. Al papa domandò cento ducati d’oro il giorno, perchè più ricco degli altri, i quali gliene davano cinquanta; onde, finita la cura, ne toccò diecimila. Bartolomeo da Varignana dal marchese d’Este ebbe per una cura ducensessanta fiorini d’oro.
Simon di Cordo genovese, medico di Nicolò IV, nella Clavis sanationis, dizionario de’ medicamenti semplici, cercò sbrogliare la varietà di nomenclatura. Viaggiò trent’anni per scientifico intento la Grecia e l’Oriente, ma invece di determinare i corpi secondo la natura loro, si stava a qualità medicinali, e non desunte da sperienza ma da supposte doti elementari. E appunto i progressi delle scienze naturali erano impacciati dall’empirismo superstizioso, dalla cieca venerazione per l’autorità, e dal farnetico di sostituire la dialettica allo sperimento, aggomitolando interminabili argomentazioni sopra oziosissime ricerche. Per esempio, chiedevasi se la tal bevanda possa guarire la febbre, e rispondeasi di no, perchè quella è una sostanza e questa un accidente, nè quindi l’uno può sull’altro. Poco si studiava l’anatomia: le operazioni non si eseguivano senza consultare le stelle, supponendo intimo nesso fra il corpo umano e l’universo, e principalmente i pianeti: e le scienze sperimentali cedevano il primo posto alle occulte.
Oggetto di queste era conoscere l’avvenire, scoprir tesori, trasmutare i metalli, fare amuleti e incantagioni, e comporre il rimedio universale e l’elisir dell’immortalità: a scopi così elevati qual fatica aveva a parere soverchia? Sull’avvenire cavavansi presagi da segni fortuiti, dalle linee della mano, dalle stelle, dai sogni, della cui divinazione come dubitare dopo quel che Ippocrate n’aveva scritto? e indovinavasi in fatti alcuna volta, perchè è difficile non riuscirvi quando si dice un po’ di tutto e vagamente.
L’astrologia, pazza figlia di savia madre, si trova all’infanzia come alla decrepitezza della società, fra i dotti Romani come fra semplici Oceanici. L’uomo è centro e scopo della creazione, onde a lui si riferisce ogni cosa; e se (com’è certo) il sole e le altre stelle influiscono sulle stagioni, sulla vegetazione, sugli animali, quanto più non devono sull’uomo, prediletta fra le creature? Le storie (dicono gli astrologi) e il consenso de’ filosofi antichi s’accordano nel riconoscere un’analogia fra gli anni della vita e i gradi percorsi da ciascun segno sull’eclittica. Per iscoprirla, vuolsi accertare l’effetto degli astri sopra le varie cose naturali, e i computi de’ moti, e certe formole arcane, mediante le quali o crescere le forze della natura, o determinare l’influsso dei pianeti, massime all’istante natalizio, od evocare gli spiriti e i morti. Il sapiente che conosca le occulte proprietà delle cose, non solo indovinerà l’avvenire, ma opererà su di esso, eccitando odio od amore, scoprendo i secreti divisamenti, i tesori occulti, i rimedj ai mali, e fin il supremo della scienza, l’arte di far oro.
I fenomeni della natura sono invigoriti dai numeri, attesochè secondo questi è disposto l’universo, e possedono arcana efficacia. Di qui la cabala, che da combinazione di numeri credea divinar le cose arcane, ed acquistare autorità sopra gli spiriti: e ogni astrologo ed alchimista si millantava di qualche demone famigliare obbediente a’ suoi cenni. Così intralciavansi fra sè gli errori, dalla pagana superstizione tramandatici attraverso alle scuole neoplatoniche e al gnosticismo.