Facile è il deridere le ignoranze o stranezze de’ nostri maggiori, massime a chi perda di vista quelle che in noi derideranno i nostri nipoti. La scienza seria anche in questi traviamenti indaga i progressi dell’intelletto e della società, e riconosce nell’errore un aspetto fallace della verità, ma nuovo e progressivo. Il disputare nelle università al cospetto di tutto il mondo erudito d’allora, e fra una gioventù che vivamente parteggiava, conduceva a ricorrere a sottigliezze, quando la pessima sventura per un dottore sarebbe stata il rimanere accalappiato in un’argomentazione da cui non sapesse strigarsi: onde i dibattimenti diventavano non uno sforzo verso la verità, ma un’arena di capiglie; e la filosofia, come già la teologia, ebbe martiri ostinati d’indicifrabili enigmi. Pure se sbriciolavasi il pensiero, veniva anche analizzato; acuivasi il raziocinio, che dell’errore e della verità è veicolo, non mai causa; in quella ginnastica gl’intelletti si foggiavano allo stretto ragionamento, all’ordine ed all’economia delle idee, alla costanza del metodo, e si poterono svolgere i concetti morali e metafisici di cui la Scolastica avea posto i germi, conservandone il fondo, cangiando la forma. Della Scolastica è merito l’andamento analitico delle moderne favelle, che per la stretta relazione delle parole colle cose svelano il logico procedere della ragione odierna, dovuto a quella comunque malaccorta educazione. L’astrologia e l’alchimia portarono a meditare sopra il sistema del mondo e la composizione dei corpi.

Nè le matematiche, la parte più rilevante dello scibile dopo la lingua, erano perite, e basterebbero ad attestarlo i progressi della meccanica e dell’architettura. Resta nella cattedrale di Firenze un calendario scritto nell’813, con bellissime traccie d’osservazioni celesti, per le quali l’autore si era accorto dello spostamento de’ punti equinoziali dopo il concilio Niceno I, stando al computo giuliano. D’un geografo di Ravenna abbiamo una rozza descrizione del mondo, cui può servire di schiarimento una mappa del 787 che sta nella biblioteca di Torino in un commento manoscritto dell’Apocalisse. La geografia dovea vantaggiarsi dai tanti viaggi di devozione, per guida dei quali stendevansi itinerarj; ma come scienza ben poco progredì.

San Tommaso intendeva addentro nelle matematiche, e scrisse degli acquedotti e delle macchine idrauliche. Campano novarese commentò Euclide, studiò alla quadratura del circolo e alla teorica de’ pianeti, e indicò la genesi de’ poligoni stellati: Urbano IV lo teneva frequente alla sua tavola con altri, da cui godeva sentire spiegate le quistioni che proponesse. Paolo Dagomeri da Prato, detto l’Abbaco per la sua perizia nell’aritmetica e nella geometria, rappresentava in macchine tutti i moti degli astri: fu il primo a pubblicare un almanacco. Biagio Pelacani da Parma spiegò le apparenze prodigiose dell’atmosfera mediante la riflessione delle nubi.

Di que’ tempi, e merito degli Italiani fu una comodissima novità. Mentre gli antichi, siano i classici, siano gli Ebrei e gli Arabi, notavano i numeri con lettere, gl’Indiani possedevano una numerazione più ragionata, ove le cifre, oltre il proprio, hanno un valore di posizione, sicchè trasportate al penultimo posto esprimono le decine, al terz’ultimo le centinaja, e così via: da essi l’appresero gli Arabi, e alcun Europeo se ne valse in opere scientifiche. Leonardo Fibonacci di Pisa, stando impiegato nelle dogane a Bugia di Barberia, cercò quanto d’aritmetica sapeasi in Egitto, in Grecia, in Siria, in Sicilia, e in un trattato d’aritmetica e d’algebra del 1202 si valse di queste ch’egli chiama cifre indiane. Gloria sua più certa è l’avere primo fra i Cristiani trattato dell’algebra, e in modo tale che tre secoli di concordi fatiche non aggiunsero un punto a quel ch’egli insegnò. L’applica esso a problemi mercantili, senza un cenno delle operazioni magiche, dietro cui deliravano anche i più valenti. Così un negoziante fiorentino recò all’Europa e il calcolo de’ valori e quello delle funzioni.

Altra invenzione importantissima di quel tempo sarebbero le note musicali, che si attribuiscono a Guido d’Arezzo monaco benedettino (n. 955); ma in che consista il merito di lui, non è ben certo. Imperocchè i righi e i punti già erano conosciuti; non fu lui che introducesse la gamma per imparare il solfeggio; non lui che estese la scala aggiungendo cinque corde alle quindici degli antichi. La tradizione dice soltanto ch’egli trovò note, onde in brevissim’ora imparavasi la musica, che dapprima richiedeva molti anni; e che Benedetto VIII, invitatolo a Roma per farne prova, se ne chiamò soddisfatto. La sua scala è la stessa de’ Greci, solo estesa alquanto aggiungendovi un tetracordo nell’accordo e una corda nel grave[339]; e alcun vuole che allora alle lettere gregoriane si sostituissero punti quadrati o rotondi sopra righi paralleli e negli intervalli, sicchè le relazioni armoniche de’ toni divennero quasi sensibili alla vista, e la facilità del notarle con punti sopra punti (contrappunto) ne rese agevole l’esecuzione.

