Nè per questo i papi cessarono d’inviare missionarj ai Mongoli, e tra essi i frati Girardo da Prato, Antonio da Parma, Giovanni da Sant’Agata, Andrea da Firenze, Matteo d’Arezzo, eroi di nuovo genere, che la storia trascura perchè non uccisero nè devastarono. Più tardi vi fu destinato Giovanni da Montecorvino, che, corsa la Persia e l’India, predicò nella capitale dell’impero mongolo, vi fondò due chiese, e battezzò in pochi anni da seimila persone. Anzi l’avere il gran kan tollerato alla sua corte i riti nostri come quelli della Cina e della Persia, lasciò correr voce ch’e’ fosse cristiano. Più durò la credenza che un principe di quei paesi si fosse battezzato, e col nome di Prete Janni restò famoso ne’ racconti de’ nostri e nelle imposture di chi tratto tratto fingeasi da lui spedito.

Il fatto è che allora primamente Europei penetrarono nell’estremo Oriente: un Francescano di Napoli sedette arcivescovo a Peking capitale della Cina; il beato Oderico da Pordenone minore osservante (1318-30), traversata l’Asia da Costantinopoli a Trebisonda, ad Erzerum, alla commerciante Tebriz, per l’Indo arrivò alla costa del Malabar, donde i nostri tiravano il pepe, al Carnatico, a Giava feconda de’ garofani, delle noci moscade, dell’altre spezie ed aromi che Genovesi e Veneziani diffondeano per tutta Europa: volse poi alla Cina e al Tibet, e dimorò tre anni a Peking, dove trovava un convento di Francescani, e due a Zaitun. Reduce a Padova, a Guglielmo da Solana dettò una relazione del suo viaggio, senz’ordine nè discernimento, ma come gliel’affacciava la memoria; e fra tante ignoranze e corrività piace il vedere come tutto riferisca a cose italiane: in Tartaria non mangiano che datteri, de’ quali quarantadue libbre compransi a meno d’un grosso veneziano; il regno di Mangy ha duemila città, grandi ciascuna come Treviso insieme e Vicenza: Soustalay è come tre Venezie, Zaitun come due Bologne, e vi ha un idolo alto come un san Cristoforo: Chamsana è presso un fiume come Ferrara al Po.

Non meno che la devozione, il commercio portava Italiani dappertutto, e non ne mancarono alla corte dei Mongoli. Biscarello di Gisulfo genovese fu ambasciadore del mongolo Argum signore della Persia: e la lettera di questo, ch’egli portò al re di Francia per esibirgli ajuti a ricuperare Terrasanta, è il più vetusto documento di lingua mongola, e v’è apposto un sigillo con caratteri cinesi, i primi che vedesse Europa. Più celebrati andarono i viaggi di Marco Polo, dei quali altrove ragioneremo (Cap. CXXIV). Oltre diffondere la fede e la civiltà nostra, portavano di là cognizioni od arti, e la vista de’ costumi stranieri allargava il campo al limitato spirito europeo; nè andrebbe fuori di buona congettura chi pensasse che da que’ viaggi derivasse all’Europa la cognizione del carbon fossile, della carta, della polvere tonante e della stampa.

Ma le imprese de’ Mongoli, non che spargere qualche rugiada sulla Palestina, aveanle dato l’ultimo tuffo. Gli abitanti di Carism, snidati da quelli, piombarono sovr’essa a istigazione del sultano del Cairo (1244), con una ferocia non più udita; e dopo un combattimento a Gaza, donde non si salvarono che ottantatre Templari, ventisei Spedalieri, tre Teutonici, presero Gerusalemme, distruggendo il sepolcro di Cristo e quello dei re, sterminando gli abitanti, e tutto occuparono il paese, eccetto Giaffa, che rimase in signoria degli Egizj. Nell’universale amaritudine più dolorò il santo re di Francia Luigi; e risoluto a ogni costo rialzarvi la croce, ricorse per navicellaj e piloti alla Spagna e all’Italia, e due Genovesi sosteneano persona d’ammiragli (1248) della flotta francese ch’egli voltò sopra l’Egitto: ma il purissimo suo zelo e i ben meditati preparativi non furono sorrisi dal cielo, ed il re medesimo restò prigioniero dei Mamelucchi. Joinville, l’ingenuo biografo di quel re, appunta d’egoismo mercantile Genovesi e Pisani, che, per non partecipare alle sofferenze de’ Crociati, voleano abbandonarli appena li videro infelici; nè la regina li potè rattenere a Damiata se non promettendo mantenerli a spese della corona.

