Pretendenze non meno assolute sillogizzavano i giuristi, attribuendo agli imperatori un potere senza limiti, quale avea formato la possa e l’obbrobrio di Roma antica; e con argomento di pari calibro nelle nuove università insegnando il sacro impero elevarsi sopra ogni mondana cosa, l’imperatore portare in mano il globo a significare la padronanza sull’universo mondo.
Arroganze sì opposte doveano rinnovare il conflitto tra il pastorale e lo scettro. Cominciato da Gregorio VII, erasi sopito con un accordo, ove l’imperatore crebbe di vantaggi, il papa d’opinione. Dopo ottant’anni si ridestò più palese e meglio determinato, non trattandosi più d’una formalità feudale, ma se la Chiesa dovesse star sottoposta all’Impero. Anche i lottanti erano ben differenti: l’inflessibile Gregorio più non viveva, e al posto d’un Enrico IV, principe scapestrato e inviso, stavano i principi di Svevia, nobili, generosi, cortesi, fautori delle lettere, cinti da signori tedeschi, che fedeli al re e alla donna di lui, lo seguivano del pari al torneo od alle spedizioni oltre l’alpi e il mare.
Federico II, rampollo ghibellino allevato dal papa e da lui sostenuto contro il guelfo Ottone, sicchè per ischerno veniva detto il re dei preti, mostrò deferenza e rispetto a Innocenzo III finchè n’ebbe bisogno: esortò il senato romano ad obbedirgli; nella dieta di Egra solennemente professò, pei tanti favori avuti dalla romana Chiesa, le sarebbe sempre rispettoso e sommesso; le confermava le concessioni fatte da Ottone; l’aiuterebbe a conservare i dominj, e nominatamente la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, e a recuperare i disputati, come l’eredità della contessa Matilde; — Appena consacrati a Roma (soggiungeva) emanciperemo nostro figlio Enrico, cedendogli il regno nostro ereditario di Sicilia, sicchè il tenga come il teniam noi dalla santa Sede; e noi rinunzieremo al titolo regio e al governo di quel paese, di modo che mai non possa essere unito all’Impero»[342].
Oggi chiameremmo ciò politica; allora parve ipocrisia: giacchè al tempo stesso ricusava far giustizia alle domande della Chiesa; pretese che Innocenzo gli avesse peggiorato il patrimonio, e perciò a Ricardo fratello di lui ritolse il contado di Sora, e spogliò altri che dal papa erano stati investiti; fece anche morire qualche vescovo per ribelle, e non rifiniva di lamentarsi che Roma raccogliesse chi a lui era sfavorevole; e soltanto la morte sottrasse Innocenzo dal vedere il suo pupillo morsicare il seno che l’aveva nodrito.
Federico, gioviale, colto, amabile, atto a conciliarsi gli animi, quanto alienavali la rozzezza d’Ottone, rimase indisputato re di Germania allorchè questo morì pentito e ricreduto della guerra portata alla Chiesa, e facendosi flagellare dai servi per penitenza (1218). Propenso alle armi a somiglianza degli Svevi paterni, e a somiglianza dei materni Normanni destro nella politica e dissimulato, segnò con buoni provvedimenti i cinque anni che dimorò in Germania; poi si volse all’Italia, alla quale lo traevano la bellezza del cielo, le rimembranze di sua gioventù, la coltura degli abitanti, e il proposito di tornar vigoroso l’Impero. Raccontavasi che, ancor fanciullo, tra il sogno gridò: — Non posso, non posso»; e interrogato rispose parevagli di mangiare tutte le campane del mondo: ma ne abboccò una così grossa, che in verun modo non potea trangugiare. Vedemmo più volte il medio evo tradurre i fatti in cotali storielle.
