L’eresia sua capitale però consisteva nell’impugnare incessantemente la maestà pontifizia, e svigorire le censure ecclesiastiche[371]; esclamava: — Pur beati i principi asiatici, che non hanno a temere sollevazione di sudditi, nè opposizioni di papi!» ed avrebbe voluto ridur Roma a sua capitale, il papa a suo cappellano. Col quale, nuovo motivo sopravenne di disgusto.
I signori Pisani che avevano occupato la Sardegna, presero il titolo dalle giudicature di quella, restando vassalli della patria. I papi pretendeano la sovranità della Sardegna come di tutte le isole, e Innocenzo III indusse i Pisani a rinunziargliela: ma Ubaldo e Lamberto dei Visconti di Pisa fecero guerra per proprio conto ai signorotti che tenevansi a bandiera della Chiesa; onde furono scomunicati (1237), poi ribenedetti quando riconobbero la supremazia papale, abjurando quella di Pisa. I Pisani se ne indignano, i conti della Gherardesca si armano, e Conti e Visconti divengono le denominazioni de’ Ghibellini e de’ Guelfi che straziano Pisa. Federico s’industria a calmarli, e fa ad Adelaide, vedova di Ubaldo Visconti, signora di Gallura e della Torre, sposare Enzo suo figlio naturale (1238), conferendogli il titolo di re di Sardegna, e pretendendo che questa fosse stata distratta dall’Impero in tempi fortunosi, e dover egli perciò sottrarla alla supremazia pontifizia.
Al papa che restava se non impugnare le proprie armi? e mentre Federico in Padova festeggiava con Ezelino la depressione della parte repubblicana, gli lanciò la grande scomunica (1239), intimazione d’una seconda guerra fra l’Impero e la Chiesa. Federico, conoscendo a prova qual colpo facessero tali sentenze sopra i popoli, fece da Pier delle Vigne recitare, nella gran sala della Ragione, una lunga discolpa: ma il popolo l’ascoltò in significante silenzio; i signori stessi vacillavano; tanto ch’egli volle averne ostaggi, che spedì in Puglia; mandò circolari pei regni e i popoli tutti, irose al papa fino ad accusare di dissolutezze questo vecchio nonagenario: — Tu vivi unicamente per mangiare; sui vasi e le coppe d’oro hai scritto Io bevo, tu bevi; e così spesso ripeti il passato di questo verbo, che, quasi rapito al terzo cielo, parli ebraico, greco, latino: piena l’epa, ricolmo il sacco, allora ti credi seduto sull’ali dei venti, e che l’Impero ti sia sottomesso, e che i re della terra ti portino doni, e che ti servano tutte le genti»: aggiungeva che, per ligezza ai collegati lombardi, connivesse ai Catari, il cui nido era Milano; egli fariseo, assiso nella cattedra del dogma perverso; egli unto coll’olio di malizia più di tutti i malvagi; il gran dragone che seduce, il Balaamo, l’anticristo.
Il popolo credea meglio al papa, ai parroci, ai frati, i quali ripetevano come Federico fosse mal cristiano; ma quel ricambio d’improperj svergognava ambe le cause: e mentre la Chiesa e l’Impero contrariavansi, i Mongoli, suscitati dal tremendo Gengis-kan, devastavano non solo l’Asia, ma il settentrione dell’Europa, e minacciavano dappresso la Germania. Il denaro raccolto nelle chiese di tutta cristianità per respingere questi Infedeli, viene adoprato a strazio de’ Cristiani; Gregorio IX impegna tutta Europa a sbalzar Federico; Federico caccia e spoglia i vescovi siciliani; la parte guelfa, che in quella scomunica vedeva un diversivo al colpo finale minacciato alla libertà, rialza dappertutto la testa; gli Estensi ricuperano le terre perdute, Treviso si rivolta, Padova è a pena frenata dai torrenti di sangue che versa Ezelino. Federico, difilando sopra Milano, devasta la pieve di Locate, assistito dai nobili e dai Comaschi: ma i Milanesi, esortati dal legato pontifizio che fece prendere le armi anche a preti e monaci, lo affrontano a Camporgnano, gli voltano addosso le acque, e lo costringono a ripiegare.
