Alcuni monaci portarono da Gerusalemme a Montecassino un pezzo del tovagliuolo con cui Cristo asciugò i piedi agli apostoli; e vedendosi poco creduti, il posero in un turibolo, e all’istante divenne color di fuoco, e ne fu tolto intatto, e riposto fra oro, argento e gemme. Altri pellegrini navigando con uno de’ santi chiodi, giunti davanti a Torno sul lago di Como, non poterono più progredire, e dovettero lasciarlo colà, dove si venera ancora. Allorchè Saladino spediva in dono all’imperatore di Costantinopoli la vera croce, un Pisano trovò modo d’involarla, e traversando i mari a piede asciutto, la recò alla sua patria: ma un Dondadio Bo Fornaro genovese diceasi aver trovato in una nave di Veneziani essa croce, e toltala per arricchirne la sua città; e questi doppj sono vulgare soggetto d’epigrammi. L’anno che Acri fu presa, parve che la santa casa dove Cristo era cresciuto sdegnasse rimanere in una terra contaminata da Infedeli, e da Nazaret fu dagli Angeli trasportata a Tersacto di Dalmazia: statavi tre anni, eccola trasferita di qua dall’Adriatico, e deposta in una macchia sui poderi di una Lauretta di Recanati: i pastori la mattina trovarono quest’edifizio dove mai non n’aveano veduto, e tosto cominciò affluenza di forestieri e di doni, tanto che là presso si fondò una città detta Loreto.

Roma fu piena di devoti cimelj, ed oggi ancora i sacristani vi riportano continuamente coi loro racconti ai tempi delle crociate e ai portenti compilati nel libro de’ Sette Viaggi. Padova tiene le spoglie di tre degli Innocenti, di Levante portate dal beato Giuliano in Santa Giustina. L’altare di santo Stefano a Cremona fu consacrato il 1141 col porvi alcun che de’ vestiti di Maria Vergine, della porpora onde fu beffeggiato Cristo, del legno della croce, del santo sepolcro. A Bologna fra Vitale Avanzi depose una delle idrie in cui Cristo mutò in vino l’acqua, e ogn’anno esponevasi nella chiesa de’ Servi la prima domenica dopo l’Epifania: un altro di quei vasi era nella certosa di Firenze. Genova nella crociata dalla Licia portò il corpo del Battista, e da Cesarea il sacro catino in cui fu operata la consacrazione nell’ultima cena; dal prode Montaldo, che l’avea ottenuta dall’imperatore Giovanni Paleologo, ebbe in dono l’effigie di Cristo, fatta fare da Abgaro re di Edessa, veneratissima in San Bartolomeo, benchè anche Roma si vanti tenerla. A un Lucchese ito a Gerusalemme vien rivelato in estasi che il volto santo ed altre reliquie del Salvatore giaciono ignorate nella cattedrale di Lucca, dove rinvenute, furono poste in devota venerazione. Non taciamo il santo latte a Montevarchi, donato a Guido Guerra da Carlo d’Angiò; sul quale diceva un valente scrittore che «la fede è buona, e salva ciascuno che l’ha; e chi archimia sì fatte cose, ne porta pena in questo e nell’altro mondo».

I Pisani vollero dormire dopo morti entro terra della Palestina, e ne trasportarono di che empire il loro cimitero. I Veneziani recarono da Scio il corpo di sant’Isidoro, collocandolo in San Marco, dove anche la pietra dell’altare della cappella del battistero; da Cefalonia san Donato, ch’è in Santa Maria di Murano; da Costantinopoli santo Stefano, san Pantalèone, san Giacomo, e l’altre reliquie onde sono ricchissimi San Giorgio e San Marco. Il cardinale Ugolino, che poi fu papa Gregorio IX, persuase il doge a fabbricare nelle lagune Santa Maria Nuova di Gerusalemme, a memoria d’altra del titolo stesso, allora occupata dai Musulmani.

D’altro genere reliquie piacquero agl’italiani, i capi d’arte della Grecia e dell’Asia. Già era costume a Veneziani, Pisani e Genovesi trasportarne; e le loro cattedrali, cominciando fin dalla vetustissima di Torcello, furono, si può dire, fabbricate con avanzi antichi. Si estese quest’usanza nelle crociate, e massime da Costantinopoli i Veneziani trassero insigni lavori, fra i tanti che andarono perduti in quel fatto; e i cavalli della facciata di San Marco, e i leoni dell’arsenale, le colonne di San Marco e Teodoro sono trofei di buon gusto e di violenza.

Alle crociate si riferiscono pure molte fondazioni di spedali per lebbrosi e pellegrini; e buon numero ne alloggiava in Genova la commenda di San Giovanni in Pre, del pari che l’ospedale di San Lazzaro, cui arrivavasi per l’unica via che allora sboccasse in Polcevera, e un altro in Savona.