In Lombardia le città principali venivano allargando il dominio, non più soltanto sovra le terre circostanti, ma su città minori, inviandovi podestà ed esigendone tributi, per modo che l’infinito sminuzzamento riconosciuto dalla Lega Lombarda restringevasi attorno ad alcuni centri. Uno de’ principali era Milano, che moltiplicava guerre a Pavesi, Cremonesi, Parmigiani, Modenesi, e che caporione della parte guelfa, trovavasi però, come fautore di Ottone IV, scomunicata dal papa, divenuto patrono del discendente degli Svevi.
Federico vide non riuscirebbe ad alcun pro fra tanto rimestìo; e differendo a miglior tempo il cingere la corona di ferro, scese verso il mezzodì. Il nuovo papa Onorio III dei Savelli era stato ricevuto dai Romani con tripudj (1216), quali niuno ricordava d’aver veduti; pochi mesi dopo dai Romani fu espulso, e costretto a ritirarsi a Rieti e a Viterbo. Mite pontefice in mezzo a due robusti, ai re insinuava continuo la mansuetudine sua stessa: istruito dal nunzio che lo scisma greco non potrebbe ricomporsi che col rigore, vietò d’usarne, non dovendosi tutelare la fede che coll’istruzione, la preghiera, il buon esempio e la pazienza. Da Federico, a cui nome era stato governatore di Palermo, aveva egli a ripetere tre promesse fatte al suo predecessore: di crociarsi, di restituire il retaggio della contessa Matilde, di rinunziare alla corona di Sicilia, sicchè non fosse unita all’Impero. Rinnovate queste promesse, Federico ottenne d’essere unto imperatore (1220 — 20 7bre); nel quale incontro derogò qualsifosse legge restrittiva delle libertà della Chiesa, ed ordinò severamente l’estirpazione delle eresie.
Il retaggio della contessa Matilde nella realtà non era venuto nè all’impero nè al pontefice, avvegnachè i signori posti a governarlo s’erano poc’a poco scossi dalla dipendenza, intanto che molti Comuni colla forza, col denaro, colla persistenza redimeansi in libertà, fra’ quali primeggiava Firenze.
Quanto sia alla crociata, dopo la presa di Costantinopoli e la fondazione dell’impero latino, Innocenzo III non avea cessato di spingere alla liberazione del santo sepolcro, tanto più che allora andava attorno, essere giunto a sera il dominio di Maometto, simboleggiato nella bestia dell’Apocalisse, la quale non oltrepasserebbe i seicento anni. Genova vide in quel tempo capitare un nuvolo di fanciulli, che, assunta la croce, volevano passare alla liberazione di Gerusalemme: infelici! e per via perirono tutti, quali di fame e stenti, quali affogati ne’ fiumi, alcuni côlti da avidi speculatori per venderli schiavi. Innocenzo li compassionò, ma non rifiniva di farne raffaccio agli adulti, i quali vigorosi non sapeano compiere quel che aveano tentato fanciulli.
Al suo intento veniva opportuno un campione che onorate prove avea dato di valore e fedeltà alla Chiesa, Giovanni di Brienne, francese lodatissimo in fatti di guerra, fratello di quel che vedemmo poc’anzi pretendere l’eredità di re Tancredi nella Puglia: ito in Palestina, avea preso per moglie Maria figlia di Corrado di Monferrato (1219), e per dote diritti al trono di Gerusalemme. Innocenzo lo riconobbe re di questa, e raccolti molti Crociati, proponevasi guidarli egli in persona, quando morì. Onorio III promise seguitare l’impresa, e ottenne che Ungheresi e Tedeschi passassero in Terrasanta su navi di Venezia e di Zara. All’assedio di Damiata il legato pontifizio a capo degli Italiani (1218) scalò primo le mura in buja notte, e la croce d’orifiamma, stendardo che conservasi a Brescia, vuolsi vi fosse allora piantata dal vescovo Alberto a capo di millecinquecento Bresciani, impresa per la quale ottenne il patriarcato di Antiochia. Poco poi Enrico di Settala, arcivescovo di Milano, condusse un rinforzo di suoi cittadini[343].