Se non che queste paci, indotte per impeto di sentimento, combinate in nome della universale carità, non isvelleano veruna delle cause delle nimicizie, talchè fra breve si era di ricapo alle armi. Pochi giorni dopo la spettacolosa concordia di Paquara, gli sdegni erano riarsi, le spade tinte di nuovo sangue, tutto tornato a peggio che mai per l’addietro si fosse; e i popolani che aveano inneggiato il frate santo, lo bestemmiavano uom di parte, venduto ai Guelfi, zimbello del papa. Egli stesso provocò quegli sdegni colla severità adoprata verso gli eretici, di cui ben sessanta bruciò nella piazza di Verona; poi a Vicenza, appoggiato dal popolo minuto, si dichiarò signore e conte, distribuì a suo senno le magistrature, riformò gli statuti; e colla solita volubilità popolesca fu cacciato prigione e respinto da un paese che lasciava in peggiori discordie di prima[361].
Il pontefice, offertosi arbitro tra Federico e la Lega Lombarda, proferì che l’imperatore dimenticasse ogni offesa, revocasse la proscrizione, compensasse chi n’avea sofferto pregiudizio; per ricambio i Lombardi rifacessero i danni all’imperatore ed a’ suoi, e per due anni mantenessero cinquecento cavalli in Terrasanta. Federico trovò parziale quel lodo, e lesivo della maestà regia: ma pel papa quelle repubbliche erano corpi politici legittimi e riconosciuti, nè aveano peggiorato verun diritto imperiale col rannodare la Lega, a cui erano stati autorizzati dal patto di Costanza.
Esso papa era tergiversato dai Romani, che gli negavano il diritto di sbandire un cittadino, esigevano una retribuzione che da immemorabile la Chiesa dava alla città, infine gli contestavano la sovranità temporale. Quello a cui s’incurvava tutto il mondo, si trovò costretto rifuggire in Perugia (1234); Roma tornò repubblica e Luca Savelli senatore ideò di fondare la Toscana e la media Italia in una confederazione, che togliesse di mezzo il dominio pontifizio, come dell’imperiale avevano fatto i Lombardi. Le fazioni scrupoleggiano mai sui mezzi? Questi repubblicani solleticarono le antipatie di Federico, chiedendo li sostenesse; ma egli, temendo ancor più la libertà che il pontefice, esibì soccorsi a questo per tornare al dovere Roma. In riconoscenza, e perchè la guerra che prevedeva inevitabile non avesse a frastornare i soccorsi a Terrasanta, Gregorio IX dichiarava gl’interessi di Federico essere interessi suoi, atteso i grandi servigi che rese alla Chiesa[362]: s’industriava di tirare i Longobardi a più larghe condizioni; ma essi indugiarono oltre il termine prefisso, e la mediazione fu mandata a vuoto dagli avvenimenti di Germania.
Colà sentivasi il ricolpo de’ fatti italiani: ed Enrico lasciato a governarla, non che difettare della necessaria robustezza, si abbandonò alle proterve inclinazioni, oltraggiando la moglie, invidiando il fratello, tradendo il padre, fino a rompere ad aperta ribellione; e mal sostenuto dai Tedeschi, si drizzò alle città lombarde. Milano, Brescia, Bologna, Novara, Lodi, il marchese di Monferrato gli esibirono quella corona (1235) che sempre avevano negata a Federico[363]; e n’ottennero conferma a tutti i loro privilegi, e che accettasse per amici e nemici quei della Lega. Pertanto guerra civile e domestica. Federico soleva menare nel suo esercito come trofeo camelli ed elefanti che avea condotti dalla sua spedizione in Asia; e i Milanesi saputo che ne inviava alcuno a’ Cremonesi in segno di benevolenza, assalgono quel popolo, e a Zenevolta lo sconfiggono: ma Parmigiani, Reggiani, Pavesi, Modenesi vengono a sostegno di quello, talchè il combattimento si fa generale, e città e principati si sbranano in fazioni. Dalla Sicilia, dove sanguinosamente avea chetato i tentativi dei Comuni di recuperare le fraudate franchigie, Federico traversa inerme la Lombardia, che non volle profittare della sua umiliazione; e fatto da settanta prelati e principi dichiarar fellone Enrico, che altamente era disapprovato anche dal papa[364], lo fa arrestare e tradurre nel forte di San Felice in Puglia, e ve lo lascia stentare fin alla morte.
