Ad altri forti erano ricorsi i pontefici fin dal tempo de’ Pepini; vi ricorsero dappoi fino a’ dì nostri, per sostenere buone cause e sciagurate: e i frutti furono sì differenti, che non si osa misurar la lode o il biasimo sopra gli effetti. Solo possiam francamente desiderare che la podestà sovreminente si trovi costretta il men possibile a implicarsi in interessi mondani, dai quali trasse sovente contaminazione, sempre il disgusto di qualche parte di coloro che tutti le sono figli in Cristo.

Urbano, incalzato più sempre dai Ghibellini e da Manfredi fin nella sua Roma, morì (1263); e Clemente IV suo successore si professò avverso al nepotismo, e ad un suo nipote scrisse: — Non t’inorgogliare d’un’elevazione che noi umilia a’ nostri occhi, e che svanirà come la rugiada del mattino. Non uscire dal tuo stato; nè tu o tuo fratello e altri nostri parenti vengano alla corte senz’esservi chiamati, se non vogliano partirne colmi di confusione. Non cercare alle tue sorelle mariti di condizione superiore, chè ci troveresti repugnanti: ma se si mariteranno a semplici cavalieri, daremo loro trecento lire tornesi, purchè ciò sia noto solo a te e tua madre. Le figlie nostre (egli era stato ammogliato) non prendano altri mariti che se noi fossimo rimasti semplici preti. Niuno ardisca venirci a sollecitare, nè accettar regali; le vostre istanze sarebbero anzi nocevoli che vantaggiose»[393].

Come provenzale egli pendea verso Carlo, e più quando, nella guerra politica e insieme religiosa di tutta Italia, vide Manfredi assicurare prevalenza agli avversarj de’ papi. Carlo, a malgrado delle flotte combinate di Sicilia e di Pisa, con mille cavalieri scelti sbarcò a Roma, i cui cittadini lo chiesero senatore, e lo ricevettero con feste quali a nessun principe mai. Egli pattuì col pontefice sotto fede giurata di conseguire le Due Sicilie per sè e pe’ maschi suoi discendenti, o nati da figlie secondo l’ordine delle geniture; non dividerebbe o estenderebbe que’ dominj, nè s’intrometterebbe agli affari di Lombardia e Toscana; pagherebbe una somma allor allora, poi ottomila once d’oro l’anno, sotto pena di decadenza; darebbe al papa ad ogni richiesta trecento lancie da almeno tre cavalli ciascuna per tre mesi; ogn’anno gli presenterebbe un palafreno bianco, bello e di buona razza, in segno di omaggio[394]; non accetterebbe mai la dignità imperiale; quella di senatore di Roma deporrebbe appena stabilito in trono; del resto rispetterebbe la costituzione che il papa fosse per dare alla Sicilia, restituirebbe alla Chiesa ogni bene o titolo usurpatole, e lascerebbe la piena libertà delle elezioni e provvisioni prelatizie, sicchè nè prima nè dopo fosse necessario il regio assenso; i chierici e le cause ecclesiastiche si tratterebbero al tribunale de’ vescovi.

Fra ciò, pei colli dell’Argentiera e di Tenda veniva di Francia l’esercito di Carlo. Pietro conte di Savoja e Guglielmo marchese di Monferrato, disertati dalla parte ghibellina, favorivano i nuovi vincitori; Acqui e Novi ne provarono le vendette; Torino, Vercelli, Novara gli accolsero lietamente; donde voltarono al Milanese, ai Guelfi dando il sopravvento, e cacciando i Ghibellini. Questi, e principalmente i Del Carretto e il marchese Pelavicino, ch’erasi formato uno Stato poderoso fra Cremona e Brescia, si opposero; ma, fors’anche per tradimento di Buoso da Dovara, i crocesignati poterono fendere il Bresciano, poi spingersi a Ferrara e al Bolognese, evitando la Toscana ancor fedele a Manfredi, indi raggiungere Carlo a Roma. Quivi arrivavano stanchi, poveri, nudi, affamati delle ricchezze romane; ma Carlo le aveva esauste, prestiti non si trovavano più perchè non si restituivano, e il paese era manomesso come una conquista.