Le genealogie vollero tutte innestarsi sopra le crociate, e fu vanto l’ostentare nel proprio blasone la croce. Anzi il blasone ci venne dalle crociate e dalla cavalleria, con tutta la raffinatezza degli stemmi e delle divise. Finchè il cavaliero combatteva attorno al suo castello, qual mestieri avea di distintivo? uscendo lontano, ciascuno assumeva una divisa, cioè esprimeva l’affetto o l’intento particolare, mediante il colore della sopraveste e del cimiero, o qualche disegno fatto sul pezzo più insigne dell’armadura, qual era lo scudo. Quegli scudi poi si sospendeano nelle sale avite, testimonianza ai fasti e vanto ai figli che si piacquero di adottare l’insegna paterna, e così gli stemmi diventarono ereditarj, e distintivo non più dell’individuo ma delle famiglie. Nella presente uguaglianza più non è di verun conto l’araldica: ma lungamente fu arte di arguto studio il disporre gli stemmi, combinarne gli elementi, cioè i colori e le figure, e leggerli, e assicurarli come titoli domestici. Se ne moltiplicarono poi gli elementi e la disposizione, ma sempre i più vantati furono quelli che mostravano la croce, come indizio che un avo era stato a combattere in Palestina. I Michieli di Venezia portavano sopra una fascia d’argento i bisanti d’oro, perchè il doge Domenico Michiel alla crociata, venutogli meno il denaro, pagò con pezzi di cuojo, che poi al ritorno cambiò in sonanti. I Visconti di Milano vantavano che Ottone di loro famiglia avesse, alla prima crociata, ucciso un gigante che portava per cimiero un serpe con un fanciullo in gola; figura ch’essi adottarono. Il cardinale Giovanni, legato in Terrasanta, ne riportò la colonna della flagellazione, che la famiglia Colonna assunse per stemma, d’argento in campo azzurro; aggiungendovi la corona quando Stefano ebbe coronato l’imperatore Lodovico il Bavaro, e le quattordici bandiere turche che Marcantonio acquistò alla battaglia di Lépanto.

Ed altre famiglie dallo stemma dedussero il nome; mentre d’alcune dietro al nome fu inventato lo stemma, con quelle che si dissero armi parlanti, come un orso per gli Orsini di Roma e gli Orseoli di Venezia, un gelso pe’ Moroni, un majale pe’ Porcelletti, un gambaro pei Gambara, un bove pei Vitelleschi, i Bossi, i Boselli, i Cavalcabò, le coste pei Costanzo, la carretta pei Del Carretto, pei Canossi un cane coll’osso in bocca, per gli Scaligeri la scala portante un’aquila. Il vulgo pure volle avere i suoi stemmi, e il tesserandolo e il merciajo adottava un’insegna che di padre in figlio trasmetteasi con sollecita cura di conservarla incontaminata.

I nostri videro il lusso orientale, e si proposero imitarlo; la seta si propagò, e i tessuti serici di Damasco e quelli di pelo di camello ne eccitarono l’emulazione; a Venezia s’imitarono i Vetri di Tiro, e ben presto si fabbricarono specchi di cristallo e conterie; si conobbero i lavori a cesello e all’agiamina, l’applicazione dello smalto; e l’oreficeria ebbe grande esercizio nello incastonare le tante gemme e ornare le tante reliquie tolte all’Oriente.

Esteso il viaggiare non a soli negozianti ma a moltitudini innumere, vennero sotto gli occhi altri costumi, la qual cosa chi non sa quanto serva a digrossare i proprj? I Settentrionali in Italia trovavano civiltà ben più raffinata; a Bologna udivano leggere le Pandette, in Salerno e a Montecassino scuole mediche, in Sicilia e a Venezia regolati governi, e i cittadini congregati dar l’assenso alle deliberazioni del doge; e Giacomo di Vitry, storico di quelle imprese, ammirava questi Italiani, segreti ne’ consigli, diligenti, studiosi nel procurare le pubbliche cose, provvidi del futuro, repugnanti da ogni giogo, di loro libertà acerrimi difensori. Anche i nostri avevano di che imparare sia dalla civiltà greca ancora in piedi, sia dall’araba allora fiorente, sia anche dal regolare governo istituito dalle Assise di Gerusalemme.

I metodi allora introdotti dalla Chiesa per raccorre la decima e le limosine servirono di scuola per esigere le tasse meno arbitrariamente. E poichè a queste aveano dovuto sottoporsi anche gli ecclesiastici, s’imparò a farli coadjuvare alle pubbliche gravezze.