Pier delle Vigne, nato poveramente a Capua, e invaghito degli studj, andò mendicando a Bologna, e quivi ammesso nell’università, primeggiò tanto che Federico sel tolse a segretario, poi lo alzò giudice, consigliero, pronotaro, governatore della Puglia, infine cancelliere e tutto. Bellissimo favellatore, arguto giureconsulto, le cure nol distolsero dalle lettere, e come il primo codice dell’Italia moderna, così dettò il primo sonetto: a’ consigli di lui va attribuita la protezione che alle dottrine concesse Federico, il quale anche l’insegnamento accentrò alla moderna, volendo unica scuola nel Regno l’università di Napoli; e i governatori doveano colà mandare tutti gli studenti, dove trovavansi allettati da privilegi, giudicati dai proprj maestri, buon trattamento e sicurezza ne’ viaggi, le migliori case e a tenue fitto; non mancherebbero mai di grano, vino, carni, pesci, e di chi prestasse denaro[349].
Federico fece eseguire la prima versione di Aristotele dal testo greco; formò un serraglio d’animali forestieri; chiunque avesse merito, accoglieva alla sua Corte, ove si dirozzò il linguaggio italiano, e qualche poeta, imitando gli esempj de’ Tedeschi e Provenzali, avvezzò la musa sicula a nuovi concenti. Egli stesso «savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte le cose, seppe di lingua latina e vulgare, tedesca, francese, greca, saracena» (Villani); scrisse un libro sulla caccia a falcone; uno sopra la natura del cavallo dettò a Giordano Rufo suo scudiere. Del denaro cavato dai beni suoi e dal traffico che non isdegnava, facea larghezza agli amici e in fabbriche; e a lui sono dovuti i ponti sul Volturno[350], le torri di Montecassino, i castelli di Gaeta, di Capua, di Sant’Erasmo, la città di Monteleone ed altri forti e villaggi; di là dal Faro ristaurò Antea, Flegella, Eraclea, fondò le rôcche di Lilibeo, di Nicosia, di Girgenti: Napoli, abbellita e accresciuta di popolo e ricchezza come sede del sommo tribunale e dell’università, avviò a divenir capitale del regno. Ecco perchè egli v’è ancora nominato con popolare benevolenza.
Tante belle qualità non seppe acconciare coi tempi, ai quali non fu conforme nei vizj nè nelle virtù. A modo dei re moderni, voleva sottoporre anche la religione all’amministrazione, e tenea fitto il pensiero ad affievolire i papi, come quelli che repugnavano a’ suoi divisamenti. Essi avevano costituita la dignità dell’imperatore perchè fosse tutela alla Chiesa, affidandola sempre a un capo elettivo, cioè degno; volendo l’indipendenza d’Italia, come necessaria all’indipendenza pontifizia, impedivano che alla corona imperiale s’annestasse quella della Sicilia, paese sempre della prima importanza in faccia agli stranieri. Federico invece aspirava a rendere ereditario in sua casa l’impero, e unirvi la Sicilia; solo dabbenaggine de’ popoli e astuzia de’ papi avere supremato la santa Sede, tutrice incomoda e umiliante. Nè solo la Lombardia voleva egli soggetta, ma tutta l’Italia, quasi retaggio proprio. Ad un principe italiano scriveva, ogni suo sforzo essere in sottomettere la penisola rinserrata fra dominj suoi, e renderla parte integrante dell’impero, come il regno di Gerusalemme eredità di sua moglie, come la Sicilia eredità della madre[351]; e nel congresso di Piacenza non dissimulò di voler soggiogare la media Italia, impresa difficile, alla quale soccombette.
Non tardò ad accorgersi come, malgrado il momentaneo svolgimento, alleati suoi naturali fossero i Ghibellini; onde a questi s’annodò, sperando, fra il tempestare delle fazioni in Lombardia, riuscire a quello dov’era fallito l’avo suo Barbarossa, e fra i divisi piantare l’ordine; parola che, allora e poi, fu spesso intesa per servitù. A suo desiderio il servirebbero le forze del Reame e quelle della Germania, e i mercenarj che d’ogni parte comprava colle spoglie delle città italiane, e col concedere franchezza a qualunque bandito o malfattore prendesse servizio nelle truppe[352].
