Cenquaranta prelati v’intervennero, e fu allora che Innocenzo ornò del cappello rosso i cardinali, per indicarli pronti a versare il sangue per la Chiesa, e v’aggiunse la valigia e la mazza d’argento, ornato regio, quasi a protestare contro di Federico, il quale pretendeva ridurli all’apostolica semplicità. Ai congregati espose le cinque piaghe della Chiesa: lo scisma dei Greci, le eresie crescenti, Terrasanta devastata dai Carismiti, la minaccia dei Mongoli, e le enormità dell’imperatore, eretico, musulmano, bestemmiatore, spergiuro, spogliator delle chiese, persecutore del clero. L’avrebbe però ricevuto a pace, purchè rilasciasse i prigionieri, rendesse le terre alla Chiesa, e compromettesse in lui le sue differenze coi Lombardi; ma Federico stette al niego: finse poi voler condursi in persona al concilio, ma vi andò solo Taddeo da Suessa.

Grand’eloquenza, gran dialettica adoprò costui per menomare le accuse di eretico, d’epicureo, di ateo; ma indarno ripetute le proroghe acciocchè Federico comparisse in persona, fu in contumacia proferita la scomunica contro di esso: — Io vicario di Cristo; e quel che legherò sulla terra fia legato in cielo. Pertanto, deliberato coi cardinali fratelli nostri e col concilio, dichiaro Federico accusato e convinto di sacrilegio e d’eresia, scomunicato e scaduto dall’impero; assolvo per sempre dal giuramento quelli che gli promisero fedeltà; proibisco obbedirgli sotto pena della scomunica ipso facto; comando agli Elettori che scelgano un altro imperatore, riservando a me il disporre del regno di Sicilia». I cardinali gettarono per terra le candele accese, colla rituale esecrazione; Taddeo si picchiava il petto, esclamando: — Giorno di collera, giorno di calamità, di miseria»; ed Innocenzo intonò il Tedeum.

Federico trovavasi in Torino quando lo seppe; e chiesta la corona, se la calcò in capo, dicendo come un altro ai nostri giorni: — Guaj a chi me la tocca! guaj al pontefice che spezzò i legami che a lui mi avvincevano, nè mi lascia più altri consigli che dello sdegno!» E scrisse ai principi, lagnandosi d’essere stato condannato prima che convinto, negando al papa il diritto di deporre i re[372]: — Come mai voi soffrite d’obbedire ai figli dei vostri sudditi? Vedete come si impinguano di limosine, e tronfj d’ambizione sperano che tutto il Giordano coli nella loro bocca. Quanto denaro risparmiereste sbarazzandovi da questi scribi e farisei! quando voi tendete loro la mano, essi pigliano tutto il braccio. Presi nelle loro ragne, somigliate all’uccello che, cercando fuggire, viepiù s’accalappia. Nostra intenzione fu sempre di voler colla forza tornare la Chiesa alla primitiva purità, e togliere a costoro i tesori di cui sono satolli». Così chiarivasi eretico nella lettera stessa ove di questa imputazione voleva scagionarsi.

Ma la voce del concilio era ascoltata e diffusa, e il papa scriveva a’ Siciliani: — A molti fa meraviglia che voi, oppressi da vergognosa servitù, gravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di procacciarvi le dolcezze della libertà, come fecero le altre nazioni. Il terrore che occupò il cuor vostro sotto al giogo d’un nuovo Nerone, vi è scusa presso la santa Sede, la quale per voi sentendo pietà e paterno affetto, pensa come alleviare le vostre sofferenze, e fors’anche portarvi ad intera libertà. Su, spezzate le catene della schiavitù, e prosperi nel vostro Comune la libertà e la pace. Vada voce tra le nazioni che il vostro regno, tanto famoso per nobiltà e per abbondanza di prodotti, ajutante la divina Provvidenza, potè a tanti altri vantaggi unire quello d’una stabile libertà»[373].

I Siciliani porsero ascolto a questi incitamenti, e, mal per loro, tesserono congiure contro la vita di Federico, che ne tolse ragione di versare sangue illustre. Anche in Germania la corona fu data ad Enrico Raspon (1246-47), landgravio di Turingia, che, favorito dalle dissensioni, e dal denaro e dai brevi del papa, vinse il re Corrado di Svevia: ma poi rivinto, morì di crepacuore.