Di peggiori ferite egli colpì le terre pontifizie; v’assediò Faenza, e l’ebbe a patti; così Cesena e Benevento; e difilò sopra Roma (1240). Chi l’avrebbe difesa da questo eroe? tanto più che vi abbondavano i Ghibellini, e Federico teneva intelligenze coi Frangipani, che, occupato il Coliseo, poteano dargli una fortezza nel cuore della città. Ma frati predicano la croce, preti chiedono licenza d’armarsi, e il papa «trasse di Sancta Sanctorum del Laterano le teste de’ beati apostoli Pietro e Paolo, e con esse in mano, coi cardinali, con tutti i vescovi, arcivescovi e altri prelati, e con tutto il chiericato, con solenni digiuni e orazioni andò per tutte le principali chiese di Roma; per la quale devozione e per miracolo di detti apostoli, il popolo di Roma fu tutto rivocato alla difesa di santa Chiesa e del papa, e quasi tutti si crociarono contro a Federico, dando il papa indulgenza di colpa e pena» (Villani).
L’imperatore, costretto a levare il campo, torna a Napoli per far uomini e denaro, coi quali rientra in Lombardia; ma vede soccombere coloro sui quali più s’appoggiava. Bolognesi, Lombardi, Estensi assalsero Ferrara, difesa da Salinguerra Torelli, intrepido ottagenario, che aveva ottocento uomini d’arme tedeschi e molti assoldati; ma il suo luogotenente lo tradì, e il marchese, invitatolo a un banchetto, lo fece prendere e mandare a Venezia, ove sopravisse quattro anni in carcere.
Bisogna pur risolvere il ripigliato litigio; bisogna interrogare la cristianità se approvi e sostenga l’operato del papa. A tal fine Gregorio convoca un concilio generale a Roma (1241): e Federico, che sempre aveva a questo appellato, ora non vi vede che una dimostrazione ostile, e scrive ai principi non lascino venirvi i cardinali, e dispone guardie, alle quali concede le spoglie de’ prelati che vogliano andarvi. Perciò un grosso di cardinali francesi, inglesi, lombardi, risoluti di obbedire al papa, scelgono la via di mare affidandosi ai Genovesi, avversi a Federico dacchè egli, dopo lusingatili di ampli privilegi in Sicilia, invece li sottopose alle comuni gravezze, e li privò sin d’un palazzo che v’aveano avuto in dono. Federico colla flotta pisana manda Enzo suo figliuolo, che tra il Giglio e lo scoglio della Meloria scontrato quel convoglio (1241 — 3 maggio), parte manda a picco, moltissimi cattura. Federico in trionfo ne informava il re d’Inghilterra, vantando che da duemila v’affogarono, e circa quattromila Genovesi restarono suoi prigioni: il vulgo aggiunse che l’oro fu diviso collo stajo fra Pisani e Napoletani. I Genovesi, di tal rotta dato ragguaglio al papa, soggiungevano: — La perdita di nostre genti e navi non ci nuoce quanto l’ignominia di nostro signore e il male de’ santi prelati, che in virtù d’obbedienza accorrevano al concilio per soccorrere la santità vostra di giusti e salutari avvisi. A vendicare sì atroce nequizia, a difendere la Chiesa di Dio col popolo a lei devoto, deliberammo dal primo all’ultimo porre le vite e le cose nostre, non perdonando a fatica, riposo, vigilie, finchè conculcata non abbiamo la ribellione, e preso vendetta delle morti, ferite e contumelie che gl’innocenti patirono ad onore e gloria del nome di Gesù Cristo, della santissima vostra persona, de’ venerabili fratelli vostri, della Chiesa universale, e di tutti i fedeli. Ogni Genovese, grande o piccolo che sia, posto da banda qualunque rissa, cura e negozio, attende assiduo, a fabbricare e munire navi e galee, affinchè abbiamo vittoria de’ nostri nemici, e la Chiesa di Dio possa la sua grandezza e potenza manifestare contro il figliuolo di perdizione, scelleratissimo apostato Federico, sedicente imperatore, e i complici suoi e fautori. Nè pare ch’egli per altro sia salito in tanta fortuna, se non per precipitare da luogo più eminente nel baratro di estrema vergogna. Quindi genuflessi supplichiamo alla santità vostra, pel sangue di Cristo, le cui veci sostenete in terra, a non desistere dal proponimento pel sofferto sinistro, anzi sorreggere la navicella di Pietro, battuta dalle tempeste e quasi assorta, e condurla al porto di gaudio e salute».