Nella dieta da Federico radunata a Magonza, numerosa di ottanta principi e prelati e di milleducento signori, furono pubblicati molti savj provvedimenti e una pace pubblica; terminata la lunga lite tra la famiglia guelfa e la ghibellina, col dare a Ottone il Fanciullo, unico guelfo superstite, le terre di cui si formò il ducato di Brunswick, e sulle quali Federico rinunziava ad ogni pretensione. Costui vi sfoggiò una grandezza, alla quale non mancava se non il sapere moderarla; e con istraordinaria maestà solennizzò un nuovo matrimonio con Isabella, figlia del re inglese Giovanni Senzaterra. Una nobiltà di cavalieri e baroni incontrò la sposa alle frontiere; dappertutto il clero usciva a suon di campane; a Colonia diecimila borghesi a cavallo, splendidi d’armi e di vesti, la corteggiarono; minnesingeri in tedesco, trovadori in provenzale, forse anche siculi in italiano osannavano; mentre da carri, festonati di tappeti e porpora, mirabile armonia diffondeano gli organi nascosi; e la notte cori di fanciulle non interruppero mai le serenate sotto ai balconi della sposa. Quattro re, undici duchi, trenta conti e marchesi assistevano, e pari alla dignità furono i regali di Federico; una corona d’oro, collane, giojelli, scrigni, un intero servizio d’oro e d’argento a ceselli, fin gli utensili da cucina e le pentole erano d’argento; fra i quali Federico presentò al regio suocero tre leopardi menati d’Oriente, allusivi allo stemma d’Inghilterra. Isabella fu sposata per procura da Pier delle Vigne, poi dal re quando gli astrologi trovarono opportuno l’istante; portava in dote trentamila sterline, che oggi rappresenterebbero 1,140,000 lire; ebbe in dominio tutto il val di Màzara, e nel palazzo era servita da eunuchi mori e siciliani[365].
L’imperatore fece eleggere re de’ Romani suo figlio Corrado; ma più che il trionfare in Germania lo lusingava il lottare in Italia. La Germania vedea come gloria nazionale le spedizioni contro la penisola; ma gli Svevi le ripeterono e prolungarono in modo, che sì gravi sagrifizj e infruttuosi rincrebbero, non si volle più decretare i sussidj, e Federico si trovò ridotto ai mezzi che gli offrivano il proprio regno e i Ghibellini, ed ai mercenarj. Ai pesanti e ferrati cavalieri tedeschi associò gli scorridori saracini, le rapide evoluzioni moderandone colle lente mosse di un elefante, che portava una torre sulla quale spiegavasi lo stendardo, tenendo vece del carroccio e della croce. Ad esercito così bene assortito e diretto i Lombardi non aveano ad opporre che milizie d’artieri e contadini raccolti al momento del bisogno, nè addestrati alla fredda costanza di regolari battaglie. Schivavano dunque gli scontri in campagna rasa, preferendo aspettarlo in chiuse mura; e poichè dall’Alpi al Po seguitava una tela di fortezze, lungo e penoso riusciva il prenderle una dopo una, quanto pericoloso il lasciarle alle spalle: onde Federico doveva logorare dei mesi sotto a povere bicocche, come Carcano, Roncarello o Crevalcuore.
