E qui finiscono le crociate. Le ampie conquiste in Oriente trovavansi compendiate nella città di Acri, nella quale accoglievansi i rappresentanti de’ re di Gerusalemme, di Cipro, di Sicilia, di Francia, d’Inghilterra, d’Armenia, i principi d’Antiochia e di Galilea, i conti di Giaffa e di Tripoli, il duca d’Atene, il patriarca gerosolimitano, i cavalieri del santo Sepolcro, del Tempio, di san Lazzaro, il nunzio del papa, e Genovesi, Veneti, Pisani. Ognuno aveva palazzi e quartiere, dove vivea indipendente e colle proprie leggi ritornate personali, sicchè ben cinquantotto tribunali esercitavano diritto di sangue; pel qual tenore ciascuno comandava, nessuno obbediva. Opposti anche d’interessi, agitavano incessanti discordie: spesso un litigio nato a Pisa o in Ancona, combattevasi da una all’altra delle case d’Acri, ridotte in fortezze.
Un Veneziano batte un ragazzo genovese, i Genovesi l’han per pubblico oltraggio, e assalito il quartiere dei Veneziani, quali feriscono, quali fugano. Questi preparavansi alla rappresaglia, ma qualche prudente sopì quel fuoco. Però, come se ne intese in Genova: «dissero tutti: Ora ne sia preso tale vendicamento, che mai non sia obliato; le donne dissero ai loro mariti: Noi non vogliamo più niente di nostre doti, nè per morte nè per vita; spendetelo per la vendetta; e le pulcelle dissero ai loro padri, ai loro fratelli ed agli altri parenti loro: Noi non vogliamo mariti: tutto ciò che ci dovreste donare per dote, spendetelo per vendicarci de’ Veneziani, e voi sdebitatevene portandoci le loro teste»[417]. Fu dunque armata una spedizione: una nave veneta, che un Genovese avea compra dai pirati, è presa e ripresa, e tutto va a chi peggio: tredici navi arrivate da Venezia bruciano le genovesi sprovvedute nel porto, e ajutate da’ Pisani e Marsigliesi respingono altre galee venute in soccorso de’ nemici, ne guastano le canove, i palazzi e una mirabile loro torre, di cui molte pietre spedirono in patria. Il papa s’intromise di pace; ma le ire coperte non estinte divamparono allorquando i Genovesi ebbero ottenuto nella ripigliata Costantinopoli i quartieri e i privilegi che prima erano goduti dai Veneziani. I quali tanto fecero, che stornarono dai Genovesi l’animo di Michele Paleologo, e rinnovarono con esso amicizia.
Lottanti fra sè, tutti si trovavano deboli a fronte de’ Musulmani; mentre Europa, disingannata da tanti tentativi falliti, assorta in interessi più positivi, cioè egoistici, pensava a tutt’altro che soccorrerli. Frattanto i Musulmani procedevano, e l’emir Kalif Ashraf pose assedio ad Acri, ultimo asilo della croce. Papa Nicola IV raddoppiò di zelo in provocare a soccorrerla; Parma vi spedì seicento persone, alquante le altre città, e per trasportarle Venezia dispose venti galee, sette ne prometteva Giacomo re di Sicilia; soccorsi parziali e perciò inadequati; e dopo lunga resistenza anche Acri fu espugnata (1291). Vuolsi che trentamila Cristiani vi fossero sgozzati; la badessa di Santa Chiara, veneziana, persuase le sue monache di troncarsi le narici per sottrarsi alla libidine e ai harem de’ Musulmani; le navi genovesi poterono salvare alquanti, fra cui il re di Cipro; altri rifuggirono a Venezia, che gli accoglieva nella nobiltà; e ne’ paesi consacrati dalle memorie di Cristo più non risonò se non — Non v’è altro dio che Dio, e Maometto è suo profeta».