Clemente non voleva andare a Roma per non mettersi in balìa di Carlo, che allora egli conosceva ambizioso insieme ed egoisto, gran pezzo inferiore all’aspettazione e alle pompose promesse, e che incessantemente chiedeva denaro, «quasi (scrive il papa) noi avessimo montagne d’oro e fiumi di ricchezze»: tanto per ismorbare la città s’affrettò a fargli dare la corona di Sicilia e il gonfalone della Chiesa (1266), dopo nuovi giuramenti di ligezza; e lo sollecitò a rompere gl’indugi, benchè di fitto verno. Il papa levava decime e centesime per tutta la cristianità, dava in ipoteca i beni proprj e de’ cardinali per ottenere prestiti da Senesi e Fiorentini, moltiplicava indulgenze, assolveva incendiarj e sacrileghi purchè pigliassero la croce bianca e rossa; e col re mandò il suo legato Pignatelli vescovo di Cosenza, portatore d’assoluzioni e di scomuniche.

Manfredi facea côlta di gente, di moneta, di coraggio, chiese il contingente de’ feudatarj, chiamò nuovi Saracini d’Africa; una flotta di legni siculi, genovesi, pisani postò fra la Sardegna e l’Italia, ed assalì il patrimonio pontifizio, sperando sterminare i Francesi prima che sopravenisse l’esercito grosso; ma tutto gli facea sentire che la nazione non era con lui: i Napoletani, stanchi dell’interdetto, lo supplicavano a far pace col papa, ed egli protestava non averne colpa; prometteva mandare trecento Saracini, che obbligherebbero i preti a riaprire le chiese e cantar messe; colle congiure ribellò Roma ai papi, ma altre congiure lo costrinsero a ritirarsi dal territorio della Chiesa. Munì gagliardamente quelle gole, che sarebbero accessibili soltanto per tradimento o per vigliaccheria dei difensori: ma con tutto ciò la paura stringeva i cuori[395]; poi dicono che il conte di Caserta, messo a guardia del fiume Garigliano, per vendicarsi dell’oltraggio fattogli da Manfredi nella moglie, lasciasse il varco ai Francesi. Manfredi, sentendosi preso fra le spire del tradimento, colle parlate e coi manifesti non ottenendo che promesse o quella compassione che nobilita ma non prospera le bandiere, propose un accordo; ma Carlo rispose: — Dite al soldano di Nocera che seco nè pace nè tregua; oggi io manderò lui all’inferno, od egli me in paradiso».

Altre volte vedemmo la disperanza del vincere infondere una smania di azzuffarsi e finirla; e mentre col ricoverare nelle fortezze poteva prolungare la resistenza, Manfredi volle tutto avventurare in una giornata campale a Grandella presso Benevento (1266 — 26 febbr.). Quivi da una parte gl’indovini arabi prendeano dagli astri il punto favorevole a ingaggiare la mischia[396]; dall’altra il vescovo d’Auxerre tutto in arme compartiva l’assoluzione ai Francesi, e — Per penitenza vi do di ferire molto forte e a colpi raddoppiati». Si mescola la battaglia; i Guelfi, massime toscani, fanno meraviglie di valore; di maggiori e con più arte ne fanno Manfredi, i suoi Arabi e i cavalieri tedeschi, che alti e vigorosi, le lunghe spade rotando a due mani, prevaleano ai Francesi, le cui spade corte e dritte si rintuzzavano battendo il taglio sulle armadure temprate a tutta botta. Carlo allora getta da banda le delicatezze cavalleresche, e ordina Di stocco, di stocco, e di dare colla punta sotto le ascelle de’ Tedeschi come alzano le braccia, e di ferire ai destrieri[397]; sicchè i Tedeschi scavalcati non possono rialzarsi di sotto la poderosa armadura. Manfredi vuole allora avanzare i Pugliesi tenuti in riserva, ma li trova renitenti: suo zio conte di Maletta gran cameriere dà il segno della defezione: lo seguono il conte d’Acerra cognato di Manfredi, e altri cavalieri, già d’intesa col nemico. Fremente all’abbandono del fior dei prodi, e risoluto a morire da re piuttosto che campare esule e compassionevole[398], Manfredi getta le insegne vistose e prende un elmo senza corona; ma l’aquila che ne formava il cimiero casca. Hoc est signum Dei, esclama egli, e avventatosi disperatamente nella mischia, cade trafitto. Il cadavere suo, trovato fra un mucchio di uccisi, fu riconosciuto al pianto dei suoi fedeli; i baroni francesi gli voleano rendere gli onori militari, ma Carlo riflettè che, come scomunicato, doveva essere escluso dalla sepoltura sacra: onde deposto in una fossa, i soldati vi gettarono ciascuno una pietra, elevando così un tumulo come ai prischi eroi. Nè quella tomba tampoco gli assentì il legato pontifizio, e lo fe gettare sulla dritta del fiume Verde, che fra Ceprano e Sora contermina il Reame e la Romagna.

