Innocenzo IV, inesorabile alla casa sveva, era morto (7 xbre) a Napoli, e fra l’agonia udendo i parenti suoi piangere e singhiozzare, esclamò: — Miserabili! non v’ho io abbastanza arricchiti?»[383]. Gli succedette Alessandro IV, dei Conti di Segni, donde in sessant’anni erano venuti alla tiara Innocenzo III e Gregorio IX; tutto pietà, ma raggirato dai cortigiani. Manfredi, inebbriato sul prosperare delle sue armi, gli ricusò omaggio, sicchè la guerra divampò, e il legato Ottaviano degli Ubaldini raccolse quanti erano avversarj a Manfredi, e nominatamente il marchese Bertoldo, disgustato dal vedere che costui operava per sè, non più per Corradino, il quale anche con diploma reale avealo nominato reggente «come quello che per prudenza, fedeltà, alto senno ben meritava la sua confidenza, oltre che aveva diritto»[384]: ma poi Manfredi trionfava in ogni parte, coll’operosità mostravasi degno di regnare; adunato il parlamento, distribuì i feudi a’ suoi fidati, spogliò gli avversi, e avuto in mano Bertoldo e i fratelli suoi, li mandò a morire in prigione. Divulgò o lasciò divulgare che Corradino fosse morto; in conseguenza si fece coronare a Palermo. Il papa lo scomunica co’ suoi aderenti (1258 — 11 agosto); ed egli si costituisce centro de’ Ghibellini di tutta Italia; occupa Napoli, e se la concilia col perdono e l’oblio; trovandosi come padrone nelle marche d’Ancona e di Spoleto, piglia in mezzo gli Stati papali; essendogli morta Beatrice di Savoja, sposa Elena Comneno figlia del despoto dell’Epiro, e la festeggia con magnificenza; ama le caccie, ama le canzoni di poeti tedeschi, i serventesi di provenzali, gli strambotti d’italiani[385]; circondasi di dotti, giocolieri, concubine, e corte all’orientale; intanto spedisce truppe sia in Grecia a sostenere lo suocero, sia nella Marca e in Toscana a fiancheggiare i Ghibellini, i quali lo favorivano perchè non tanto forte da metterli al freno, e perchè altro Tedesco non venisse in Italia[386]. In quattro anni era egli riuscito a ritogliere dalla mano dei papi quello scettro che suo padre avea con tanto vigore impugnato; carezzava baroni, prometteva rintegrare le franchigie municipali, distribuiva onori e contee, dava risalto al valor suo personale a fronte delle codarde fughe dei preti, e non mancava di punire atrocemente le città contumaci.
Il nuovo papa Urbano IV (1261), uom di robusto petto[387], sulle vetriate di Troyes sua patria fe ritrarre suo padre intento allo spago di ciabattino; si cinse di buoni cardinali; e degl’interdetti allora prodigati mitigò il rigore, permettendo la messa e i sacramenti purchè a porte chiuse. Ordinò che il corpo di Saracini stanziatosi sugli Stati papali sgombrasse, o bandirebbe la crociata; e fu obbedito da Manfredi, fors’anche per paura d’un nuovo entusiasmo che erasi diffuso. Una dirotta di battuti, uomini, donne, fanciulli, a lunghe file in disordine seguendo un crocifisso, flagellandosi a sangue, e cantando lo Stabat Mater, tragittavansi di città a città, intimando penitenza e concordando paci. Allorchè si accostavano ad una, podestà e clero uscivano ad incontrarli colle croci e il gonfalone, i campagnuoli interrompevano i lavori, ognuno voleva sorpassare i precedenti in austerità di penitenze e asprezza di flagellazione, e le donne si radunavano la notte per applicarsi la disciplina, e tutti gli abitanti si metteano dietro alle croci. A questa clamorosa devozione, non promulgata da predicatori, non istituita dal pontefice, diffusa rapidamente da un capo all’altro d’Europa senza che si sapesse da chi e perchè, entrava negli animi la persuasione d’alcuna grave sventura, con cui Dio fosse per risciacquare la terra peccatrice; tacquero le danze e le canzoni d’amore, per far luogo a pellegrinaggi e a devote cantilene; usurieri e ladri restituivano il mal tolto, peccatori inveterati si confessavano e ravvedevano, le violente ire ammorzavansi come un incendio sotto un mucchio di terra.
Il marchese Oberto Pelavicino piantò delle forche al confine del suo Stato, minacciando appendervi quanti Flagellanti lo passassero. Manfredi egualmente gli escluse dal Regno; ma comprese che guaj a lui se il papa avesse cavato pro da quell’entusiasmo per dirigerlo contr’esso.
Anche in Sicilia un paltoniero finse d’essere Federico, che per espiazione fosse rimasto dieci anni in miseria; e trovò seguaci e denari, e fu forza mandar l’esercito per dissiparli e appiccare i capi. Manfredi, ito in persona a chetar l’isola, raccolse il parlamento generale a Palermo, dove i nobili vennero offrendo doni, fra cui un cavaliere di val di Mazzara cento muli condotti da altrettanti schiavi negri[388]. Gratificarsi il popolo con largheggiare libertà e istituir Comuni non osava, egli erede de’ rancori degli Svevi; anzi era costretto gravare sempre peggio le imposte, oltre esigere trentamila once d’oro pel matrimonio di sua figlia Costanza con Pietro infante d’Aragona, sul che dicevasi profittasse per la propria borsa[389]. Altre spese cagionavano le feste, a cui tanto si piaceva Manfredi: e di segnalate ne diede in occasione che sbarcò a Bari Baldovino spossessato imperatore di Costantinopoli, quando tra banchetti e balli v’ebbe un torneo ove ruppero le lancie venti cavalieri cristiani e due musulmani di Lucera, e premio era una collana d’oro coll’effigie di Manfredi. «Ogni jorno se fecero balli, dove erano donne bellissime, d’onne sorte; e lo re presentava egualmente a tutte, e non sapea qual chiù li piaceva» (Spinelli).
