«Esultino i cieli, giubili la terra, poichè in freschi zefiri e in fecondatrici rugiade si risolsero il fulmine e la burrasca, da Dio sospesi sul vostro capo»[379], esclamava Innocenzo IV all’udire la morte di Federico II; ma non parevagli perfetta l’impresa finchè restasse razza o seme degli Hohenstaufen. Scrisse ai baroni delle Due Sicilie, non riconoscessero altro re dal papa in fuori; e alle città e ai principi di Germania cessassero ogni devozione verso Corrado IV, scaduto, non che dal trono, fin dal ducato di Svevia; e favorissero invece Guglielmo d’Olanda, eletto imperatore; non fosse accettato alla comunione o a dar testimonianza se non chi si segregasse dagli Hohenstaufen. Poi, ad invito de’ Guelfi, da Lione suo ricovero venne alla patria Genova, traversò la Lombardia benedicendo e scomunicando, spegnendo e attizzando guerre. Le città, che la benedizione sua avea tanto francheggiate nel tener testa al Tedesco, tripudiavano ora nel nome di lui: tutti i Milanesi gli uscirono incontro, formandogli doppia siepe per dieci miglia di strada, e inventarono un cielone di seta portato da cittadini di rispetto, il quale poi fu detto baldacchino; e per due mesi che vi dimorò, gli accumularono dimostrazioni e n’ottennero grazie spirituali. Essi Milanesi sconfiggevano i Lodigiani, vi collocavano un podestà di loro scelta, e vinceano i Tortonesi in modo da farli quasi tutti prigionieri: Firenze rimetteva in città i Guelfi, i quali ben tosto furono in grado di cacciarne i Ghibellini: molte città del Regno insorsero, e fin Capua, Napoli, Messina, e i conti d’Acerra, d’Aquino, di Caserta.
Solo in Roma prevalevano i Ghibellini; e non che accogliere il papa con feste o calma, si volle scegliere un senatore non più paesano, ma forestiero come soleansi i podestà. E fu Brancaleone d’Andalo bolognese, conte di Casalecchia (1253), legato con Ezelino, col Pelavicino e cogli altri di quella risma; il quale accettò solo a patto di durare tre anni, e di mandare nella sua patria come ostaggi trenta giovani di famiglie primarie; con giustizia inflessibile e governo di sangue tenne tranquilla la città, distrusse cenquaranta torri de’ nobili, molti ne mandò al supplizio o in esiglio; ad Innocenzo, ch’erasi collocato in Assisi, intimò di restituirsi alla sua sede se voleva essere riconosciuto, minacciando diroccare la città che il ricoverava, come già avea fatto colle riottose Ostia, Porto, Alba, Tivoli, Sabina, Tusculano. Tanta severità irritò il popolo, che cacciollo; ma presto lo rivolle, e quando morì ne collocò la testa in un vaso d’alabastro sopra una colonna.
Ai Ghibellini s’appoggiò pure Corrado quando con iscarsissimi mezzi venne in Italia (1251), e a Goito sul Mantovano convocò i Cremonesi, Pavesi, Piacentini, Padovani, e il caporione della parte imperiale, Ezelino, il quale era a un punto di costituire una potenza indipendente, se troppo lubrico fondamento non fosse il sangue. Invano dal papa tentato con promesse e minaccie, costui seguitò la strada della violenza, e con questa sostenea l’imperatore: sicchè le città guelfe rinnovavano la lega, che aveano imparato esser modo di salvamento; e il papa vi promise trecento lancie mantenute.
