Gregorio IX dichiarò scandalo che uno scomunicato capitanasse l’impresa santa; dichiarò imprudenza l’assumerla con sole venti galee e seicento cavalieri, armata da corsaro, non da imperatore; e interruppe la canonizzazione del pacifico san Francesco per ripetere gli anatemi contro Federico, il quale non vi diede ascolto.
In Levante i figli di Malek Adel, spartitosi il dominio, si faceano guerra dall’uno all’altro; e Melik el-Kamel, signore dell’Egitto e di Gerusalemme, cercò prevalere a’ fratelli coll’allearsi all’imperatore d’Occidente, al qual uopo gli spedì un emir, mentre l’arcivescovo di Palermo arrivava al Cairo con gran regali per lui (1229), e si ricambiarono proteste d’amicizia. Melik el-Kamel invase di fatto la Palestina; sicchè l’imperatore, sapendo di non dovervi trovar nemici, non credette aspettare i rinforzi di Germania. Approdato, vi era dai nostri accolto come un Messia, quando due Francescani annunziarono la scomunica. Detto fatto, gli si toglie fiducia e rispetto, a segno che gli ordini non dava più in proprio nome, ma di Dio e del popolo cristiano. Melik el-Kamel non meno che Federico desiderava la pace; sicchè tutta la campagna si ridusse a trattative, quanto una guerra moderna, sempre avvolte però nel mistero. L’imperatore mandò al soldano pelliccie, eccellenti destrieri, bellissime armi di Germania, il cavallo di battaglia, la spada, parte dell’armadura di cui egli servivasi in campo, protestando non chiedere che le già promessegli città, titolare patrimonio di suo figlio; vedesse in quanto scredito cadrebbe se tornasse in Occidente senza nulla ottenere. L’emir lo ricambiava con stoffe di seta, un elefante, dromedarj e scimie, altre rarità dell’India, dell’Arabia, dell’Egitto, e una banda di ballerine e cantatrici, soggetto ai Musulmani di rimproveri, di scandalo ai nostri, cui davano gelosia e dispetto quelle benevole relazioni[354]. I due signori convennero d’una tregua decenne; Gerusalemme, Betlem, Nazaret, Toron e i prigionieri sarebbero consegnati a Federico con quanto siede fra Gerusalemme, Acri, Tiro e Sidone; conservate ai Musulmani le moschee, e libero esercizio del loro culto; Federico distoglierebbe i Franchi da nuovi atti ostili contro di essi.
Il patto seppe dell’empio ad entrambe le religioni; imami e cadì appellavansi al califfo contro la cessione della città del Profeta, i vescovi al papa contro l’indegnità di mescolare i due culti: il sultano di Damasco ricusò l’accordo; il patriarca di Gerusalemme pose all’interdetto i luoghi recuperati. In conseguenza Federico entrò in Gerusalemme senz’altro accompagnamento che de’ suoi baroni tedeschi e de’ cavalieri Teutonici; e nella chiesa del Santo Sepolcro, tesa a bruno, abbandonata dai preti, mentre, lui connivente, dai minareti continuavasi a gridare: — Non v’è altro dio che Dio e Maometto è suo profeta», Federico colle proprie mani dovette porsi in capo il diadema. Nè potè ottenere obbedienza neppure sevendo contro i cittadini, battendo frati, impacciando i pellegrini che venivano per la settimana santa, e i Templari che voleano rialzar le mura: la sua partenza da Gerusalemme fu festeggiata quanto l’arrivo; e gli assennati gli faceano rimprovero di non avere provveduto tampoco nè a conservare gli acquisti nè ad assicurarvi i fedeli: sì poco gli caleva del regno di Cristo quando il suo pericolava.
Perocchè in Sicilia il papa gli suscitava nemici mandando nunzj, compiangendo che quei popoli, sotto un nuovo Nerone, perdessero fino il desiderio della libertà: — Vi ha forse Dio collocati sotto cielo sì ridente per trascinare catene vergognose?» Sollecitava anche soccorsi da’ collegati lombardi, e messo insieme un esercito, lo affidò a Giovanni di Brienne, che sotto lo stendardo delle chiavi entrò devastando il reame di suo genero.