Nè pago delle masnade tedesche comandate da Rinaldo, figlio del famoso Markwaldo, cercò rinforzo da nemici del nome cristiano. Dalle montagne centrali dove s’erano ridotti dopo perduto il dominio, gli Arabi sbucavano a devastare la Sicilia, e «v’aveano uccise più persone ch’essa non conti abitanti». Alla conquista sveva non fecero opposizione, e perciò sfuggirono alle vendette esercitate contro i Normanni. Nella minorità di Federico, per odio al papa persistettero a favorire Markwaldo: vinto lui, si forticarono ne’ castelli di val di Màzara, blandirono Ottone IV, e gli spedirono regali. Federico li domò, e fino a sessantamila ne trasferì nella Capitanata, assettandoli a Nocera (1222), che oggi ancora chiamasi de’ Pagani, e a Lucera, posta s’una ultima pendice dell’Appennino, donde si dominano i piani della Puglia, chiusi a levante e settentrione dalla catena del Gargano e dal mare Adriatico. Quivi tentarono ripetutamente fuggire o sollevarsi, poi rassegnatisi divennero fedelissimi a Federico, che da questa colonia traea ventimila combattenti, devoti ad ogni suo cenno e, ch’era più, inaccessibili alle aspirazioni nazionali degl’italiani e agli anatemi dei papi. E quando i papi gli apponevano di avere introdotto i Musulmani in mezzo a Cristiani, Federico se ne imbelliva anzi, come avesse con ciò liberato la Sicilia dal flagello delle loro correrie, e col porli fra’ Cristiani agevolato le conversioni. Il fatto sta che ebbe per tal modo anche un esercito stabile, a guisa dei re moderni.
A suo figlio Enrico, che faceva i nove anni quando egli ventisei[353], avea dai principi di Germania ottenuta la corona. Ora col pretesto della crociata lo invitò a scendere in Lombardia coll’esercito, e trovarsi a Cremona, ove per pasqua intimava la dieta (1226). — Una adunanza raccolta sotto le spade può ella essere libera?» dissero le città lombarde; e non ben fidando nel papa, che condiscendeva a Federico onde indurlo a quel ch’era suo primo desiderio, la crociata, provvedono al caso dubbio e pericoloso rinnovando la Lega Lombarda, secondo n’erano autorizzati dal trattato di Costanza. A Mosio sul Mantovano convennero dunque i rettori, podestà, ambasciatori di Bologna, Piacenza, Verona, Milano, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova, Treviso, e giuraronsi alleati per venticinque anni. — I malfattori escluderemo da tutti i luoghi e dalle città collegate, nè di bando potranno essere tratti senza mandato dei rettori o della Lega: a chi contraffacesse, faremo guerra a senno dei rettori: nessuna città, luogo o particolare persona de’ collegati verrà ad accordo con alcuna città o luogo fuor della Lega, o in danno di quella, altrimenti sarà avuta per ribelle, e i beni dei suoi abitatori pubblicati e devastati. Se alcuna città, luogo o persona particolare della Lega sia osteggiata dai nemici, le collegate le daranno ajuto, e reciprocamente rifaremo i danni ad arbitrio de’ rettori».
Tale era il giuramento; e quello dei rettori della Lega: — Giuro pei santi evangelj che con buona fede eserciterò l’uffizio a me commesso e le ragioni della giurisdizione a me sottoposte; concorderò cogli altri rettori in quanto concerna lo stato e utilità di tutta la Lega, e di ciascun Comune che v’entri; senza frode darò opera di mantenere e far osservare questa Lega; nulla manifesterò di quello che sarà trattato; niente piglierò per me nè per sommessa persona in detrimento della società; e se cosa alcuna mi sarà offerta, al più presto la farò manifesta a tutti i rettori. Le querele deferite a me od a’ miei colleghi, ad arbitrio degli altri rettori, fra quaranta giorni definirò, secondo la ragione e la buona consuetudine: quindici giorni avanti che scada il mio uffizio darò opera si faccia un altro rettore, il quale giuri siccome ho giurato io. Attenderò al meglio della università e non della specialità; e darò ogni opera a conservare la libertà di ciascun Comune, e difendere i beni contra tutte e singole le persone contrarie a tal società» (Corio).
