A Roma i Ghibellini aveano annunziato la vittoria di Corradino, occasione di nuove feste: ma ben tosto coi fuggiaschi giunse la verità; che Enrico senatore era in man del nemico; che Carlo ai prigionieri romani fece troncare i piedi, poi chiuderli in un recinto e quivi bruciare. I Guelfi, rialzatisi alla vendetta, con nuovi tripudj accolsero Carlo, che alla sua volta salì in Campidoglio fra apparati ed inni, ripigliò la dignità di senatore, e sedette giudicando: ma non perdette tempo ne’ trionfi.
Corradino, così subitamente caduto dal vertice delle speranze nell’abisso della realtà, era corso a Roma, quasi a ripetere le promesse fattegli nella prosperità, ma non trovò che scherni e insidie, pane dei vinti; talchè vestito da villano fuggì con Galvano Lancia, il costui figlio e poc’altri, fedeli alla sventura, e specialmente Federico di Baden suo cugino, che spossessato del ducato d’Austria, era venuto a ricuperare il retaggio dell’amico, perchè poi l’ajutasse a ricuperare il suo. Presero la via del mare, cercando qualche legno che li tragittasse in Sicilia, ove il Capece teneva elevata la loro bandiera, e giunsero al fiumicello che la Campagna di Roma separa dalle Paludi Pontine, presso la rôcca d’Astura, ond’era castellano Giovanni Frangipane romano, che facendo guerra alle strade e al mar vicino, cercava d’ogni parte o preda o riscatti. Come gli altri baroni, aveva costui sposata la parte di Corradino; ed ora già imbarcato lo raggiunse e rimenò nel suo castello, in tentenno se cavar oro dal salvarlo o dal venderlo. Invano il papa mandò a chieder costoro, arrestati su terre sue: il Frangipane li consegnò agli Angioini: Carlo, venuto in persona a Gensano con un corpo di cavalleria per riceverli, senz’altro fece decapitare il Lancia, suo figlio ed altri di Puglia, vassalli ribelli.
Clemente IV domandò Corradino, che, come scomunicato, doveva giudicarsi dalla Chiesa[407]; e avendo preso malavoglia dell’ambizione e della violenza di re Carlo, in quel giovane vedeva forse un pegno e uno spauracchio prezioso. Per ciò stesso doveva rifuggire Carlo dal consegnarglielo; e pare trovasse modo di sgomentare Corradino sul trattamento che gli destinerebbero questi preti, inesorabili alla sua casa, e di persuaderlo ad affidarsi alla sua reale clemenza. Di fatto il giovinetto confessò d’aver peccato contro la santa madre Chiesa; Ambrogio Sansedoni di Siena, predicatore nominato e santo, andò al pontefice, e sebbene avesse preparato un eloquente discorso, s’avvide dell’efficacia della semplicità, e non fece che prostrarsi, ricordargli la parabola del Figliuol prodigo, poi: — Santità, Corradino manda a dirvi, Padre, ho peccato avanti ai cieli e a te, e chiede umilmente la remissione del suo fallo per la misericordia ch’è in te». Il pontefice, tocco nel cuore dalle parole del frate e dall’alito di Dio, rispose subito: — Ambrogio, io ti dico in verità, la misericordia vogl’io, non il sagrifizio». E rivoltosi agli astanti: — Non è lui che parlò, ma lo spirito di Dio onnipotente». Clemente e tutti gli astanti stupirono della dolcezza che Dio avea fatta passare dalla bocca di Ambrogio ne’ loro cuori; e così Corradino fu assolto da ogni censura e dallo sdegno del pontefice[408].
La Chiesa ribenediva, il re esultava di vedersi assicurata la sua preda[409], perocchè, cessato coll’assoluzione ogni conflitto di giurisdizione, potè disporre il processo a suo senno. Convocò a Napoli due sindaci di ciascuna delle città del Principato e della Terra di Lavoro a lui devote, e innanzi a loro e a magistrati, tutti francesi, propose l’accusa di Corradino. Eppure i più lo tennero come un re che tenta ricuperare il toltogli dominio; vinto, dovere considerarsi come prigione di guerra: e perchè Carlo insisteva sull’essere quello colpevole di sacrilegio per gli arsi monasteri, Guido di Suzara valente giurista seppe rammentargli come un capo non possa farsi responsale dei trascorsi de’ suoi seguaci, e come l’esercito stesso di Carlo se ne fosse contaminato nella prima conquista. Mandato ai voti, tutti furono per l’assoluzione: unico Roberto di Bari provenzale, protonotaro del regno, opinò per la morte, e bastò perchè Carlo la decretasse.
