Mentre, dalla prima guerra coll’Impero, la Chiesa, vinta in apparenza, era nel fatto uscita potentissima, da questa pace, coll’aspetto di vincitrice, cominciò la sua decadenza. Non che un palmo di terra acquistassero, i papi si trovavano sempre contrariati nella loro propria città; e dei nove che pontificarono in trentasei anni dopo la morte di Gregorio IX, sei non v’entrarono, gli altri solo per brevissimo. L’importanza che traevano dall’opporsi alla dominazione straniera, scadde dacchè per abbattere i Tedeschi si buttarono in braccio ai Francesi; onde i Guelfi, così devoti all’indipendenza, si convertirono in fautori de’ forestieri, ai quali facevano opposizione i Ghibellini.
Sempre più copiose dovizie avea potuto accumulare la Chiesa, vuoi in fondi per signorie e contadi interi avuti in dono o compri dai baroni che passavano oltremare, vuoi in denaro per le decime, estese fin sul commercio, sul bottino da guerra, che più? sul meschino guadagno de’ mendicanti e sul turpe delle meretrici. Ma se i beni ecclesiastici godevano immunità dai tributi al par degli altri feudali, i Comuni chiamarono anche il clero a parte dei pesi, com’era dei vantaggi di quel governo. Sulle prime non vi si trovò sconvenienza; poi, o fosse iniquo il riparto, o divenisse soverchio l’aggravio, spesse lamentanze ne mossero gli ecclesiastici; secondando ai quali, i concilj III e IV Lateranesi vietarono alle autorità di aggravezzare il clero, il quale dovea contribuirvi sol quando l’avesse trovato spediente al pubblico bene: ma i papi facilmente concedeano ai principi di tassarlo.
Anche l’immunità del foro venne ristretta, procurando i governi intervenire alle decisioni delle curie, che quasi mai non punendo nel corpo, debolmente reprimevano il delitto. Gli stessi tribunali dell’Inquisizione posero la Chiesa in qualche dipendenza dai laici, di cui avevano ad invocare il braccio per eseguire le loro sentenze.
Le armi spirituali, usate e abusate in interessi mondani, rimasero rintuzzate: quelle scomuniche motivate su odj che pareano personali, quelle indulgenze profuse a chi combattesse i nemici temporali della santa Sede, quelle decime imposte a titolo di redimere Terrasanta e adoprate invece a guerreggiar Federico o Corradino, quei prelati che accampavano e benedicevano la strage, sminuivano l’efficacia de’ pontefici anche quando a favore del popolo frenassero i regj arbitrj, reprimessero le esazioni di Carlo, proclamassero la pace. Nella contesa poi aveano dovuto chiamare il popolo a bilanciare le mutue ragioni; e questo revocò ad esame atti, cui fin allora si era sottomesso venerabondo: e un potere inerme, quand’è discusso, è caduto.
CAPITOLO XCIII. I Mongoli. — Fine delle crociate, e loro effetti. Gli stemmi.
Nel mezzo di questi accadimenti anche le cose di Terrasanta erano tornate a peggio che mai per l’addietro si fossero. In quelle colonie, che avrebbero potuto esser tanto profittevoli alla civiltà, la discordia imbaldanziva non meno che in Europa, di modo che non si domandava se vincessero i Cristiani o i Saracini, ma se i Templari o gli Spedalieri, se i Genovesi o i Veneziani; i quali disputandosi l’imperio del mare e i frutti del commercio col Levante, impinguavano di sangue italico i mari e le terre straniere, e fin nelle chiese portavano il sacrilegio di uccisioni fraterne. Presa che fu Costantinopoli, vedemmo l’impero greco uscire di letargo, e rotta quella stupefacente sua unità, suddividersi in un centinajo di principati, ciascuno dei quali focolajo di nuova vita (pag. 265). Oltre gli Occidentali, anche signori greci aveano costituito particolari dominj, come Alessio Comneno a Trebisonda, Michele Comneno a Durazzo, Teodoro Láscari a Nicea di Bitinia. Michele Paleologo, tutore d’un fanciullo di quest’ultimo, ne usurpò la corona, e mentre la fortuna gli dava buono, assalse Costantinopoli (1260). Quivi imperava Baldovino II, sostentato colle limosine della cristianità, e in tali strettezze che, non bastando impegnare gli ori del palazzo e delle chiese, vendette fino il piombo e il rame de’ tetti. Michele di sorpresa gli tolse la città e il trono, e ristabilì l’impero greco (1261) con una nuova dinastia. I Genovesi che, per umiliare i Veneziani, gli aveano dato ajuto, ottennero larghe concessioni e il sobborgo di Pera: nè però Venezia e Pisa furono spogliate degli antichi privilegi e d’avere giudizj proprj: e il console de’ Pisani, il podestà de’ Genovesi, il balio de’ Veneziani tennero posto fra i grandi uffiziali di quella corona. Michele poi non aveva ripigliato che le coste a scirocco del Peloponneso, restando in essere i principati stabiliti al centro e al mezzodì della Grecia dai Crociati.