Quando poi si udì la prigionia di Luigi, l’Italia, non che gemerne come tutta cristianità, ne esultò, per stimolo de’ Ghibellini che allora aveano il sopravvento, e che godeano de’ disastri del fratello di Carlo d’Angiò[413]; e corsari di Genova, Venezia e Pisa profittarono di quelle sventure per ispogliare i Cristiani che tornavano in Europa.

Reso alla patria, e istruito non disanimato dal cattivo successo, Luigi volle ritentare l’impresa (1267), e domandò ajuto alle repubbliche italiane. Genova ne prestò a buoni patti[414]; ma Venezia rifiutò, timorosa di pregiudicare ai banchi e agli scali suoi in Levante, e più gelosa di Genova che zelante della causa di Cristo. Carlo d’Angiò fratello avea promesso passare anch’egli con quindici vascelli, ma non fece che spedire ambascerie a Bibars sultano del Cairo per raccomandargli le colonie di Siria; e il papa si lagnava perchè «lo zelo di Carlo si sfogasse in vane promesse, e lasciasse temere di non venire a nulla»[415].

Neppure il Paleologo aveva attenuta la promessa di riconciliare la Chiesa greca colla latina, onde il papa gli cercava nemici, e carezzò le ambizioni di Carlo, inducendo il deposto Baldovino a cedergli i diritti imperiali sull’Acaja, sulla Morea e sulle terre ch’erano state assegnate in dote a Elena moglie di re Manfredi, oltre l’aspettativa al trono di Costantinopoli. Carlo dunque cercò voltare la crociata sopra l’impero bisantino, onde dar fondamento a queste pretensioni; poi indusse ad assalire non più l’Egitto, bensì Tunisi, col pretesto che i pirati di questa faceano pericoloso il tragitto in Palestina, ma realmente perchè egli preferiva vedere conquistata l’Africa, posta rimpetto alla sua Sicilia, e che perciò gli sarebbe d’appoggio alla dominazione e di comodo al commercio.

I Crociati si lasciarono persuadere, e lo precedettero: ma la caldura e le privazioni svilupparono ben presto lo scorbuto nell’esercito; e sui luoghi ove quindici secoli prima era perita Cartagine, Luigi morì rassegnato (1270), fra calde preghiere e savj consigli. Carlo arrivò a tempo di vederlo cadavere, e assunto il comando, menò l’esercito a vittoria, tanto che il bey di Tunisi propose una pace, dove Carlo stipulò fossero date ducentomila once d’oro all’esercito per le spese, e a lui quarantamila scudi d’oro l’anno. Allora egli propose ai Crociati la conquista della Grecia e dell’impero d’Oriente; e perchè ricusarono seguirlo, apprese le navi e le robe che una fiera procella spinse sulle coste di Sicilia, ed impinguò il fisco colle spoglie dei proprj commilitoni.

Le viscere di Luigi furono deposte nella badia di Monreale presso Palermo; il suo corpo traversò l’Italia, fra universale venerazione; le madri cercavano le monete coll’effigie di lui per appenderle al collo de’ figli; e pochi anni dopo Bonifazio VIII lo santificava esclamando: — Esulta, Casa di Francia, d’aver dato al mondo un principe sì grande; esulta, popolo di Francia, d’avere avuto un re sì buono».

Gregorio X, ch’era nunzio in Palestina quando fu eletto pontefice[416], adoprò il breve suo regno a ricomporre in pace i Cristiani perchè recuperassero Terrasanta; a tutti i sovrani consentì di levare le decime ecclesiastiche per sei anni onde armare; Filippo di Francia, Edoardo d’Inghilterra, Giacomo d’Aragona, Carlo di Sicilia aveano promesso crociarsi, e Rodolfo imperatore guidarli; Gregorio radunò all’uopo anche il concilio generale di Lione che dicemmo, ma tutta la macchina cadde colla sua morte (1276).