All’annunzio di quella disgrazia, che pur doveasi aspettare e poteasi prevenire, gli Europei e massime gl’italiani ulularono di tardo dolore e sgomento, e Bonifazio VIII ritentò una crociata. Ma più non erano i tempi quando la pietà e la speranza del paradiso eccitavano l’entusiasmo; quando i papi parlavano ai monarchi in nome del Cielo sdegnato, rinfacciandone le colpe, e imponendo prendessero la croce per espiarle; anzi i re, tutt’assorti nel grande impegno di mozzare l’autorità pontifizia, rifuggivano dal secondare imprese che l’avrebbero accresciuta o almeno attestata. Solo i Genovesi, per redimersi dall’interdetto, gli diedero ascolto, e le donne, quasi a raffaccio degli uomini, assunsero la croce e l’armi. L’impresa svampò, ma Genova conservava fin testè nel suo arsenale le armadure di quelle eroine, e nell’archivio le congratulazioni del papa.
Dopo d’allora, alla crociata, come impresa comune dell’Europa, più non si pensò da senno. Bensì i Genovesi verso il 1300 ne prepararono una contro i corsari barbareschi, ma fu uno stuzzicarli; e moltissimi navigli uscirono d’Africa alla vendetta, e intercettarono lungamente il commercio. Qualche parziale tentativo si rinnovò, e nel 1345 specialmente si eccitarono i Cristiani contro i Saracini, e molti miracoli vennero raccontati. Dicevasi che presso la città d’Aquila fosse apparsa Nostra Donna col Bambino in grembo avente in mano una croce, e ciascuno potè vederlo più fulgido del sole, e tutti i fanciulli che in quel giorno vi nacquero erano segnati d’una crocetta sulla spalla diritta. Ciò mosse molti a voler combattere gl’Infedeli, e frà Ubertino de Filippi vi rinfocava la gioventù fiorentina, e molti lo seguirono in Siria, tra cui frà Francesco da Carmignano ingegnere e dieci altri Domenicani. Ivi oppugnarono non sappiam bene quale città, e sostennero fra altre una battaglia presso Tiberiade contro più d’un milione di Musulmani: s’aggiunge che un’apparizione di san Giovanni Battista confortò i Cristiani al vincere: e i cadaveri de’ nostri si riconosceano dall’apparire sul capo di ciascuno un fuscelletto portante un fiore bianco a modo d’ostia, attorno al quale si leggea cristiano; e sopra di loro si udirono cantar versi dolcissimi e Venite, benedicti patris mei[418].
Di buon’ora i frati Francescani eransi piantati in Terrasanta, e vi si mantennero a custodia del santo sepolcro anche dopo ricaduto in man dei Turchi: nel 1212 Ahmed-scià sultano dava loro il diritto di rimanervi, e l’anno appresso Omer permetteva ristaurassero la chiesa di Betlem. Roberto re di Napoli volle che questa loro dimora divenisse legittima, e a denari nel 1342 comprò dal sultano il diritto che i Francescani dimorassero in perpetuo nella chiesa del santo sepolcro, e vi celebrassero gli uffizj divini: del che si fece carta, ove ad esso re e a Sancia moglie sua son pure conceduti il cenacolo e la cappella dove Cristo si mostrò a san Tommaso; la qual Sancia sul monte Sion fe costruire una casa, in cui mantenere a sue spese dodici Francescani[419].
Nel 1386 il re di Cipro, d’accordo col granmaestro di Rodi, volendo metter fine alle piraterie degli emiri di Siria e del sultano, stanziò d’assalire Alessandria; e i Veneziani lo secondarono, sì per le istanze del papa, che per la speranza di assicurarsi quel commercio senza le umiliazioni cui erano ridotti. Di fatto Alessandria fu presa, arsa la flotta egizia; ma il sultano ricomparve ben tosto, sicchè i Cristiani furono costretti ritirarsi, poche ricchezze trasportando seco, e lasciandovi acerbissimo odio, che si sfogò sui nostri colà dimoranti e sulle merci di Venezia, la quale così ebbe guasti i proprj traffichi.
