La perseveranza di una città lombarda diede il tracollo a Federico. I Guelfi, capitanati dai Rossi e dai Correggio, sinistrarono in Parma e ne furono espulsi dai Ghibellini, talchè l’imperatore come in città propria vi destinò podestà Arrigo Testa di Arezzo. Ma i fuorusciti pervennero a recuperarla, uccidendo in battaglia quel podestà, e scacciando il presidio imperiale. Questa rivolta noceva grandemente a Federico, perchè Parma serviva d’anello fra le città ghibelline ch’erano schierate dall’Alpi alla Puglia, cioè Torino, Alessandria, Pavia, Cremona, Reggio, Modena, la Toscana; e ciò che più rileva, con Verona e coi dominj di Ezelino e la Germania. Pertanto egli si propose di recuperarla ad ogni costo: Enzo si postò sul Taro per impedire i soccorsi de’ Lombardi: l’imperatore da Torino vi accorse con diecimila cavalli e molti balestrieri saracini e colle truppe d’Ezelino e degli altri Ghibellini; sostenne quanti studenti o soldati o gentiluomini parmigiani trovò, facendone morire quattro il giorno al cospetto della patria, finchè i Pavesi gli dichiararono: — Noi siamo venuti a combattere i Parmigiani, non a farne il boja». Incontro a Parma alzò egli una gran bastita a guisa di città, col nome di Vittoria: ma mentre egli baloccavasi alla caccia, i Parmigiani che erano soccorsi dai Lombardi, sortiti distrussero le mura e il campo, fecero macello de’ Saracini e de’ Pugliesi (1248), fra i morti lasciando il marchese Lancia e il famoso Taddeo da Suessa, e tolsero a Federico il tesoro, le gioje della corona e la speranza del vincere. La città di Vittoria andò in fiamme, il carroccio de’ Cremonesi ornò il trionfo dei Parmigiani[376].
L’imperatore pensò rivalersi sulla Lega Toscana dei mali fattigli dalla Lombarda, e mandò suo figlio Federico re d’Antiochia con milleseicento cavalli tedeschi a Firenze, che eccitò la consorteria degli Uberti a prender l’armi; e cavalcata la città, e prese una dopo l’altra le barricate de’ Guelfi, la ridussero a segno ghibellino; abbatterono trentasei palazzi colle torri, fra cui alcune ornate artisticamente, come quella de’ Tosinghi in Mercato vecchio, alta quarantacinque metri; rincacciarono poi i Guelfi ne’ loro castelli forensi; a Capraja l’imperatore stesso venne a porre l’assedio, e presala, molti uccise, molti accecò, gli altri sepellì nelle prigioni di Puglia.
Ma intanto Corrado suo figlio restava superato da Guglielmo d’Olanda, nuovo anticesare in Germania. Più al vivo l’avea tocco la sventura dell’altro figlio Enzo, bello e colto giovane di venticinque anni e già d’onorato nome in cose di guerra, che essendo venuto contro i Bolognesi, a Fossalto cadde in costoro mano. Essi lo tennero in cortese prigionia, ma per qualunque dire o fare più nol rilasciarono quanto visse. Raccontasi fosse fabbricato per lui il palazzo rimpetto al duomo, e che da Lucia Vendagoli avesse un figliuolo ch’e’ nominò Bentivoglio (1269), donde derivò la famiglia di questo nome[377].
Al dispetto della superbia ammaccata s’aggiunse in Federico il più crudele e consueto flagello che Dio scagli sui tiranni, il sospetto. Le volte del palazzo di Palermo echeggiarono ai gemiti de’ baroni ch’egli vi chiudeva a morire, mentre le donne loro consumavansi di doglia. Che più? Pier delle Vigne, l’uomo cui avea fidate le chiavi del suo cuore, l’uomo che per anni ed anni avea scritto le lettere di lui, senza farsi scrupolo di urtare le idee allora più sacre, e di meritar taccia di servile presso la posterità, anch’esso gli cadde in sospetto. Privato degli occhi, Pietro non seppe tollerare di vedersi calpesto da quello ch’egli aveva tanto esaltato, onde si diede morte da se stesso; e dalle incolpazioni lo assolse il giudizio dei contemporanei espresso da Dante[378].