L’Occidente dava scarsa attenzione a questi mutamenti: se non che un nuovo flagello venne a minacciare non solo Terrasanta, ma tutta la cristianità, l’irruzione dei Mongoli o Tartari. Gengis-kan, una di quelle terribili incarnazioni della forza che sembrerebbero finzioni mitiche se troppo accertata non ne fosse e compianta l’esistenza, raccolse e dal cuor dell’Asia mosse questi Barbari, che con una rapidità appena credibile occuparono da una parte l’immenso impero della Cina, dall’altra minacciarono soggettare la Persia, conquistarono la Russia, e ridotta a deserto l’Ungheria, giunsero fin nella Dalmazia, cioè in vista dell’Italia.
Tetro sgomento si diffuse per l’universa Europa all’accostarsi di questa gente tartarea, che non conoscea legge nè fede. Gregorio IX moltiplicava promesse, indulgenze, minaccie, assoluzioni per riunire tutta cristianità a resistervi, e perchè Federico II si facesse capo dell’impresa; ma questi se ne fingeva in ispasimo, e largheggiava in promesse retoriche[412]; poi operava tanto a rilento, che i suoi malevoli sparsero fosse d’accordo coi Tartari, e per onta al papa e alla religione gli avesse egli medesimo chiamati. Certo essi mandarono a lui, come soleano, l’intimata, perchè facesse omaggio dei suoi dominj al gran kan, in ricompensa offrendogli di scegliere qual carica gli garbasse alla corte di questo; al che Federico celiando, — Sceglierei l’uffizio di falconiere; si bene m’intendo d’uccelli di rapina».
Ma quando i Mongoli ruppero guerra ai Turchi Selgiucidi, che allora signoreggiavano la Palestina, i Franchi vennero in isperanza che i nuovi Barbari li libererebbero dai loro oppressori, mossi da quella illusione tanto consueta, che fa guardare per amici nostri i nemici de’ nostri nemici. Si cercò dunque la loro alleanza, e a papa Innocenzo IV sorrise lusinga di trarli al cristianesimo. L’acquistare alla fede un popolo che erasi dilagato dal Mar Giallo al Danubio, sarebbe stato un avvenimento decisivo nella civiltà del mondo; ma per isperarlo nessun argomento umano s’aveva se non l’essere quelli avversi ai Musulmani. Però i pontefici quali prodigi non erano avvezzi a vedere dalle missioni? le crociate non erano una serie di miracoli? D’altra parte sapeasi così in confuso che quei popoli, tuffati in grossolane superstizioni, senza entusiasmo nè sacerdozio, eransi adagiati alla religione de’ popoli tra cui arrivavano; e se si fecero buddisti nella Cina, musulmani nella Persia, perchè non diverrebbero cristiani in Europa? Era indifferenza, nata da ignoranza, ma interpretavasi per propensione alla verità.
Adunque Innocenzo divisò spedire missionarj ai Tartari, e i nuovi frati Domenicani e Francescani si offersero a gara. Furono prescelti i frati Minori Lorenzo di Portogallo, Benedetto Polacco discepolo di san Francesco, e Giovanni di Piano Carpino, il quale è il primo europeo che intorno a quel popolo desse ragguagli, quantunque grossieri e parabolani. Non muniti che della croce, questi intrepidi, attraverso all’Europa, non corsa allora che da pellegrini e da combattenti, in riva al Volga raggiunsero Batù generale de’ Mongoli (1245), mentre a Basciù Nuyan, altro generale in Persia, arrivavano i Domenicani Simone da San Quintino francese, e gl’italiani Alessandro e Alberto Ascellino, Guiscardo da Cremona, Andrea da Longiumello. A que’ barbari, non conoscenti altro diritto che la forza, riuscì ridicola questa spedizione di frati, che in una lingua ignota e per sì lunga strada venivano rimproverarli perchè distruggessero le altre nazioni, ed invitarli a sottoporsi ad una religione, fuor della quale non vi sarebbe per essi che dannazione eterna. I nostri non fecero alla prima come scoraggiati, perchè non si ripromettevano premj o lodi umane; e procedettero fino alla corte del gran kan mongolo, e insieme coi messi di tutto il mondo gli fecero omaggio: ma non ne riportarono che spregio.