Fu l’astrologia onorata di cattedre, e l’università di Bologna ne decretava un professore tamquam necessarissimum, e principi e repubbliche ne teneano uno da consultare ne’ più gravi casi. Ezelino, Buoso da Dovara, Uberto Pelavicino, tiranni formidabili, tremavano davanti alle potenze incognite, e i calcoli della prudenza e dell’ambizione sottoponevano alla decisione degli astri e dei loro interpreti; e nella Vaticana si conservano le risposte che ai loro consulti dava Gherardo da Sabbionetta cremonese. Federico II voleasi attorno il fior degli astrologi, a senno loro mutando divisamenti[333]; e quando nel 1239 udì la ribellione di Treviso, fece dalla torre di Padova osservare l’ascendente da maestro Teodoro; ma non avvertì (riflette Rolandino) che allora nella terza casa stava lo scorpione, il quale avendo il veleno nella coda, indicava che l’esercito sarebbe offeso verso il fine. Stando in Vicenza, volle che un astrologo gl’indovinasse per qual porta uscirebbe il domani; e quegli la scrisse in un polizzino, che suggellato consegnò a Federico perchè non l’aprisse se non uscito. L’imperatore fece una breccia nella mura, e per quella se n’andò; allora, aperto il foglietto, trovò scritto: Per porta nuova.

Il suddetto Gherardo andò a Toledo per leggere l’Almagesto di Tolomeo, e lo voltò in latino, come il trattato de’ crepuscoli di Al-Gazen e altre opere; inventò lo specillo, e la sua Theoria planetarum leggevasi nelle università[334]. Andalon Di Negro genovese, arricchitosi di cognizioni nei viaggi, ci lasciò un trattato latino della composizione dell’astrolabio.

Guido Bonatto da Forlì diede la quintessenza di quanto gli Arabi n’aveano scritto[335], e coll’ajuto di Dio e di san Valeriano, patrono della sua patria, discorre l’utilità dell’astrologia, la natura de’ pianeti e loro congiunzioni ed influenze, i giudizj che se ne deducono, e varie questioni che si possono risolvere con questa scienza. Mirabile nella pratica di quest’impostura, a Federico II scoperse una congiura ordita a Grosseto; fabbricò una statua che rispondeva oracoli; dirigeva ogni operazione di Guido da Montefeltro; e allorchè questi uscisse a campo, il Bonatto saliva sul campanile di San Mercuriale, e con un tocco della squilla accennava il momento di vestir l’armadura, con un altro quel di montare a cavallo, col terzo la marciata. Pretendeva che Gesù Cristo medesimo si valesse dell’astrologia, e imbizzarrisse contro i tunicati che si opponevano alle sue predizioni.

Pietro d’Abano, educato a Costantinopoli (1316), fu sì fortunato da cogliere la postura degli astri, designata da Abul-Nasar come quella in cui Dio non può rifiutare domanda che gli sia fatta: e ne profittò per chiedere la sapienza, e subito restò illuminato a conoscere l’avvenire. Moltissime fole si accumularono sul conto di lui; delle sette arti liberali acquistò cognizione per mezzo di sette spiriti; avea facoltà di far tornare i denari dopo spesi; non avendo pozzo in casa, fe portarsi quel del vicino che gliene negava l’uso, o, come altri disse, fe portare in istrada il proprio onde non essere disturbato dagli accorrenti. In realtà nel suo Conciliator differentiarum, un de’ migliori libri medici d’allora, insegna il salasso non esser mai sì opportuno come nel primo quarto della luna; che per guarire i dolori nefritici bisogna, al momento che il sole passa pel meridiano, disegnare con cuore di leone sopra una lastra d’oro una figura di quest’animale, e appenderla al collo del malato; che per cauterizzare valgono meglio stromenti d’oro che di ferro, attesa la grande influenza di Marte sulla chirurgia.