Questi cercò anche d’accordarsi col papa, fin mettendo di mezzo il famoso giurista Raimondo di Pegnafort, ma senza niun degno pro; anzi Manfredi ricusò rilasciare il vescovo di Verona, che diceva arrestato a capo d’insorgenti; e inveendo contro il pontefice, — Cessi (esclamava) una volta di metter la falce nella messe altrui; obbedisca al divino precetto di rendere a Cesare quel ch’è di Cesare, a Dio quel che di Dio»; e scrisse ai Romani che non al papa ma al senato e alla città loro spettava il diritto di dare e togliere la corona imperiale, e mandò mercenarj tedeschi a ripigliare le ostilità[390].
Di questa lotta erano stanchi i principi d’Europa, giacchè per sostenerla i pontefici imponevano continue decime e annate sui beni ecclesiastici; e vedendo che quelli ostinavansi a volere sbalzata la casa Sveva, s’acconciarono essi pure a questo partito, e si diede nerbo alla guerra coll’opporre a Manfredi un altro campione.
Raimondo Berengario, conte della Provenza che molta parte avea avuto nelle vicende di Nizza, di Genova e delle alpi Marittime, sposò Beatrice figlia di Tommaso conte di Savoja, bellissima, letterata, e protettrice del sapere, che tenea spesso corti bandite e corti d’amore, favoriva trovadori, circondavasi di donne nominate fra le poetesse, quali Beatrice sua cugina, Agnesina di Saluzzo, Massa dei Malaspina, la contessa Del Carretto, la principessa Barbossa. Di lei Raimondo generò quattro figliuole, di cui maritò una al re di Francia, una a quel d’Inghilterra, una al duca di Cornovaglia eletto re de’ Romani, e morendo lasciava nubile Beatrice in tutela della madre. La quale, per sottrarla agli Aragonesi che aspiravano a quel dominio, la menò alla corte di Luigi IX di Francia suo genero, e quivi la fidanzò a Carlo d’Angiò, il minore fratello di lui. Voleva poi continuare in uffizio di contessa della Provenza, ma Carlo tergiversolla; del che abbiamo una lettera consolatoria che le scriveva l’altro genero Enrico d’Inghilterra[391]: e infine essa dovette abbandonare il paese e restituirsi in Savoja, dove fondò alle Scale uno spedale, e vi fu sepolta in un mausoleo di ventidue statue, distrutto poi nelle guerre del Seicento.
Dispiacere e sgomento risentì la Provenza, che subito si vide allagata d’uffiziali francesi; e mozze le libertà di quel gran Comune, ordinato alla foggia dei nostri, si moltiplicarono imposte, confische, prigionie, supplizj arbitrarj. Carlo, allora sui quarantasei anni, oltre questo possesso della moglie, teneva, come figlio di Francia, la contea d’Angiò; sicchè era il più ricco e potente de’ principi non coronati; educato austeramente dalla regina Bianca, di valore avea fatto splendide prove alla crociata e ne’ tornei, de’ quali vivamente si piaceva; credea perduto il tempo dato al dormire, amava le suntuosità e le cortesie non meno che le avventure e le prodezze, cupo di naturale, non scrupoloso sui mezzi, implacabile coi nemici, pertinace nelle risoluzioni e paziente ad aspettarne la riuscita, fedifrago quando occorresse. Colla spada assodò e ingrandì il dominio, sottomettendo, fra altre, le importanti città di Arles e Marsiglia, strettamente collegate per commercio con Pisa e Genova; e allungandosi verso l’Italia, ebbe Ventimiglia e Nizza.
Qual meraviglia ch’egli ambisse di non essere da meno del regio fratello? Sua moglie poi struggevasi di portare onore di corona e di reame come le tre sorelle, colle quali trovatasi ad una corte bandita, fu obbligata prendere un posto inferiore. Quando dunque il papa gli offrì il regno delle Sicilie, volontieri l’accettò Carlo; ma Bianca, allora reggente di Francia, non gli consentì l’impresa. Egli però non distaccava gli occhi dall’Italia, e di qua dai monti acquistò Alba, Cuneo, Mondovì Piano, Cherasco; poi venuto alla tiara Urbano IV, rinnovò la pratica, e tolti gli scrupoli che nasceano a san Luigi sopra i diritti di Corradino, s’accinse ad acquistare il Reame. Prima di moversi acconciò i suoi affari in Provenza, compromise le discordie che avea con Tommaso marchese di Saluzzo pel possesso di Busca e della val di Stura, e fece costruir navi nell’arsenale di Nizza, traendovi legname dai monti vicini per opera degli uomini di Peglia[392].
Ma la Provenza non dava guerrieri che per quaranta giorni e per brevi distanze; sicchè fu forza ricorrere a venturieri, stipendiandoli in parte colle decime imposte alle chiese di Francia, in parte colle gioje della contessa poste in pegno: vi si unirono i migliori campioni di Francia e di Provenza, volendo, per amore cavalleresco verso Beatrice, farla reina; altri per ingordigia di bottino; altri per acquistare le indulgenze che il papa prometteva, quasi fosse una crociata per chiudere il varco che agli Arabi aveano riaperto gli Svevi annidandoli in Italia. Così furono messi in acconcio quindicimila fanti, cinquemila lancie, diecimila balestrieri; sostenuto dai quali e dagli indulti, Carlo s’avviò all’Italia.