Tosto la Lega si pone in piede ostile, far armi, troncare ogni comunicazione colle città ghibelline, proibire ai cittadini di trattar coll’Impero, nè ricevere ordini o donativi. Federico buttò giù la buffa anch’egli, ed avendo dalla sua Reggio, Modena, Parma, Cremona, Asti, Lucca e Pisa, mosse armato. Ma Faenza e Bologna, capo della lega Cispadana, gli chiusero le porte in faccia, sicchè dovette attendare alla campagna, poi affrontato da buoni eserciti, forza gli fu dare indietro. Spedì proposizioni alle federate; e ricusato, le pose al bando dell’Impero; e non so se di buon senno o per contraffare le scomuniche papali, fece scomunicarle dal vescovo d’Ildesheim, e proibì d’andare a studio a Bologna: grave colpo per una città che viveva sopra dodici mila scolari. Le confederate non fecero come sbigottite; ma Onorio III papa, avendo in cima a tutti i suoi pensieri la crociata, e perciò la concordia fra i Cristiani, s’interpose, e rattaccò una pace (1227 — 5 genn.), dove Federico obbligavasi a cancellare que’ bandi, e i Lombardi a null’altro che rappattumarsi coi Ghibellini, e somministrare quattrocento uomini pel passaggio in Terrasanta: ma Onorio non potè vedere la spedizione desiderata.
Il successore suo Gregorio IX, dei conti di Anagni, aveva ottantacinque anni; ma parve ringiovanire nel ricevere in deposito le chiavi eterne: con pompa maggiore delle consuete si fece coronare, sette giorni continuando le feste; e l’ultimo cantata messa in San Pietro, menò una lunga processione ricchissimamente in addobbo, con due corone al capo, sopra un cavallo superbamente bardato, tenuto alla briglia dal prefetto di Roma e dal senatore; precedeano i cardinali, seguivano giudici e uffiziali in broccato d’oro, e una dirotta di popolo, fra le cui acclamazioni e ulivi e palme entrò al palazzo, quasi celebrasse il trionfo dell’autorità papale, che di fatto mai non era tanto salita.
Federico aveva preso tutti quei provvedimenti in Sicilia senza informarne il papa, che pur riconosceva per signore sovrano; imponeva tasse sugli ecclesiastici col pretesto della crociata, alla quale non risolvevasi mai; ed ai lamenti di Roma rispondeva col protestarsele docilissimo, e obbligato ad essa come a madre che Io aveva nutrito. Alla longanimità di Onorio verso un principe mentitore e subdolo come Federico, mal rassegnavasi l’operosa fermezza di Gregorio, il quale intimò alle città longobarde di tenersi in pace (1228), e all’imperatore di partire per oltre mare, egli ch’era stato «posto da Dio in questo mondo siccome un cherubino armato di spada per mostrare agli smarriti la via dell’albero della vita». Più non avea ragioni o pretesti costui da indugiare, e con poche truppe s’imbarcò a Brindisi. Già dappertutto preludevasi a vittoria, già s’immaginava la santa città restituita agli inni dei devoti, quando si sparge che l’imperatore era tornato a terra dopo tre giorni, allegando le malattie dell’esercito e la sua. Al pontefice più non parve di pazientare, e lanciò la scomunica, denunziando Federico come spergiuro e infedele; suo delitto se la moglie Jolanda morì sovra parto; colpa sua se di fame e di caldo perirono i Crociati nella Puglia. Non meno iracondo Federico inveiva contro il papa che, in luogo di soccorrerlo, istigasse contro di lui il suocero suo stesso; il quale di fatto, appoggiandosi alla scomunica, in armi veniva a ridomandare il titolo regio che Federico gli aveva usurpato. Pure, avuto intesa delle discordie scoppiate fra i principi Ajubiti, l’imperatore si risolse al passaggio; data la posta a’ guerrieri nella pianura di Barletta, vi troneggiò in tutta la maestà imperiale e colla croce di pellegrino, lesse il proprio testamento, facendo giurare i baroni d’adempirlo se nell’impresa perisse, e precipitò gl’indugi.