Rinserrata l’alleanza (1237), e costituita una cassa comune, noi attendemmo il Tedesco, il quale confidava principalmente nei castellani. Schiusagli Verona da Ezelino, uniti a diecimila Arabi i Ghibellini di Cremona, Parma, Reggio, Modena, sconfisse gli Estensi, prese Vicenza, costrinse a patti Mantova, orribilmente stramenò il Bresciano. I Milanesi, accorsi coi Guelfi di Brescia, Bologna, Vercelli, Novara, Alessandria, Vicenza, lo pettoreggiarono valorosamente, ma poi lasciatisi sorprendere a Cortenova nel Cremasco (27 9bre), n’andavano colla peggio. La compagnia de’ Gagliardi avea però tenuto saldo attorno al carroccio: ma vedendo che al domani non potrebbero reggere a nuovo assalto, provvidero a ritirarsi, ed essendo difficile trarre quel pesante carro in terreno molliccio per natura e per le pioggie, ivi lo abbandonarono sguarnito. Allora sì che Federico menò vampo! scrisse a tutti i potentati avere ucciso diecimila Lombardi; fe trascinare quel trofeo dietro al suo elefante per le città, poi riporre sovra cinque colonne in Campidoglio a Roma, ove si legge ancora la pomposa iscrizione con cui volle eternare questa sua vittoria, mentre eternava la sua paura e la nostra prodezza[366]. Avendo côlto fra’ prigionieri Pietro Tiepolo podestà di Milano e figlio del doge di Venezia, lo fece strozzare.
Se molti Lombardi tentennarono dalla paura, non Milano; non Brescia, che sembra predestinata a feroci oppugnazioni e a magnanime resistenze, e che per sessanta giorni resse l’assedio postole dall’imperatore, ajutata dalle macchine dell’ingegnere Clamendrino, sicchè Federico bruciò le proprie, e voltò a Cremona. Allora i Guelfi ripigliano cuore, Genova li sostiene; Venezia, indignata dal supplizio del Tiepolo, si scopre nemica all’imperatore; Gregorio IX, scontento della fierezza ond’egli trattava le città lombarde, della predilezione mostrata ai Saracini, degli arbitrj usati in Sicilia, dell’avversione perpetua alla Chiesa, e dell’essere mancato al compromesso, s’allea co’ Veneziani, cedendo loro quanta parte di Sicilia occuperebbero.
Realmente Federico non lasciava sfuggirsi occasione di oltraggiare la Chiesa. Un nipote del re di Tunisi, convertito dai Domenicani, va a Roma per farsi battezzare; e Federico lo arresta, dicendo non potersi trarlo al cristianesimo senza permissione dello zio. Vescovi, côlti, è vero, colle armi, lasciò straziare e impiccare da’ suoi Saracini; e smurar chiese per costruirne moschee: a Nocera de’ Pagani erge un palazzo s’una chiesa distrutta, e dov’era l’altare vi mette la fogna[367]: dalle sedi dell’Italia meridionale sbandisce i migliori prelati e gli uccide, e non lascia destinarvi i successori.
Federico corteggiava sempre il Vecchio della montagna, il dey di Tripoli, che gli pagava tributo, il sultano d’Egitto, che gli mandò fra altri doni una magnifica tenda con un orologio, stimato ventimila marchi d’argento, che segnava le ore e il corso degli astri; i loro ambasciadori teneva a tavola coi vescovi, di che pensate come si scandolezzassero i Cristiani. La sua Corte somigliava a un harem; eunuchi negri e nostrali custodivano sua moglie; «teneva mamelucchi e donne molte, a sfogo di lussuria ed onta della religione; menava vita epicurea, non facendo conto che mai altra vita fosse»[368]; nè tampoco s’asteneva dall’oltraggiare la natura. Nè solo papi e frati e guelfi, ma l’arabo Abulfeda dice che propendeva all’islam perchè educato in Sicilia; ed alcuni suoi frizzi mostrano come sentisse di scemo nella fede. — Se Dio avesse visto la mia bella Sicilia, non avrebbe scelto per suo regno la squallida Palestina», esclamò mentre era crociato; e portandosi il viatico: — Quando si finiranno coteste ciurmerie?» e trattava da pazzo chi credesse al parto della Vergine, o ad altre cose repugnanti, secondo lui, alla ragione e alla natura[369]. Si bucinò anche d’un libro De tribus impostoribus, attribuito a lui o a Pier delle Vigne, ma nessuno lo vide; nè par credibile n’avessero taciuto i papi ed i fautori loro, che dissotterrarono ogni minimo reato della famiglia di Svevia: ma che Federico avesse detto, il mondo essere stato giuntato da Mosè, Cristo e Maometto, era voce tanto diffusa, che Pier delle Vigne credette doverla smentire in una lettera ove l’imperatore fa professione di fede: e convenendo che tale diceria correva, ma deboli essere gli argomenti tratti dal pubblico cicaleccio[370].