Federico, sbuffante vendetta, muove le schiere tedesche ricondotte di Palestina, e i fedeli suoi Saracini, segnati della croce, combatteano fieramente contro i papalini, segnati delle chiavi; e messi questi in isbaratto, recupera le piazze del Regno, invade le terre del papa, ne stramena i fautori, e gli suscita nemici in Roma stessa. Giovanni di Brienne era stato chiamato a Costantinopoli a regnare invece del fanciullo Baldovino II suo genero, e benchè ottagenario si mostrò eroe nel combattere i Bulgari. I Romani, espulso il pontefice, aveano gravato di esazioni le chiese, i conventi, i vassalli della santa Sede, e aizzato Federico alla totale rovina del papa; ma una straordinaria inondazione del Tevere, considerata come castigo del cielo, indusse e popolo e senato a richiamarlo in segno di penitenza. I prelati però mal sopportavano di dover contribuire alle spese a titolo della crociata; alle città lombarde pesava l’essere trascinate in una guerra offensiva, esse collegatesi solo per la difesa: laonde fu praticato un accordo (1230), e dopo lunghi dibattimenti si annunziò qualmente l’imperatore concedeva perdonanza universale, revocava il bando messo sopra le città lombarde, e prometteva che i benefiziati sarebbero eletti secondo le leggi ecclesiastiche, nè gravati d’imposte o collette. A tali condizioni fu prosciolto dalla scomunica, e le campane sonarono a letizia, il re baciò il piede del papa, n’ebbe la benedizione, e sedettero alla stessa mensa. I popoli credettero fosse pace, ma non era che un respiro ch’egli si procacciava per allestirsi all’ultima prova.
Quando i capi erano disuniti, tutte le membra se ne risentivano, e l’Italia peggio che mai trambustava, facendo guerra Venezia a Ferrara, Padova e Brescia a Verona, Mantova e Milano a Cremona, Bologna a Imola e Modena, Parma a Pavia, Firenze a Siena, Genova a Savona ed Albenga, Prato a Pistoja; signorotti feudali saliti a gran potenza mescolavano battaglie fra sè o colle città; e ai rancori ed alle ambizioni private pretessevasi il nome del papa o dell’imperatore.
Questi convocò la dieta in Ravenna (1231), ma al tempo stesso da Germania invitava coll’esercito il figlio Enrico: di che adombrate le città, e mal fidandosi alle assicurazioni nè del papa, nè dell’imperatore, abbarrarono i passi, tanto che Enrico rimase di là, e Federico rinnovò il bando contra la Lega Lombarda, cassando qualunque diritto mai avessero ottenuto le città di quella. Mancando però d’esercito, le minaccie non fecero che rinserrare quella Lega. Milano mette in ordine sette capitani con mille uomini a cavallo ciascuno, giurati a sostenere la libertà, e morire in campo piuttosto che fuggire; disponeva delle forze di Parma, Piacenza, Novara, Vercelli, Alessandria, benchè indipendenti; ed essendosi Tommaso conte di Savoja tenuto sempre fedele all’imperatore, dal quale anzi fu costituito vicario, i Milanesi si spinsero fin nelle Alpi, e per sorreggere alcune terre a lui ribellate fondarono il Pizzo di Cuneo, che poi dovea divenire una delle primarie fortezze di quella casa e dell’Italia.
A Federico poi si ribellavano i proprj paesi, da lui fraudati delle consuetudini municipali, e specialmente Messina, avvezza a reggersi con stratigoti proprj: ond’egli moltissimi appiccò ed arse vivi; il castello di Centoripa distrusse dalle fondamenta; Gaeta, benchè amnistiata, fe spoglia dell’antico diritto di eleggere i consoli, e circondò di trenta fortini: insomma questo eroe, magnificato da coloro che venerano in lui l’antagonista de’ papi, trovò continuamente rivoltose la Puglia e la Sicilia, nè seppe frenarle che collo spediente dei tiranni, le fortezze.
Appoggio gli erano, dopo i Saracini, i signorotti ch’eransi eretti tiranni di alcune città e provincie, e che dai diplomi di lui (1215) credeano trarre legittimità e fermezza. Principale tra questi fu Ezelino da Romano, che succeduto ad Ezelino il Monaco suo padre, all’avito dominio aveva aggiunto Bassano e Treviso, poi anche Verona e Padova, secondato dal fratello Alberico e dai Ghibellini della Marca Trevisana; e con una fermezza che non si arrestava alla necessità del sangue e del delitto, era divenuto il più spaventoso tiranno che la patria storia ricordi. Vi faceva contrasto Azzo d’Este, con larghissimi possessi e col favore di tutti i Guelfi: ma Ezelino prevalse alla venuta di Federico, del quale sposò Selvaggia figlia naturale. In queste emulazioni la Marca non meno che la Lombardia andava a strazio di deplorabili guerre, alle quali metter fine non potea la politica, ma solo qualche armistizio la religione, adoprantesi incessantemente a questo scopo.
Già vedemmo come essa dettasse la tregua di Dio; e i due nuovi Ordini di Domenicani e di Francescani furono tutti in attutire gli sdegni, frammettersi alle baruffe quotidiane, persuadendo e portando la pace da signore a signore, da una all’altra città; e cuori feroci, cui vigor di legge o possanza di magistrati non ratteneva, aprivansi alla pietà, gli stocchi tornavano alla vagina, e nel nome di Cristo fondendosi in lagrime, il nemico correva ad abbracciare il nemico.