Grandi paci conchiuse il santo d’Assisi; grandi il seguace suo Antonio da Padova. Nel 1176 i cardinali di Santa Cecilia e di Santa Maria in via Lata per delegazione pontifizia componeano molte quistioni, agitate fra le repubbliche di Pisa e Genova rispetto ai loro diritti sopra la Sardegna[355]. Sui cui esempio frà Guala da Bergamo, che fu poi vescovo di Brescia, riamicò i Bolognesi coi Modenesi, i Trevisani coi Bellunesi. In Cremona il popolo della città nuova viveva in cagnesco con quel della vecchia, e il vescovo Sicardo li riconciliò; e così coi Vicentini il beato Giordano da Forzatè, coi Milanesi frà Leon da Perego. Sta manoscritto nella biblioteca Ambrosiana un prolisso discorso d’un ecclesiastico che esortava alla concordia, e diceva: — Popolo milanese, tu cerchi soppiantare il cremonese, sovvertire il pavese, distruggere il novarese; le tue mani contro tutti, e le mani di tutti contro te... Oh quando fia quel giorno che il Pavese dica al Milanese, Il popolo tuo è popol mio; e il Cremasco al Cremonese, La città tua è mia città!»
I Genovesi aveano contaminato le loro vie di molto sangue civile, massime per l’odio tra li Avogadri e i marchesi della Volta; quando si pensò porvi fine. Innanzi giorno ecco toccar la campana a parlamento: e i cittadini accorrendo attoniti, videro il vecchio arcivescovo Ugo in pontificale tra il clero con candele accese, e tra cittadini notevoli con croci alla mano, attorno alle venerate reliquie del Battista; scongiurava a deporre gli odj e gli sdegni, e giurare sui vangeli la concordia, che sola poteva salvare la patria. Rolando, capo degli Avogadri, non poteva indursi a perdonare il sangue di tanti parenti suoi, de’ quali aveva promesso vendetta; ma tanto insistettero i preti e i savj, che l’ebbero indotto: poi corsero alla casa dei Volta, che non erano voluti presentarsi, e li trassero a dare il bacio ai nemici; e campane a festa e Tedeum celebrarono l’evento[356].
Ambrogio de’ Sansedoni di Siena, che fu poi canonizzato, venne spedito a predicar la pace in Germania, quindi tornò in patria per riconciliarla col papa che l’aveva interdetta come fautrice di Federico, e volle si cominciasse l’emenda dal perdono reciproco. Un magnate, sazio de’ suoi consigli, lo cacciava come impostore e vanaglorioso; ed egli: — Dio si chiama re della pace, ma non la dà se non a chi di buon cuore la conceda altrui. Quel che fo, lo fo per volontà di Colui che può sopra di me. Se v’irritai, ve ne chiedo scusa, e se merito supplizio, lo sosterrò di buon cuore per isconto delle mie colpe». Il forte a tanta umiltà venne a resipiscenza. Ambrogio predicava continuo che la vendetta è peccato d’idolatria, perchè usurpa la parte di Dio che a sè la riservò. Non riuscì mai a calmare un di Siena, sicchè gli disse: — Pregherò per voi», e insegnò una preghiera siffatta: — Signor Gesù, interponete la podestà vostra a queste vendette, e riserbatele a voi, acciocchè tutti conoscano che a voi solo spetta il punire gli offensori»; ed esortava a dirla avanti quelli che si ostinassero nelle ire. Anche quel pertinace, mentre ordiva co’ suoi consorti di non fare mai pace, la udì, ne fu compunto, e passati due giorni nella riflessione e nel digiuno, va e prega il santo a perdonargli e a rimetterlo in pace[357].
Continuò anche in appresso questa pia intromissione, e nel luglio 1273 Gregorio X conciliò una solenne pace in Firenze tra Guelfi e Ghibellini, e cencinquanta sindaci per parte si baciarono in bocca in sul greto d’Arno, dove esso papa volle si edificasse una chiesa che i Mozzi, suoi ospiti e grandi mercanti, dedicarono a san Gregorio[358]. Ma essendo il giorno stesso tornati a sospetti e a risse, un’altra concordia fu solennissimamente celebrata il 1280 per mezzo del cardinale Latino nunzio, rogandone atto, e volendo trecensessantasei mallevadori de’ Ghibellini, trecentottantaquattro dei Guelfi, e alquanti castelli[359]. L’anno precedente, esso Latino in Bologna riamicava i Lambertazzi co’ Geremei, in Faenza gli Acarisi coi Manfredi, in Ravenna i Polenta coi Traversari; e frà Bartolomeo di Vicenza instituì l’Ordine militare di Santa Maria Gloriosa, per mantenere in calma le città italiane. Nel 1266 il sartore Giacomo Barisello a Parma inalbera il segno della redenzione, e forma la compagnia della Croce di cinquecento seguaci, co’ quali va di casa in casa riconciliando Guelfi e Ghibellini, e facendoli giurar fede al pontefice. La compagnia ebbe tale successo, che ottenne uffiziali proprj, con autorità di giudicare, e d’intervenire negli affari del Comune, esercitandovi importanza principale per mezzo secolo[360].
