Antica canzone, che i popoli ripetono ad ogni cangiare di dominio, ma che non profitta nè per risparmiarsi i disinganni prima, nè per fare tolleranti delle conseguenze. Anche il pontefice, tratto alla necessità di appoggiarsi sugli stranieri, di lanciare scomuniche a città anticamente fedeli alla sua bandiera, di concitare le passioni popolari, tanto difficili a calmare dopo che proruppe l’egoistica esasperazione de’ partiti; caricatosi di debiti, avea sperato pagarli tostochè Carlo sedesse in trono, e poter così rientrare a Roma: ma dov’erasi creduto avere in costui un devoto, trovava un despoto; aveva cercato le franchigie de’ Siciliani, e vedea di avervi piantato un tiranno. Non cessava dunque di fargli rimproveri, e — Se tuoi ministri (scrivevagli) spogliano il regno, a te si ascrive la colpa, che gli uffizj empisti di ladri e assassini, i quali si permettono azioni, di cui non può Iddio sopportare la vista... ratti, adulterj, estorsioni, ladronecci... M’alleghi a scusa la povertà! non ti basta dunque un regno, colle cui entrate un grand’uomo qual fu Federico sosteneva ben maggiori spese, saziava l’avidità della Lombardia, della Toscana, delle Marche, della Germania, eppure accumulò immense ricchezze?»[401].

Il papa, vedendo rannodarsi brighe in senso ghibellino, mandò come paciere in Toscana Carlo (1267), con giuramento che non terrebbe l’autorità più di tre anni, e la cederebbe tosto che un imperatore fosse riconosciuto. Firenze gli si assoggetta per dieci anni, ed il paciere vi eccita guerra di sterminio: anche molte città lombarde chiedono da lui i podestà; ond’egli osa perfino domandare lo eleggano lor signore; ma le più risposero: — Amico sì, ma non padrone». Dichiarato dal papa vicario dell’Impero vacante, estende la giurisdizione sovra il Piemonte, che gl’importava come vicino alla Provenza sua; e con titolo di rabbonacciare, assoda pertutto la dominazione propria e de’ Guelfi.

Allora rinacque compassione e desiderio di quella stirpe che pur dianzi erasi maledetta; e gli occhi volgevansi di là dall’Alpi, ove ne sopravivea l’unico rampollo. Corradino, spoglio de’ beni e delle dignità avite, proscritto prima di nascere colla discendenza tutta di Federico II, cresceva a Landshut presso il duca Lodovico di Baviera sotto gli occhi della madre Elisabetta: a sedici anni, bellissimo di persona, liberale comunque povero, dato alla caccia e all’armeggiare, colto nel latino, nel tedesco componeva poesie che ebbero lode fra le prime di quella lingua. Balocco di tutti i partiti, mira di tutti i malcontenti, erasi fin pensato crearlo imperatore di Germania: la taccia d’infingardaggine inflittagli dai Tedeschi[402], le sollecitazioni degl’Italiani, le esagerazioni de’ vicini alimentavangli i sogni di risorgimento, abituali ai discendenti di razze scoronate, cui la nebbia degl’incensi toglie di vedere la situazione e di calcolare i mezzi e le probabilità. I Lancia, parenti per madre di Manfredi e fedelissimi a questo nella gloria e nelle sventure, riusciti a fuggire dalle carceri di re Carlo, furono principali in sollecitar Corradino a rivendicare la corona, portandogli centomila fiorini, i voti di Pisa e Siena, e offerte pompose; potrebbe soldare mercenarj; cavalieri di ventura sarebbero accorsi a sì nobile impresa; si mostrasse appena, e gl’Italiani, stanchi de’ Guelfi, de’ papi, degli Angioini, volerebbero tutti al suo stendardo.

Coll’ardore d’un giovane e la cecità d’un pretendente, mosse egli dunque verso l’Italia, per quanto sua madre lo disortasse: i duchi di Baviera suoi zii lo accompagnarono fino a Verona con diecimila combattenti; ma poichè a lui venne meno il denaro da soldarli, questi diedero volta, e soli tremila potè ritenerne impegnando il proprio patrimonio. Che importa? gli amici di suo avo, i Ghibellini di tutta Italia, i malcontenti di Sicilia gli largheggiavano promesse, merce di poco costo; uomini e denari affluirebbero; il solo Maletta, quel che dicemmo aver tradito Manfredi a Benevento, e che era divenuto gran tesoriere di Carlo, lo aveva assicurato di sedicimila once d’oro e mille cavalieri stipendiati. Vero è che nè uomini nè denaro comparivano: ma intanto Corradino componeva manifesti, arma di chi è debole nelle altre; incorava gl’italiani a venire incontro a lui, che rialzerebbe l’onore dell’Italia e la dignità del nome tedesco[403]; ai principi d’Europa si lagnava dei papi: — Innocente ha nociuto a me innocente, Urbano mi si è mostro inurbano, Clemente mi usò inclemenza, e Roma mi odia a segno, da non volermi pur vivo, me rampollo di magnifica stirpe, che sì lungamente imperò, e dalla quale non voglio dirazzar io, eletto e creato alla sublimità dell’impero sulle orme de’ miei progenitori».

