Chi realmente continuò la guerra contro i Musulmani furono da una parte i Veneziani, fattisi antimurale dell’Europa, che negligeva di sostenerne allora gli sforzi, salvo poi a codardamente vilipenderli; dall’altra i cavalieri del santo Sepolcro, che si ricovrarono prima a Cipro, poi a Rodi, infine a Malta, sempre col voto di non cessar guerra agl’Infedeli. Dappoi la generosità si ridusse negativa e beffarda, fu moda il declamare contro quelle spedizioni che fecero perire tanti uomini inutilmente. Lasciam via che non perirono quanti per le epiche guerre di Roma o per le ambiziose di Napoleone; ma colà morivano volenti e persuasi, non divelti alle case per ordine d’un re, ma lieti di dar la vita in servigio di Dio ed espiazione delle colpe, e affrontare una morte che apriva il paradiso.
I Musulmani erano nemici d’ogni civiltà; conveniva respingerli: sterminavano ferocemente i Cristiani; conveniva punirli: minacciavano di nuova barbarie l’Europa; conveniva prevenirli, assalendoli ne’ loro paesi: e se l’intento fosse riuscito, chi non vede quanto diverse sarebbero procedute le sorti della civiltà?
Già era stato vantaggio il mandare in Asia a sfogare l’umor battagliero que’ tanti che turbavano la patria; predicatori e papi volendo concordare i Cristiani alla santa impresa, condussero qualche pace fra tante battaglie, e la tregua di Dio copriva chiunque avesse preso la croce. Mentre il castellano era ito in Palestina, il villano rimasto a casa respirava dalle oppressioni; ricorreva all’autorità del Comune o del re, invece di quella del feudatario; benchè incatenato alla gleba, il signore non potea vietargli di crociarsi; anzi tanti servi passavano oltremare, che fu imposta la decima saladina a quei che il facessero senza beneplacito del padrone. Anche quelli che v’andavano per obbedire a questo, svincolati dalla schiavitù locale, disabituavansi dalla ereditaria servilità; aveano diviso i pericoli, gli stenti, la gloria del padrone, forse aveanlo salvato dal pugnale d’un Assassino tra le convalli del Libano, o dalla scimitarra di un Turco, o diviso con esso una ciotola d’acqua che gli valse la vita; erano dormiti al suo fianco nell’accampamento, pericolati nella lotta; l’avoltojo del castello erasi fatto vicino al lepre della valle non per isbranarlo ma per congiungere le forze.
Nell’assenza dei baroni, i Comuni s’invigorivano, e strappavano a quelli la prepotenza di qualche antico abuso; o il barone stesso dava in pegno o vendeva il feudo o qualche privilegio per far denari, o morendo li lasciava vacanti. La giustizia era resa con maggior regolarità dal clero, la campagna avea pace, e l’abbassarsi dei nobili spianava la strada ai cittadini: sicchè quelle imprese, spinte dal clero, eseguite dalla nobiltà, realmente fruttarono pel popolo. Esse poi indicavano un miglioramento nella società, poichè non si trattava di conquistare e far servi, ma di procacciarsi la vita eterna e di salvare dall’inferno tanti Infedeli. Di mezzo alle parziali agitazioni della feudalità nasceva un pensiero di gloria, d’avvenire, di santità; lampeggiavano il bello e l’ideale fra i popoli e gli eserciti, i quali correvano a morte per dar trionfo alla verità: preludio dei tempi quando la guerra non si farà che per la pace.
Ambizione, avarizia, altri vizj accompagnarono e rovinarono quelle imprese, ma pure nessun esercito fu più generalmente preoccupato dall’idea morale; il popolo era spinto da sentimento religioso, bene o male interpretato, ma superiore a calcoli personali; nei cavalieri videsi un’umiltà, un’abnegazione, mirabili fra la superbia e l’avidità d’imprese di quel tempo, non gloriandone sè ma Dio; tutti i combattenti riconosceano per fratelli, dacchè tutti la croce segnava. Quando il villano e il signore, il re e il vassallo, il Milanese, il Bretone, il Veneto si associavano nel nome di Cristiani, costumavansi a idee d’uguaglianza. Accanto ai baroni radicati al terreno sorgeva la nobiltà mobile de’ cavalieri chiamati per professione a quanto v’ha di generoso e disinteressato: come in imprese sante, molte paci si facevano in occasione di esse, molte colpe si riparavano: v’andavano anime straziate dai rimorsi a rigenerarsi, o spossate dai disinganni a ripigliar coraggio.