I prelati furono tenuti in cattura a Pisa o ne’ varj castelli del Napoletano; e intanto Federico spediva la flotta a danno di Genova, contro cui istigava pure i suoi alleati Pavesi, Alessandrini, Vercellini, Tortonesi, e i marchesi di Monferrato, del Bosco, Pelavicino; chiedeva a prestanza gli argenti delle chiese di Puglia; occupava altre città romane fin a Tivoli e Montalbano; e nel sacro collegio istesso trovò chi tradisse il papa, come il cardinale Giovanni Colonna, che afforzando i castelli di Lagosta ed altri, circondava Roma. Chiuso in questa, il papa muore: e, detto fatto, Federico sospende le ostilità, quasi a lasciar intendere fossero dirette personalmente contro il pontefice; ma non per questo proscioglie i cardinali carcerati, anzi intercetta il denaro che da tutto il mondo spedivasi a Roma, mette Saracini a devastare il patrimonio, e ai pochissimi cardinali raccolti nel conclave, che ad arte egli traeva in lungo, scriveva: — A voi, figliuoli di Belial; a voi, figliuoli di Efrem; a voi, greggie di dispersione; a voi, colpevoli dello scompiglio del mondo».
Celestino IV, dopo appena diciassette giorni di papato, morì di veleno; e tenendo l’imperatore ancora in prigione o a confino i cardinali, più d’un anno passò prima che si potessero unire quanti bastavano per eleggergli un successore, che fu Sinibaldo Fieschi genovese col nome d’Innocenzo IV (1243). Era egli di famiglia e di persona favorevole all’imperatore, onde speravasi un componimento; ma Federico disse: — Ho perduto un amico per acquistare un nemico». Però il vescovo di Porto con Taddeo da Suessa e Pier delle Vigne parve riuscissero a trar Federico a condizioni ragionevoli; e gli ambasciatori di questo il giovedì santo del 1244 in piazza del Laterano giurarono la pace, presenti esso papa, i cardinali, Baldovino II imperatore di Costantinopoli, il senato, il popolo.
Già l’Italia e la Chiesa credeansi rabbonacciate, quand’ecco frammettersi puntigli: Innocenzo pretendeva Federico cominciasse dal rilasciar le terre e gli uomini presi; Federico voleva ch’egli prima lo ricomunicasse, e discernesse la causa sua da quella delle città lombarde, usurpatrici delle regalie, mentre il papa contendeva non fossero obbligate rispondere ai tribunali dell’Impero. Federico, palpato invano il pontefice col cercargli una nipote per isposa a suo figlio Corrado, s’avventa da capo all’armi, e ne occupa tutte le città; il papa, nè tampoco fidandosi (così il conosceva) di rimanere in Roma, fugge a Genova e di là in Francia. Federico, stizzendo che la vittima gli fosse sfuggita, scrisse, mandò, e tanto era potente e riverito, che il papa non trovò asilo da nessuno, neppure da san Luigi. Fortunatamente Lione era città libera, sicchè colà ricoverato, e ricevendo grand’onoranza da gente che affluiva da tutta cristianità, e anche dall’Italia per quanto l’imperatore vigilasse i passi, aprì il XIV concilio generale (1245 — 25 giugno).