Sant’Ambrogio e Gregorio Magno aveano redenta la musica dalle pagane profanità e dall’elemento mondano, secondo il quale proponeasi unicamente d’esprimere la durata delle sensazioni, e imitare i movimenti delle impressioni prodotte dalla passione e dal sentimento; abolito il ritmo, sicchè il canto non fosse più capace di esprimere i sentimenti e le passioni, ma restasse affatto spirituale; atteso che, essendo le note tutte di durata eguale, meglio esprimevano, nel vestire le parole sante, l’inalterabile calma dell’onnipotenza. Però si conservarono i modi antichi, che erano toni esprimenti la differenza dal grave all’acuto fra i varj punti di partenza dei sistemi di successione. Ambrogio aveva unito i due tetracordi per formare la scala; e scelto fra i modi greci i quattro che più acconci gli parvero alla maestà del canto e all’estensione della voce, sbandì gli ornamenti introdotti nella melopea, e gran numero di ritmi: insigne semplificazione e barriera alle novità corruttrici, perchè anche la musica colla purezza semplice e maestosa ritraesse la severa austerità del culto. Gregorio, sull’orme d’Ambrogio, e schivandone gl’inconvenienti, aggiunse quattro nuovi modi, ond’evitare la monotonia.

Restava che la musica cristiana conquistasse l’armonia, ignota ai Greci; e mentre in questi le regole non miravano che a stabilire successioni, ora doveasi introdurre la simultaneità dei suoni. Malgrado gli ostacoli dell’abitudine e della venerazione verso gli antichi, si poterono fare intendere due voci a un tratto: ma quando si cominciasse non si sa. Guido d’Arezzo non diede nuove regole all’arte, ma mostra evidente che già allora conoscevasi la difonia, quantunque ignoriamo a quali regole formata.

CAPITOLO XCI. Federico II. Seconda guerra dell’investitura.

Nel concilio Lateranense IV, aperto l’11 novembre 1215, l’autorità pontifizia apparve nella maggior sua magnificenza. I due imperatori d’Oriente e d’Occidente, i re di Cipro, di Gerusalemme, di Sicilia, di Francia, d’Inghilterra, d’Aragona, d’Ungheria mandaronvi ambasciadori; i patriarchi d’Antiochia e di Gerusalemme v’assistettero in persona, e per rappresentanti quei di Costantinopoli e d’Alessandria; settantuno arcivescovi, quattrocendodici vescovi, e più di ottocento abati e priori; e tale affluenza di popolo, che alcuni prelati non poterono penetrare nella basilica, e il vescovo d’Amalfi restò soffocato. In mezzo a un circolo di cardinali ornati in maestosa semplicità, compariva il pontefice, che aveva veduto Costantinopoli rimessa alla sua obbedienza; era uscito trionfante dalla guerra degli Albigesi e dalla lotta con Ottone imperatore e col re d’Inghilterra, che gli fe omaggio della sua corona; all’ombra di lui, quest’isola aveva ottenuto la Magna Charta salvaguardia di sua libertà, le città toscane formato una confederazione, e le lombarde rinnovato l’antica; gli Spagnuoli nel piano di Tolosa riportata insigne vittoria che li francheggiava omai dall’araba servitù; da lui il re d’Aragona domandò la corona; quel di Bulgaria gli sottomise la sua; sulla Sicilia avea sodato la supremazia della santa Sede, dopo averla rinfrancata in Roma; in due Ordini, baliosi di gioventù, erasi creata una milizia stabile, disposta ad ogni suo comando. Ed ora al mondo intero, pendente dalle sue infallibili decisioni, dettava i canoni della credenza e le regole della disciplina ecclesiastica e civile: vietato l’affidare funzioni pubbliche a Musulmani o Ebrei, o il vendere armi agli Infedeli; frenata l’usura, proscritti i Patarini, e per distinguersi da questi dovessero i Cattolici almeno una volta l’anno comunicarsi alla propria parrocchia; confermata la dottrina di Pier Lombardo intorno alla Trinità, riprovando quel che n’avea scritto «il calabrese abate Gioacchino», scrittore mistico, rinomato per predizioni; ordinata pace generale per quattro anni.

Vicario della divinità in terra pel governo temporale e per lo spirituale, il pontefice avea dunque portate ad effetto le massime che le Decretali avevano sancite, proclamando la potenza ecclesiastica essere il sole, da cui, a guisa di luna, la imperiale traeva il suo splendore[340]. Spiegando le relazioni del potere temporale collo spirituale, Innocenzo III scriveva[341]: — Il Signore non solo per costituire l’ordine spirituale, ma anche perchè una certa uniformità fra la creazione e il corso degli avvenimenti l’annunzii autore di tutte le cose, stabilì armonia fra cielo e terra, in modo che la meravigliosa consonanza del piccolo col grande, del basso coll’alto, ce lo riveli per unico e supremo creatore. Come stampò due grandi luminari sulla volta celeste, così affisse al firmamento della Chiesa due supreme dignità, una che splenda il giorno, cioè illumini gl’intelletti sopra le cose spirituali, e franchi dalle catene le anime tenute nell’errore; l’altra che schiari le notti, cioè gli eretici indurati e i nemici della fede, e impugni la spada per castigo de’ reprobi e gloria dei fedeli. E come, offuscando la luna, buja notte involge le cose; così, quando mancasi d’imperatore, prorompe la rabbia degli eretici e dei pagani».