Corrado si tragittò per mare nel Regno, ove tutto andava a subuglio, perchè pretendeano governarlo gli uni a nome del pontefice, gli altri de’ figli di Federico. Uno n’avea questi lasciato d’Isabella d’Inghilterra, per nome Enrico; ma finendo solo i tredici anni, non bastava a tali procelle: dell’altro Enrico, che era stato re, avanzavano due bambini. Ma la figlia di Bonifazio Guttuario signore d’Anglano presso Asti e d’una Napoletana di casa Maletta, vedova del marchese Lancia, a Federico avea generato Manfredi, che fu intitolato principe di Taranto. Nel vigore dei diciott’anni, tutto spiriti cavallereschi ed ambizione, alla morte del padre naturale egli si recò in mano le cose, e sanguinosamente reprimeva la Sicilia e le città che, confortate anche dal papa a quella libertà che godeano quelli direttamente soggetti alla Chiesa[380], aspiravano a saldare il governo municipale, forse non mai perito colà, ed eleggevano un consiglio invece de’ bajuli regj. Manfredi coi Saracini di Nocera e di Sicilia ajutò Corrado a sottometterle; il quale, avuta Napoli stessa dopo lunga resistenza, la mandò a sacco, costrinse i cittadini a smantellarla, e fece gran giustizia, cioè esterminio de’ capi ribelli. Queste ed altre severità e le rincarite imposizioni faceano che i popoli dicessero di lui «Gli è un tedesco», mentre di Manfredi ripeteano «È un italiano».
Per quanto Manfredi si fosse buon’ora addestrato nell’arte di fingere e inchinarsi, l’attività e la benevolenza il posero in sospetto a Corrado, il quale, dopo che gli nacque un figlio nominato Corradino (1252), cessò d’avergli riguardi; per fargli smacco abolì le donazioni fatte dopo morto Federico, depose il gran giustiziere di Taranto ed altre creature di esso, ne cacciò i parenti materni, lui stesso privò del ricco appanaggio di cui l’avea provveduto. Al tempo di loro amicizia aveali la pubblica voce accusati d’avere avvelenato il giovane lor fratello Enrico e il nipote Federico: dopo la loro scissura si imputò a Manfredi il morire di Corrado (1254). Costui, finendo sul fiore de’ ventisei anni, temea il veleno in ogni posizione, e rimordeasi d’aver disgustato la Chiesa, prevedendo ch’essa trionferebbe d’una Casa ridotta a una cuna. Allora Guglielmo d’Olanda non ebbe più emuli nel regno di Germania: ma, benchè giovane ardimentoso, non potè mai ispirare nè amore nè rispetto; e prima di cingersi la corona in Italia, morì osteggiando i Frisoni.
Sì abjette erano le condizioni dell’Impero (1256), che nessun principe nazionale vi aspirò, ma gli uni facevano guerra agli altri in universale anarchia. Alfonso X re di Castiglia comprò con grosse somme (1257) il voto d’alcuni elettori; d’altri con somme maggiori Ricardo di Cornovaglia, non conosciuto per altro merito che per isfondolate ricchezze: sicchè l’impero di Carlo Magno tornava, come ai tempi di Didio Giuliano, a vendersi al migliore offerente. Ricardo, appena coronato, dovette tornare in Inghilterra, ove morì; Alfonso dai domestici affari e dagli studj astronomici fu trattenuto in Ispagna, nè cinse mai la corona di re de’ Romani: sicchè quel tempo chiamossi il grande interregno, non perchè mancassero imperatori, ma perchè di nessuno fu riconosciuta ed efficace l’autorità. Tempo deplorabile per la Germania, dove rivisse peggio che mai il diritto del pugno, cioè delle guerre private; e dove alle antiche, nuove occasioni di battaglia aggiungevano le investiture date dagli emuli imperatori; nè ai popoli restava cui ricorrere contro le angherie dei signori, i quali faceansi unica legge il proprio talento.
Pensate se ai Tedeschi rimaneva agio di badare all’Italia, dove la lite fra l’Impero e il Sacerdozio invelenivasi per nazionali rancori. Cotesta razza sveva innestata sul tronco normanno, che appoggiavasi unicamente sopra guerrieri saracini o tedeschi, che fra gli Arabi avea scelto quasi tutti i giustizieri del Regno e i principali provvisionati, spiaceva agli Italiani, gelosi dell’indipendenza patria; spiaceva alle Repubbliche, come ereditaria nemica delle loro franchigie; spiaceva ai papi, che l’aveano perpetua contradditrice. Corrado lasciò, unico fiato di quella stirpe, un bambolo di tre anni, Corradino, partoritogli da Isabella di Baviera; e diffidando di Manfredi, gli avea destinato tutore Bertoldo di Hohenburg, signore bavarese di molta ambizione e scarsa capacità. Conformandosi all’intenzione del defunto, questo lo raccomandò al papa, il quale rispose gli lascerebbe il ducato di Svevia e il titolo di re di Gerusalemme; quando fosse cresciuto, farebbe esaminare i diritti di esso sulla Sicilia, che era ricaduta alla Chiesa. E la esibì al suddetto Ricardo di Cornovaglia, che ricusò, paragonandolo a chi gli esibisse la luna: Enrico III d’Inghilterra l’accettò per suo figlio Edmondo, tanto perchè anche questo gobbo avesse un appanaggio, e spedì qualche denaro per alimentare la guerra, ma null’altro ne fece.