La parte ghibellina, sostenuta da Pisa e Siena, prevaleva in Toscana; in Lombardia tenevasi in bílico coll’avversa, mercè la fierezza d’Ezelino; trionfi della forza: i Romani stessi minacciavano insorgere se il papa non tornasse. Potea dunque Federico lusingarsi d’un buon accordo, quando morì di sessantasei anni (1250 — 15 xbre). Rosa da Viterbo avea preveduta in visione la morte di lui, e intimatogli tornasse al cuore. Gli astrologi aveangli preveduta fatale una terra che traeva nome dal fiore; lo perchè non era mai voluto entrare in Firenze: ma l’ultima malattia lo colse a Fiorentino, villa della Capitanata. Prima di spirare fu ricomunicato: ma la fama divulgò che suo figlio Manfredi lo soffocasse: uno de’ molti misfatti, di cui quella famiglia fu aggravata dall’odio dei popoli e dei sacerdoti.
Tanto eroe ch’egli era, in cinquantatre anni che stette re di Sicilia, e trentadue che imperò, Federico nulla compì di grande, perchè, com’ebbe a dire san Luigi, fe guerra a Dio coi doni di Dio. Qual divario in fatti dal limitare della sua vita, quand’era non solo amico, ma in tutela della Chiesa, e gli ultimi vent’anni in cui durò ritroso e contumace all’autorità spirituale! Acuto a scorgere i difetti e pregiudizj, stizzoso per beffarli, non amorevole per compatirli e correggerli, in un mondo che ancora operava per fede, volle trapiantare la politica materiale, facendo dichiarare da Pier delle Vigne che l’Impero è arbitro delle cose umane e divine; visitò il sepolcro di Cristo come alleato de’ Musulmani; si circondò di zanzeri, di odalische e di Saracini, a lor modo costumando la vita, e parve vagheggiare la coltura orientale a preferenza della cristiana.
Questa rivolta contro la forza vitale del cristianesimo poteva essa tollerarsi da un secolo credente? Con volontà baldanzosa cozzando contro l’opinione, Federico non potette appoggiarsi che sui peggiori uomini che producesse l’Italia, e ricorrere ai mezzi repugnanti alla sua natura; incrudelire contro il proprio figliuolo, tenendolo a vita prigione; trovare o sospettar ribelli i suoi più intimi, vendicarsi ogni giorno con mannaje e capestri, distruggere città, crocifigger preti e frati. Nell’alta Italia non riusci a comprimere nè le città nè i baroni, anzi li fe chiari di quel che loro mancava per sostenersi. Divorò colla speranza il patrimonio di san Pietro, e i papi sopravissero a spargere d’acquasanta la fossa dell’ultimo rampollo di sua prosapia. Nel suo regno di Sicilia attentò le franchigie, quantunque il facesse colla solita canzone de’ tiranni, «Lasciate ogni potere a noi, e noi vi faremo felici»; e così cumulò tesori di memori ire. A maggior diritto lo tacciano i Tedeschi d’avere, per soggiogar l’Italia, trascurato il loro paese quasi una provincia; e mentre avrebbe potuto unire all’Impero tutto il settentrione e l’oriente dell’Europa, diffondendo la civiltà fra la razza slava, cui dappertutto preponderava allora la germanica, per capriccio di soperchiare i papi e per costituire un regno alla propria famiglia permise si eclissasse l’Impero, che più mai non ricuperò il suo splendore.
Testando lasciava il regno a suo figlio Corrado; mancando questo senza prole, gli surrogava il suo figlio naturale Manfredi, che intanto destinava balio in Italia: si rendano in libertà tutti i prigioni, eccetto quelli presi per la congiura contro di lui; anzi a nessuno dei felloni del regno sia permesso tornarvi, e gli eredi suoi siano obbligati a trarne vendetta: alla Chiesa si restituiscano i diritti, se essa restituisca quelli dell’Impero: ai baroni o feudatarj ripristinava i privilegi e le franchigie che godeano al tempo di Guglielmo II, col che annichilava la fatica di tutto il suo regno, cioè il restringimento delle giurisdizioni feudali, quasi credesse che tutta la riazione fosse venuta da loro, e volesse evitarla a’ suoi figliuoli. La storia non dovrebbe ammirare che la grandezza morale; e Federico nulla fondò; operava per passioni personali e intenti domestici, e nè tampoco la propria famiglia potè assodare. Il popolo, guardando tra meraviglia e compassione il suo sepolcro, conchiudeva come il cronista Salimbeni, che sarebbe stato senza pari sulla terra se avesse amato l’anima sua.
Dopo sei secoli di progresso un altro imperatore doveva elevarsi colla medesima assolutezza, la medesima nimicizia alla libertà, il medesimo conto della religione come stromento di politica e ordigno di Stato, la medesima ostilità ai papi; e come lui trionfare colla violenza, e come lui soccombere alla voce di Dio e del popolo.