Noi non graveremo la memoria di Manfredi quanto fece l’ira de’ Guelfi; anzi ci alletta quel far suo cavalleresco, generoso, ameno, e la costanza con cui affrontò la sventura: pure, incominciata la carriera della usurpazione, dovette procedere per vie oblique e finzioni; come i suoi padri, badò a sè anzi che ai popoli e ai loro bisogni e desiderj, e non ne cercò l’amore; combattè col braccio di stranieri, gravi anche quando non fossero rapaci; e i tradimenti de’ suoi più vicini ci fanno orrore, ma suppongono forti motivi.

Elena moglie di lui cercò fuggire a suo padre in Epiro, ma a Trani restò côlta a tradimento, e mandata prigione a Nocera; tra lei e i figli assegnatile sei carlini, di stento e di cruccio morì cinque anni dappoi: sua figlia Beatrice sol dopo diciotto anni fu rimessa in libertà; i tre maschi vissero tapini di prigione in prigione. I fautori di Manfredi furono mandati in Provenza o nelle fortezze del regno o profughi: i traditori ottennero scarsi premj e disprezzo. I Saracini, assediati nei loro ricoveri, dopo orrida fame dovettero rendersi a discrezione, e abbandonare ai supplizj i Ghibellini che aveano ricoverati; alcuni abjurarono, altri furono dispersi nel Regno; pochi durarono a Lucera, fatta nido de’ malcontenti, sicchè Carlo li rivinse, poi li tollerò, e se ne valse in guerra; infine Carlo II dissipò quella colonia, e ne mutò il nome in Santa Maria (1303), e Benedetto XI lo felicitava d’avere annichilata in Italia la fede eterodossa.

Coll’annunzio della vittoria di Benevento Carlo di Angiò spedì al papa due preziosissimi candelabri d’oro, molti giojelli e un trono gemmato; pure non impedì che Benevento, città pontifizia, fosse mandata al peggiore saccheggio. Napoli andò in gongolo vedendo entrar la regina Beatrice con carrozze dorate e quantità di damigelle e un lusso inusato[399], e coi leoni, gli elefanti e i dromedarj ch’erano stati dell’imperatore Federico I. I tesori che Manfredi avea deposti nel castello di Porta Capuana sarebbero dovuti spartirsi fra i compagni dell’impresa, al qual uopo Carlo domandò le bilancie. — Che bilancie?» proruppe Ugo del Balzo cavaliere provenzale; e coi piedi fattone tre mucchi, — Questo vada a monsignore il re, questo alla regina, questo ai vostri cavalieri». Carlo rimunerollo colla contea d’Avellino; poi dappertutto stabilì baroni, magistrati, giustizieri di sua gente, volendo a cose nuove persone nuove, e portando tutti i guaj d’un’altra conquista e d’una vantata liberazione. Il sistema fiscale introdotto da Federico II fu mantenuto non solo, ma applicato con rigore insolito; e perchè Roma voleva immuni i beni ecclesiastici, succhiavansi il sangue e le midolle degli altri[400]. I nascosti amici della casa Sveva gemeano; quei troppi che sogliono ripromettersi ogni bene dai liberatori, delusi levavano lamento, ed — O buon re Manfredi, mal ti conoscemmo da vivo, morto ti deploriamo. Ci sembravi un lupo rapace fra noi pecore; ma dacchè la volubilità nostra ci mutò al presente dominio, comprendiamo ch’eri un agnello. Già c’incresceva che parte delle nostre sostanze venisse alle tue mani; ed ecco i beni tutti e fin le persone sono in balìa d’una gente straniera».