In tali incertezze ognuno ghermiva qualche brano di potere, chi a nome del papa, chi del re, chi del Comune, chi di nessuno; gli ordinamenti municipali allargavansi in repubblica; e Bertoldo, vedendo gl’italiani mal intalentati verso lui straniero, rimise la reggenza in man di Manfredi.
Federico lo aveva in testamento sostituito a succedergli, caso che Corrado morisse senza prole; e chi conosce le ambizioni umane, non si recherà difficile a credere ch’egli aspirasse ad acquistare quel regno come suo, pur mostrando faticare pel nipote. Di forme ben assortite, nobile portamento, discreto trattare, si era coltivato colle lettere; e robustezza, valore, grazia attrattiva, senno, scaltrimenti avea quanto bisognava al riuscire. Sulle prime, quando mancava di denaro, e i baroni vedeva nojati della dominazione tedesca, s’umiliò al papa, gli consegnò le rôcche, e lo riconobbe non solo come caposignore, ma come vero sovrano del Regno: al qual patto Innocenzo gli consentì il principato di Taranto e l’altre terre qual feudo della Chiesa, col peso di dare ad ogni richiesta cinquanta cavalieri per quaranta giorni; e il deputò suo vicario di qua dal Faro, coll’assegno d’ottomila once d’oro, mentre la Sicilia restava a governo di Pietro Rufo, speditovi da Corrado IV. Innocenzo entrò nel Regno, accompagnato dagli esuli cui restituiva la patria, e accolto ad onoranza dal popolo e dai signori.
Conciliazione apparente, ove gareggiavano qual dei due meglio simulasse. Manfredi secondava or le pretensioni del pontefice, or le esigenze de’ Tedeschi e de’ Saracini che si vedevano sbancati per la dominazione papale[381]; tradimenti e battaglie aperte ricorrevano fra le due fazioni. In una di queste perì Borello d’Anglone, creatura pontifizia; e Manfredi, citato a scagionarsi della costui morte, invece pensò resistere, e adottò la politica paterna di confidare sulla forza e sui mercenarj forestieri. Attraversando dunque il paese, tutto malvolto a lui scomunicato (1254 — 9bre), giunse nella Capitanata fra gravi pericoli. Giovanni il Moro, nato da una schiava nel palazzo reale, brutto, sconcio, ma astutissimo, era stato allevato con gran finezza per cura di Federico, che lo pose fra’ suoi secretarj, il fece persino gran cameriere del regno, e insieme capitano de’ Saracini di Lucera. Manfredi gli lasciò le dignità; eppure colui patteggiò col pontefice, che lo ricevette come feudatario e sotto la protezione speciale della chiesa di San Pietro[382]. Fortunatamente egli era andato a ricevere l’investitura quando Manfredi arrivò a Lucera, dove i Saracini lo accolsero festosi, e posero a discrezione di lui i tesori depostivi da suo padre e da Corrado, coi quali soldò mercenarj di qual fossero nazione o colore; e avendo i baroni protestato di non tenersi obbligati a militare fuori del Regno, Manfredi ne li dispensò, e in quella vece condusse duemila Tedeschi per sei mesi a paga doppia: e ai capitani di cotesti forestieri, o ai conti rurali, gente anch’essa forestiera, e agli Arabi affidava la guardia e il governo delle città guelfe che sottomettesse, o delle ghibelline che gli si unissero.