Fra ciò gli Astigiani, che, per seguire l’andazzo, si erano sottomessi a pagar tributo a Carlo, vedendo che neppure con ciò poteano schermirsi dalle prepotenze dei marescialli che per lui tenevano Torino, Alba, Alessandria, Savigliano, soldarono millecinquecento uomini, e collegatisi coi Pavesi e col marchese di Monferrato (genero di Alfonso di Castiglia imperatore eletto e vicario di questo in Italia), ribellarono a Carlo le città soggette: del che incoraggiati anche i Genovesi batterono le flotte di lui; come i Pisani con ventiquattro galee, comandate da Federico Lancia, sconfissero a Melazzo la flotta provenzale. Ne prendeva lieto augurio Corradino, e prevenendo la resistenza delle repubbliche guelfe raccoltesi nuovamente in lega, e sostenuto dalle ghibelline, da Pavia con ardita marcia varcò i gioghi liguri (1268); ad un piccolo porto presso Savona trovò galee che lo trasportarono a Pisa; e non contrastato nè sulle Alpi nè ai grossi fiumi, poteva ormai portare le armi nel paese stesso dei nemici, agitato dalle memorie e dalle trame.

Clemente IV, tuttochè scontento di re Carlo, più si adombrava di questo fanciullo, che pretendeva ancora congiungere l’Impero e la Sicilia; onde lo dichiarò scomunicato co’ suoi aderenti, e decaduto non solo da qualsifosse diritto sopra il regno di Sicilia, ma anche sopra il ducato di Svevia e il nominale reame di Gerusalemme; e insultava a questo «reatino, uscito dalla razza velenosa del tortuoso serpente, che aspirando all’esterminio della romana madre Chiesa, col suo fiato appesta le contrade toscane, e manda traditori nelle diverse città dell’Impero vacante e del nostro regno di Sicilia»[404].

Tali parole già indicano come non mancassero al pretendente que’ partigiani che facilmente trova chiunque venga a sommovere regno nuovo. I baroni, che in Lombardia e in Toscana teneano feudi dell’Impero, e all’ombra di questo aveano esercitato la tirannia, bramavano un nuovo imperatore, massime se giovane e fiacco, sotto il cui nome velassero le superbe loro voglie. Corrado Capece, penetrato in Sicilia con un corpo d’Africani, vi avea ridestato l’immortale rancore contro Napoli, e sostenendo i Fetenti contro i Ferracani, come eransi colà intitolati i Ghibellini e i Guelfi, sollevò tutti i paesi, eccetto Siracusa e Messina. A Roma, sempre ricalcitrante al dominio papale, parteggiava apertamente per lui Enrico di Castiglia, che segnalatosi per vittorie sui Mori, e lungamente dimorato fra i Barbareschi di Tunisi, di cui aveva contratto i vizj, fatto senatore di Roma, vi esercitò indegna tirannide, perseguitando molti primati. Favorevole da principio a Carlo suo parente, se gli avversò dacchè questo l’impedì di ottenere l’ambito regno di Sardegna, e non gli restituiva i denari prestatigli; e non meno ritroso al papa, promise a Corradino la propria spada e un corpo di combattenti.

Con tali lusinghe Corradino mosse da Pisa, traversò Siena, e spiegò le sue bandiere sotto le mura di Viterbo, nelle quali stava ricoverato il pontefice profugo da Roma, e che ai cardinali disse: — Non v’incuta paura questo giovane, trascinato dai malvagi come una pecora al macello», e tranquillamente celebrò la solennità della Pentecoste.

I Romani festeggiarono Corradino come popolo che ha bisogno dello spettacolo; il terreno coperto d’abiti e di stoffe, le vie parate a ricchi tappeti, a pelliccie, a drappi di seta e d’oro, e tese di corde alle quali ciascuno avea sospeso quel che più vistoso possedesse di vesti, d’armi, di galanterie; e dappertutto suon di tamburi, di viole, di pifferi, e cori allegramente cantanti[405]. Corradino, gridato liberatore del popolo, spada d’Italia, e quegli altri titoli che d’età in età sono echeggiati dal vulgo di piazza e di gabinetto, ascese al Campidoglio, e tenne un discorso, ove il popolo romano avrà trovato tutte le bellezze di sentimento e di forma, perchè v’era adulato. Urli di gioja ridestarono l’eco dei sette colli, e in poesia e in prosa si inneggiò al legittimo successore di tanti Cesari. Quei che lo contrariarono ebbero prigione, saccheggio, confisca; il senatore, per far denari, spogliò le chiese e le sacristie, dove allora solevano anche i privati deporre le ricchezze; e stipendiato soldati, mosse a un conquisto, di cui forse sperava il miglior frutto.

Ebbro di speranze, il giovane Svevo mosse per Tivoli e Vicovaro onde penetrare negli Abruzzi, monti così opportuni ad accamparsi, e dove verrebbero a raggiungiungerlo tutti i fazionieri suoi del Regno, e principalmente i Pagani di Lucera. Ma non dormiva Carlo, e a Tagliacozzo (23 agosto), presso gli antichi Campi Palentini, trasformati in piano di San Valentino, pettoreggiò il rivale. Alle armi del re benediva il legato pontifizio, imprecava a quelle di Corradino: ma questi menava buon numero di Tedeschi, d’Italiani Galvano Lancia, di Spagnuoli Enrico di Castiglia. Ai Ghibellini parve assicurata la superiorità, sicchè Carlo disperavasi nel vedere i suoi sparpagliati e uccisi. Ma a consiglio di Erardo sire di Valery, canuto cavaliere francese reduce allora di Terrasanta, avea tenuto in riserva un corpo, col quale assalendo i Ghibellini già inebbriati sulla vittoria, li mise in pieno sbaratto con tale strage, che quella di Benevento parve un nulla[406].