Non per questo migliorò la causa di Federico, il quale troppi titoli aveva onde bramarsi a riva. San Luigi di Francia, cui era sembrato un eccesso il condannare inascoltato il maggiore principe della cristianità, e che d’altra parte struggeasi di vedere i Fedeli in pace per ripigliare la crociata, s’interpose più volte, rammentando al pontefice la mansuetudine che conviensi al vicario di Cristo, e quante migliaja di pellegrini in Oriente implorassero l’armonia fra’ principi cristiani ond’essere redenti dal giogo: ma Innocenzo stava saldo, imponeva decime al clero, estorceva denaro in ogni modo, sollecitava i principi lontani, spediva ciascun giorno frati a predicare contro l’imperatore. Questi erasi accorto quanta potenza avessero le riforme portate dalla istituzione dei nuovi frati, riforme che toccarono alle viscere della società, cui ai tiranni giova lasciar corrotte, e perciò gli odiava. Pier delle Vigne scagliavasi contro costoro, che «nel principio parendo calpestare la gloria del mondo, assunsero poi il fasto che disprezzavano; non avendo nulla, possiedono tutto, e son più ricchi dei ricchi stessi. Frati Minori e frati Predicatori (soggiungeva) si elevarono contro di noi in ira, pubblicamente riprovarono la vita e la conversazione nostra, spezzarono i nostri diritti, e ci ridussero al nulla... E per affievolirci ancora più e toglierci la devozione dei popoli, crearono due nuove fraternite, che abbracciano gli uomini e le donne tutte; appena uno od una si trova, che a questa o quella non sia aggregato»[374].

In fatto essi resistettero intrepidi alla tirannia di Federico, e nell’andare a mettere pace faceano giurare obbedienza al papa. I Pagani da Nocera irrompendo nella valle di Spoleto, giunsero un dì fin sotto Assisi: al pericolo, le monache di San Damiano si stringono attorno alla malata lor madre santa Chiara; ed ella si alza, prende l’ostensorio, lo colloca sulla porta, e inginocchiata al cospetto dei Musulmani, supplica Dio a proteggere la città: e Dio per sensibile voce la rassicura, gl’Infedeli voltansi in fuga, e da quel punto la santa è dipinta coll’ostensorio alla mano. Un’altra volta Vitale di Aversa, capitano dell’imperatore, menava sue masnade contro Assisi, sperperando i contorni: Chiara ne restò compunta, e radunate le suore, — Noi riceviamo sostentamento quotidiano da questa città; è ben giusto che la soccorriamo a poter nostro»; e si spargono di cenere, e supplicano, finchè Dio le esaudisce e sbratta il paese dagli Imperiali.

Il beato Giordano, generale de’ Predicatori, andò all’imperatore, e statogli avanti alcun tempo silenzioso, proruppe: — Sire, varie contrade io giro, secondo è l’uffizio mio; or come non mi chiedete qual fama corra di voi? — Io tengo gente a tutte le corti e provincie, e so quanto accade in tutto il mondo», rispose Federico. E il frate: — Gesù Cristo sapeva tutto, e pur domandava a’ discepoli che cosa si dicesse di lui. Voi siete uomo, ed ignorate assai cose che vi gioverebbe sapere. Si dice che opprimete le chiese, sprezzate le censure, date fede agli augurj, favorite Giudei e Saracini, non onorate il papa vicario di Gesù Cristo. Ciò è indegno di voi»[375].

Federico rispondeva colle crudeltà (1247); prese e distrusse Benevento città papale; e facendo criminali le parole e il pensiero, infieriva contro i sudditi; scriveva al re d’Inghilterra che i frati Minori combattevano contro di lui a lancia e spada, e assolvevano d’ogni peccato chi lo combattesse; accusava il papa di raccogliere i nemici suoi e rimunerarli; a quanti frati cogliesse, faceva in capo una croce col ferro rovente; appiccava qualunque portasse lettere d’interesse papale; rubò e disertò il convento di Montecassino: poi a tratto raumiliando, si faceva esaminare intorno alla fede da cinque prelati italiani.

Nè le città lombarde ristavano: e Federico assalì di nuovo i Milanesi, sempre fidi al papa, e distrutto il monastero di Morimondo, accampò presso Abbiategrasso; ma l’esercito milanese stettegli a fronte sulla sinistra riva del Ticino, impedendogli di varcarlo. Bensì suo figlio Enzo, che coi Cremonesi e con altri Ghibellini assediava i castelli bresciani, tragittò l’Adda a Cassano: ma a Gorgonzola fu sconfitto e preso dal prode Simon da Locarno, il quale lo rese in libertà purchè giurasse non entrare più sul territorio lombardo.