Amedeo VI, nell’atto di salpare da Venezia per Terrasanta, esaminò la propria vita, e si risovvenne d’un Ansermeto Barberi che lungo tempo avea tenuto prigione per furto e che poi fu scoperto innocente, e gli fece dare ducento fiorini d’oro[424]. Veleggiò poi in una galea vagamente dipinta, colla poppa a foglie d’oro e argento; sull’azzurra bandiera di Savoja sventolava l’effigie della Madonna, e su altre la croce d’argento in campo rosso, coi nodi d’amore, emblema d’esso principe, e il teschio del leone, e il cimiero.
Lucia, monaca in Santa Caterina di Bologna, s’avvide che un giovane veniva ogni giorno a mirarla alla tribuna ove sentiva messa, onde non si presentò più che dietro la gelosia. L’innamorato giurò consacrarsi a Dio come la sua cara, e passato in Palestina, s’avventò nelle battaglie. Fatto prigione, e messo ai tormenti perchè rinnegasse la fede, esclamò: — Santa vergine, casta Lucia, se vivi ancora, sorreggi colle tue preghiere chi tanto ti amò; se in cielo ti bei, propiziami il Signore». Appena detto, fu preso da sonno profondo, e allo svegliarsi trovossi catenato, ma in patria e vicino al monastero della sua donna, la quale gli stava allato sfolgorante di bellezza. — Sei tu viva ancora, Lucia?» domandò egli; e quella — Viva sì, ma della vita vera; va e deponi i tuoi ferri sul mio sepolcro, ringraziando Iddio». La casta era morta il giorno ch’egli abbandonò l’Europa[425].
Federico Barbarossa, giovinetto ancora, innamorò di Gela figlia d’un suo vassallo; ed ella rispose di verecondo amore, e non si tenendo degna d’averlo sposo, l’indusse a crociarsi. Sull’addio egli esclamò: — L’amor nostro è eterno. — Eterno», rispose ella, lasciando cascar la testa su quella dell’amante. Egli va, vince e ritorna, e per la morte del padre trovatosi duca, vola alla casa di Gela; ma non vi trova che un viglietto, iscritto: — Tu sei duca, e devi scegliere una sposa da par tuo. Della memoria di essere stata tua un anno, mi godrà l’animo tutta la vita. L’amor nostro è eterno». Erasi resa monaca; e Federico, nel boschetto ove si era congedato da lei, pose la prima pietra della città di Gelnhausen.
A Torre San Donato in val d’Arno fu predicata la croce, e consegnato lo stendardo del popolo a Pazzino de’ Pazzi, il quale raccontano montasse primo sulle mura di Gerusalemme, e da Goffredo avesse in dono tre scaglie del santo sepolcro, colle quali in patria accese il fuoco benedetto, e si conservarono poi ne’ Santi Apostoli, e ne derivò a Firenze la festa dello scoppio del carro (vol. V, pag. 554). Anche nel 1220, «quando fu presa Damiata, l’insegna del Comune di Firenze, il campo rosso e il giglio bianco, fu la prima che si vide in sulle mura per virtù de’ pellegrini toscani, che furono de’ primi combattendo a vincere la terra; e ancora per ricordanza il detto gonfalone si mostra in Firenze per le feste nella chiesa di San Giovanni al Duomo» (Villani). A Verona si vuole che i reduci Crociati applicassero i nomi alla montuosa vicinanza verso nordovest, che diconsi Calvaria (Monte San Rocco) e Valdomia (Val Domini); e dentro Nazaret, Betlem, Monte Oliveto[426]. Alberto vescovo di Brescia portava da Terrasanta un grosso pezzo della santa croce, che chiuso in teca ornata di lamine argentee istoriate, conservasi nel duomo di quella città, dove anche la croce del campo, che credesi fosse portata in cima a un vessillo dai crociati in quella spedizione. A San Geminiano in Toscana pretendono che i Baccinelli andassero con altri alla prima crociata, e ritornando, colle spoglie de’ nemici, ergessero una magione di Templari sotto l’invocazione di San Jacobo.
Della credulità si abusò per moltiplicare reliquie, e non fu paese che non volesse averne di Terrasanta; e ciascuna fu autenticata da miracoli, certo non meno credibili delle mille baje che la critica moderna raccoglie ogni dì dalle gazzette, e dalle storie che sulle gazzette si compilano.