Fu professore a Padova ed a Parigi, ove lo accusarono di magia per cure mediche ben riuscitegli; poi d’eresia a Roma, ma per autorità pontifizia andò assolto. Riferì al corso degli astri i periodi delle febbri; il pubblico palazzo di Padova fece dipingere a costellazioni; e dell’astrologia era persuaso a tal punto, che procurò indurre i Padovani a spianar la loro città per rifabbricarla sotto una combinazione di pianeti allora comparsa, tanto fortunata che niuna più. Forse queste son ciancie di Pier da Reggio, che, vinto da lui in dottrina, tentò perderlo nell’opinione; onde con accuse contraddittorie Pietro d’Abano fu imputato da una parte di non credere al diavolo, dall’altra di tenerne sette in un’ampolla ad ogni suo cenno; per le quali accuse e per altre più serie l’Inquisizione lo processò. Venuto a morte, disse agli amici: — A tre nobili scienze io ho dato opera, delle quali una m’ha fatto sottile, una ricco, la terza menzognero; filosofia, medicina, astrologia». Nel testamento si protesta buon cattolico, e aveva implorato d’essere sepolto ne’ Domenicani; ma l’Inquisizione gli continuò il processo, e ne turbò le ossa. L’illustre medico Gentile da Foligno, entrando nella scuola di lui, s’inginocchiò, e levate le mani sclamò: — Ave, santo tempio»; poi, visti alcuni suoi manoscritti, se li pose sul seno e li baciava con riverenza[336].

Sebbene la Chiesa vi si opponesse, vescovi e prelati non rimasero incontaminati da queste follie, che durarono ben oltre i tempi che descriviamo. Conseguente a tali falsità fu il ripigliare le classiche credenze in folletti, spettri, fantasmi, vampiri; credenze fatte energiche come i tempi, e che acquistarono maggior fede allorchè si videro perseguitate con regolari processi: l’immaginativa fingeva avvenimenti ch’essa medesima credea poi veri; e uomini di bollente fantasia si isolavano, dispettando il mondo reale per uno fantastico, e mescolando l’impostura, l’allucinamento e il fanatismo. La legislazione dovette intervenire a reprimere gente che destava le procelle, mutava le forme de’ corpi e degli uomini, produceva malattie; e gli assurdi processi traviarono gran tempo la giustizia, siccome avremo a deplorare nel secolo che chiamano d’oro.

Non alle vite, ma alle sostanze recò danni la ricerca del come improvvisamente arricchire. A ciò due strade offerivano le scienze occulte; trovare tesori, e tramutare i metalli. Intorno ai tesori, stupendi fatti raccontano le cronache, e gli assegnano perfino ad Alberto Magno e a papa Silvestro II[337]. In Apulia era una statua di marmo con una corona d’oro iscritta: A calen di maggio, sole nascente, ho il capo d’oro. Nessuno intese il motto, sinchè Roberto Guiscardo ne strappò il secreto ad un prigioniero saracino; e fissato ove cadeva l’ombra della testa al primo maggio, trovò tesoro.

La chimica degli antichi teneva che i corpi risultino dalla combinazione de’ quattro elementi, e che l’armonia di questi produca la perfezione nei corpi. Chi dunque scopra le migliori combinazioni, potrà non solo ridonar la sanità e prolungare indefinitamente la vita, ma anche trasformare corpi e metalli. Sentimento sublime, comunque erroneo, della potenza dell’uomo e della perfettibilità di tutto il creato. E poichè l’uomo vede nell’oro il rappresentante universale dei godimenti, la scienza s’industriò in ispecial modo a tramutare in esso lo stagno e il mercurio, mediante la pietra filosofale e la polvere di projezione; e non riuscendovi coi mezzi semplici, ricorse allo spirito universale, all’anima generale del mondo, all’influsso delle stelle per raggiungere l’opera grande. Di qui la scienza arcana e tenebrosa dell’alchimia, che tanti spiriti occupò.

Le sue ricette erano positive: se non che spiegavasi l’arcano con termini non meno arcani. Volete, intonavano, fare l’elisir de’ sapienti? prendete il mercurio dei filosofi, trasformatelo successivamente colla calcinazione in leon verde e leon rosso, fatelo digerire in bagno di sabbia con spirto acre di vite, e distillate il prodotto; ma il lambicco sia coperto dalle ombre cimerie, e al fondo si troverà un drago nero che mangia la propria coda... Inoltre la scienza ermetica ajutavasi della verga di Mosè, del sasso di Sisifo, del vello di Giasone, del vaso di Pandora, del femore aureo di Pitagora; se nulla profittassero, ricorrevasi al diavolo barbuto, specialmente incaricato di tali ministeri.

A questo delirio di classica origine[338], continuato ancora secoli e secoli, alcuni si prestavano di buona fede; e la testimonianza altrui o le apparenze illusorie li persuasero potersi trovare questa polvere di projezione: onde vi si affaticarono con passione, faceano lunghi viaggi massime al Sinai, all’Oreb, all’Atos. Più spesso era un lacciuolo ai creduli, per trarne l’oro necessario a far oro; ma a Giovanni Augurello, che gli presentò un poema sull’arte di far l’oro (Crisopeia), papa Leone X diè per unico regalo una borsa vuota, nella quale potesse riporlo.