Giocava Corradino agli scacchi col cugino Federico (8bre) quando ebbero avviso della sentenza: e impetrati tre giorni per prepararsi alla morte e far testamento[410], dal castello di San Salvadore furono con dieci compagni condotti alla piazza del Mercato, ov’era disposto il patibolo. Carlo volle darsi il fiero gusto d’osservare dal castello lo spettacolo. Roberto di Bari lesse la sentenza motivata, e Corradino, uditala, levossi il mantello, si pose a ginocchi, esclamò: — O madre, madre mia, qual notizia avete a sentire!» e posata la testa sul ceppo, giunte le mani verso il cielo, aspettò il colpo. Federico invece, urlando, bestemmiando, imprecando, senza chiedere mercè a Dio lasciossi strappar la vita. Gli altri lo seguirono.
Il popolo affollato guardava stupidamente e stupidamente piangeva; e alcuni Francesi, tardi indignati di essere stromenti alle vendette d’un conquistatore, esalavano la collera con que’ paroloni, di cui fa scialacquo quella nazione dopo i fatti consumati. Non in terra sacra, ma sul luogo stesso del supplizio furono sepolti i cadaveri sotto un cumulo di pietre. Nessun re fece reclamo a questo primo regio sangue versato dal carnefice: i più, scorgendo il dito di Dio che punisce fino alla quarta generazione, pure disapprovarono l’abuso della vittoria, e Giovan Villani scriveva: «Si vede per esperienza che chiunque si leva contro santa Chiesa ed è scomunicato, conviene che la fine sua sia rea per l’anima e per lo corpo: ma della sentenza lo re Carlo ne fu molto ripreso dal papa e dai suoi cardinali e da chiunque fu savio».
La morte di due giovani principi era un bel soggetto per canti, e in tedesco e in provenzale se ne fecero: Saba Malaspina diede loro l’omaggio che uno storico può, la patetica narrazione della loro fine, e un compianto su quel cadavere che «giaceva come un fiore purpureo da improvvida falce succiso»: il vulgo narrò che un’aquila scesa dalle nubi intrise l’ala destra in quel sangue, e tosto risali al cielo. Era sangue di re, che un re avea fatto scorrere, giustificato dal diritto della vittoria, e dimenticando che la vittoria non è sempre pei re. Più grossolane baje inventarono i letterati, e la storia le raccolse con irragionevole compiacenza.
Se a chiamare Carlo furono determinati i papi dal voler impedire che la Sicilia venisse congiunta all’Impero, e che unendo il settentrione col mezzodì dell’Italia si togliesse a questa l’indipendenza, lo scopo era raggiunto. Se della libertà i Guelfi aveano idee non più larghe de’ liberali moderni, e la poneano nello sbrattarsi da’ Tedeschi, eccoli soddisfatti, giacchè cogli Svevi terminano gl’imperatori che diretta efficacia esercitassero sopra l’ancor libera Italia, e per cinquant’anni nessun esercito di quella gente calpestò la sacra nostra terra.
Lo sterminio degli Svevi lasciava trionfante il papato: ma Clemente IV non vide ricomposta la pace coll’Impero, atteso che, mentre accingevasi a pronunziare fra i competenti al trono di Germania, morì a Viterbo. Quivi stesso accoltisi i cardinali alla nuova elezione, per tre anni non seppero mettersi d’accordo, finchè compromessala in sei di essi, restò proclamato Tibaldo Visconti di Piacenza (1271), allora legato in Palestina, che volle nominarsi Gregorio X. Onde prevenire il tristo spettacolo delle ultime elezioni e le lunghe vacanze, regolò la forma del conclave, i cardinali si chiudessero con un solo conclavista, ridotti a molte privazioni e a non comunicare con altri di fuori sinchè non eleggessero il pontefice.
Radunato il XV concilio ecumenico a Lione (1274 — 7 maggio) affine di sollecitare una nuova crociata, e ricomporre lo scisma de’ Greci, vi si presentò Ottone, vicecancelliere di Rodolfo di Habsburg, povero conte dell’Argovia, che era stato poco prima eletto imperatore di Germania, e che nuovo s’un trono inaspettato, senza beni nè interessi in Italia, della quale non conosceva tampoco la geografia, e amando assodarsi in Germania più che guerreggiare per un regno lontano e quasi nominale, volle finire il litigio d’omai settant’anni, giurando adempirebbe le promesse d’Ottone IV e di Federico II; rinunzierebbe affatto alle terre disputate fra l’Impero e la Chiesa; non accetterebbe alcuna tenuta ecclesiastica quand’anche offertagli, nè cariche nello Stato romano senza assenso del papa; non turberebbe il re di Sicilia od altri vassalli della Chiesa, nè procurerebbe vendetta di Corradino. Poi, con atti che fece sottoscrivere anche dagli elettori, confermava al pontefice le antiche donazioni di quanti paesi sono da Radicofani a Ceprano, oltre l’Emilia, la marca d’Ancona, la Pentapoli e i possessi della contessa Matilde, Spoleto, il contado di Bertinoro, Massa, e quanto mai con diplomi fosse stato concesso a’ successori di san Pietro[411]; inoltre il dominio sulla Sicilia, la Corsica e la Sardegna. Così restava emancipata la Chiesa, e ottenuto il lungo intento dei Guelfi.