Di nuovo il cardinale Nicolò da Prato rappacificò Firenze; e «a dì 26 aprile 1304, raunato il popolo sulla piazza di Santa Maria Novella, nella presenzia dei signori, fatte molte paci, si baciarono in bocca per pace fatta, e contratti se ne fece, e puosono pene a chi contrafacesse, e con rami d’ulivo in mano pacificarono i Gherardini con gli Almieri; e tanto parea che la pace piacesse a ognuno, che vegnendo quel dì una gran piova, niuno si partì, e non parea la sentissono. I fuochi furono grandi, le chiese sonavano, rallegrandosi ciascuno» (Compagni).
In Milano, contrastandosi nobili e popolani, si fece compromesso in quattro frati, e si stette al loro lodo; poi nimicatisi di nuovo, si accolsero in Parabiago, ove due frati dettarono condizioni d’accordo. Nel secolo seguente andò a predicarvi pace il beato Amedeo cavaliere portoghese, che di limosine fabbricò Santa Maria della Pace. Molte resie private e pubbliche in Valtellina e pel Comasco racconciò frà Venturino da Bergamo, che indusse diecimila Lombardi a pellegrinare penitenti a Roma, gridando pace e misericordia, e mantenendosi di carità. Molto profittarono pure in Lombardia san Bernardino e fra Silvestro da Siena.
Certamente anche allora potea dirsi, — Perchè frati e preti s’hanno a mescolare d’interessi mondani?
Ai tempi del nostro racconto, Gregorio IX, struggendosi di acconciare in buona pace gl’Italiani, sì per dovere di papa, sì per agevolare la crociata, mandava Nicolò vescovo di Reggio a ricomporre i Modenesi co’ Bolognesi; il cardinale Giovanni della Colonna a calmare i Perugini inveleniti fra loro, e ripatriarvi gli sbanditi; il cardinale Tommaso a Viterbo; il cardinale Giacomo da Preneste a Verona a concordare i Capuleti e i Montecchi, fazioni note per le compiante avventure di Giulietta e Romeo; frà Gherardo di Modena nella sua patria e a Parma, dove fu anche costituito podestà per riformare gli statuti; a Piacenza frà Orlando da Cremona.
Principale in queste missioni fu Giovanni da Schio domenicano, ch’e’ destinò in varj luoghi e nominatamente a Bologna, avvezza gli anni passati ad ascoltare Francesco, Domenico, Antonio già santi, poi venuta in urto col papa per le giurisdizioni vescovili, e perciò fin privata dell’università. Alla voce del frate da Schio si compromisero i litigi, si scarcerarono i debitori, si rintegrarono gli esuli; ed esso riformò a suo senno gli statuti, frenò le usure, indusse le donne a vestire più composto, e tutti a salutarsi col Sia lodato Gesù Cristo; e più nol voleano lasciar partire, tanto che il papa dovette fin minacciarli d’interdetto. Allora lo inviò a Siena; ma poichè a questa non potè rappacificare i Fiorentini, il papa li proferì interdetti; ed essi per capriccio d’incomposta libertà sprezzarono quel castigo.
Frà Giovanni fu destinato principalmente a disacerbare i furori della Marca Trevisana; e a Feltre, a Belluno, a Treviso, a Conegliano, a Vicenza, a Padova, per tutto operò prodigi di riconciliazioni; incontrato come santo fra le bandiere sciorinate, richiamava gli sbanditi, liberava i prigioni; e quando in Prato della valle a Padova predicava di stando sul carroccio e contornato dai carrocci delle altre città accorse, prorompeva dai cuori l’evangelico Son pur belli i piedi di chi evangelizza la pace. Tutto predisposto, frà Giovanni ordinò un generale ritrovo a Paquara, vasta pianura sull’Adige, tre miglia sotto Verona. Al cenno d’un frate, tutte le città e le ville accorsero coi carrocci cantando laudi al Signore; e quindici vescovi, tutti i baroni delle vicinanze, i conti di Sanbonifazio, i signori Camino, i Camposampiero, il tremendo Salinguerra di Ferrara, e più tremendi ancora Ezelino ed Alberico da Romano, vennero per udire predicarsi carità. Giovanni, salito in pergolo, e preso per testo La pace mia vi do, la pace mia vi lascio, parlò con una eloquenza, la cui efficacia veniva tutta dallo spettacolo e dalla persuasione della santità. A parole che ben pochi poteano intendere, ma che tutti sentivano, e a cui ciascuno sottoponeva quel che il cuore e la fantasia gli dettavano, avresti veduto quegli iracondi per penitenza picchiarsi i petti, poi gettarsi un al collo dell’altro, e chiedersi perdono, e promettersi amicizia. Il frate si valse dell’autorità concedutagli dal papa per assolvere da interdetti e scomuniche; e alzato il crocifisso, esclamava: — Benedetto chi conserverà questa pace», e centomila voci echeggiavano Benedetto; — Maledetto chi tornerà sulle risse», e centomila voci, Maledetto.