Soli i pontefici mai non gettarono ogni speranza di liberare Terrasanta, e questo fu il tema di declamazioni poetiche e qualche volta di ragionate scritture. Fra gli altri, Marin Sanuto, cronista veneto, vide il vero quando annunziò che ruina degli stabilimenti cristiani in Palestina erano i sultani d’Egitto, e che potenza di questi era il commercio nell’India, lo perchè consigliava ad esaurirne la fonte. A tal uopo viaggiò cinque volte nell’India, e se altro non potè, trasse notizie sui paesi del Mezzodì e del Levante. Il suo libro Secreta fidelium Crucis (1321), cui aggiunse un planisfero, divise in tre parti ad onore della Trinità, e perchè tre sono le maniere efficaci di rimettersi in salute, il siroppo preparatorio, la medicina opportuna, il regime. Alla crociata vuole egli persuadere, non più per entusiasmi devoti, ma da mercante ed economista; onde ai testi soggiunge la lista delle spezie che traggonsi per via di Terrasanta, quanto costino, quanto il trasporto: la migliore opportunità gli sembra uno sbarco in Egitto, che con dieci galee crede potersi bloccare; e chiuso quello, l’islam è ferito nel cuore. Divisa appienissimo uomini, viveri, denaro, sempre intento a ringrandire Venezia, di cui dev’essere tutta la flotta, e i cui marinaj crede soli capaci a guidar le navi tra i bassi canali del Nilo: designa la forma e struttura delle galee imbattagliate e delle navi da trasporto, alcune incamattate, o come oggi diciamo, mantellate: descrive minutamente i mangani colle dimensioni e proporzioni, e le balestre lontanarie; l’esercito di sbarco sommi a quindicimila fanti, trecento cavalieri. I precetti circa gli accampamenti desume da Vegezio e da Cesare: dimostra pratica nell’arte delle fortezze, secondo l’età sua, e ne dà saggio in una graziosa parabola. La spesa sarebbe tornata a quattordici milioni[420]; e tale disegno offrì alla sua patria e a tutte le corti, e n’ebbe lode e trascuranza.
Guido da Vigevano, medico di Enrico VII imperatore, nel 1335 stese precetti igienici e militari per difendersi dai Saracini e assalirli[421]. Frà Filippo Bruserio da Savona, professore di teologia a Parigi, da Benedetto XII spedito nel 1340 ambasciadore a Usbek kan del Capciac, con Pietro dall’Orto e con Alberto della colonia di Caffa, per impetrare la libera predicazione del cristianesimo attorno al mar Nero, scrisse il Sepolcro di Terrasanta, esponendo i mezzi di ricuperarlo. È notevole che i primi trattatisti d’arte militare ne davano per titolo il ricupero della Palestina, quasi il solo che potesse scusare quel feroce sviluppo della forza e dell’ingegno: Antonio da Archiburgo trentino nel 1391 stese su ciò un trattato, or manoscritto nella biblioteca nazionale di Parigi; Lampo Birago milanese, protetto da Francesco Sforza, propose una crociata tutta d’italiani, con milleducento cavalli, quindicimila fanti e cinquemila cavalleggieri forestieri, che sbarcata in Morea suscitasse i popoli, e in due o tre anni compirebbe l’impresa[422].
Dante querelava i suoi contemporanei che il sepolcro di Cristo lasciassero in man de’ cani, e che esso «poco toccasse ai papi la memoria»[423]; e colloca in paradiso Goffredo, Cacciaguida ed altri Crociati. Petrarca esortò alla crociata nella canzone — O aspettata in ciel, beata e bella». Annio da Viterbo nel 1480 predicò a Genova con immenso applauso le future vittorie de’ Cristiani sui Turchi, dedotte da passi dell’Apocalisse. L’Ariosto fra le inesauribili sue celie trovava un accento elevato per mostrare quanto meglio varrebbe il combattere i Turchi che non il nocersi a vicenda i Cristiani. Il Tasso dirigeva a ciò tutto il nobile suo poema, sperando pure che il buon popolo di Cristo, tornato una volta in pace, tenterebbe ritogliere l’ingiusta preda al Musulmano. Altri pure innalzavano esortazioni generose e inascoltate.