[2]. È l’opinione del Leo, Entwickelung der Verfassung der lombardischen Städte bis zu Friedrich I, 1824; del Raumer, Ueber die staatsrehtlichen Verhältnisse der italienischen Städte; dell’Eichhorn, di Ekstein, di Behlmann-Holweg, Ursprung der lombardischen Städte Freiheit, 1846, in confutazione del Savigny, dell’Hegel ecc. Fra i nostri la sostennero Cesare Balbo e Carlo Troya. Secondo questo, i Romani spossessati da Autari mai più non entrarono nel Comune; bensì i Romani giustinianei e teodosiani, cioè quelli sopravissuti in paesi ove si mantennero in vigore il diritto giustinianeo e il teodosiano; ma neppur questi mai non si pareggiarono ai dominatori, fin al tempo di Ottone I, quando tolsero la superiorità ai Franchi; talchè non ricuperarono i diritti antichi, ma acquistarono quelli dei vincitori.

[3]. Dissi quasi, acciocchè non ci si opponga qualche menzione di comunità. Nel 764, un Crispino fonda e dota la chiesa di San Martino d’Ussiano, lasciandone il patronato ai vescovi di Lucca; e nel descrivere i confini dei beni dice: Alia petiola de terra mea, qui est similiter tenente capite uno in via publica et in ipso rivo Caprio, et vocitatur ad Campora communalia. Ma era il Comune de’ vinti, o quel de’ vincitori? Più conchiuderebbe il diploma dell’imperatore Lamberto (Antiq. M. Æ., VI. 341) che a Gamenulfo vescovo di Modena nell’898 concede e conferma tutti i beni, e la giurisdizione sui medesimi anche nella città, soggiungendo: Sancimus etiam pretaxate ecclesie, juxta antecessorum nostrorum decreta, loca in quibus predicta civitas constructa est, stabilia maneant cum cancellariis, quos prisca consuetudo prefate ecclesie de clericis sui ordinis ad scribendos sue potestatis libellos et feothecarios habeat; vias quoque, portas, pontes, et quicquid antiquo jure eidem civitati ac curatoribus reipublice solvebantur, nostra vice liberam capiendi debitum ex eis censum habeat potestatem... Qui respublica parmi abbia il senso che sotto gl’imperatori romani, ed equivalga al fisco. Anche Lodovico II nell’852, confermando alla chiesa di San Lorenzo di Giovenalta nel Cremonese il mercato, l’acquedotto e altri diritti, comanda che nulla quelibet persona aut quislibet reipublice minister ullam contrarietatem facere presumat (Antiq. M. Æ., II. 868). Merita pure riflesso la costituzione di Carlo Magno del 787, dove conferma il dazio da pagarsi ai porti, già istituito da re Liutprando, stabilendo quel che dovranno pagare il vescovo di Comacchio, et ceteri homines fideles nostri Comaclo civitate commanentes, sottraendoli dalle eccessive esigenze dei Mantovani: ivi i Comacchiesi sono sempre trattati in corpo, non come individui, nè come spettanti a un signore.

[4]. Vedilo nel Canciani; e giudicato dal Savigny, V. 132. Hennel ne scoperse una nuova copia nella biblioteca di Sangallo, che è desiderabile venga pubblicata. Il signor Bunturini promise una nuova lezione assai migliorata del testo udinese, che noi potemmo esaminare. C. Hegel (Gesch. der italienischen Städtefreiheit, Lipsia 1847) attribuisce quel documento alla Curia Retiense cioè al paese de’ Grigioni.

[5]. Uno de’ più antichi esempj raccolgo dal Codice diplomatico bresciano, ove nel 781 Carlo Magno a Radoara badessa di San Salvadore in Brescia conferma i possessi sub immunitatis nomine; quatenus nullus judex publicus ibidem ad causas audiendas, vel freda exigenda, seu mansiones vel paratas faciendum, nec fidejussores tollendum, nec nullas redibitiones publicas requirendum, judiciaria potestas quoquo tempore ingredere nec exactare non presumat.

Poi nell’822 Lodovico imperatore alle monache stesse, conforme alla carta d’immunità concessa da suo padre, ordina che nullus judex publicus, vel quislibet ex judiciaria potestate in ecclesias aut agros et loca et reliquas possessiones, ad causas audiendas, vel freda exigenda... ingredi audeat; sed liceat conjugi nostrae (Giuditta) atque successores ejus cum omnes fredos concessos, et cum rebus VEL HOMINIBUS LIBERIS seu comendatis ad idem monasterium pertinentes, sub immunitatis nostrae defensione quieto ordine possidere.

[6]. Vedi qui sopra la nota 3.

[7]. Espone che il vescovo mandò a lui dicendo, eandem urbem hostili quadam impugnatione devictam, unde nunc maxime sævorum Ungarorum incursione et ingenti comitum, suorumque ministrorum oppressione tenebatur, postulantes ut turres et muri ipsius civitatis rehedificentur studio et labore præfati episcopi, suorumque concivium, et ibi confugentium sub defensione ecclesiæ beati Alexandri in pristinum rehedificentur, et deducantur in statum. Alle quali suppliche annuendo, egli stabilisce che sia ricostrutta civitas ipsa pergamensis, ubicumque prædictus episcopus et concives necessarium duxerint... Turres quoque et muri, seu portæ urbis... sub potestate et defensione supradictæ ecclesiæ et prænominati episcopi suorumque successorum perpetuis consistant temporibus; domos quoque in turribus, et supra muros ubi necesse fuerit, potestatem habeat aedificandi, ut vigiliæ et propugnacula non minuantur, et sint sub potestate ejusdem ecclesiæ beati Alexandri. Districta vero omnia ipsius civitatis, quæ ad regis pertinent potestatem, sub ejusdem ecclesiæ tuitione, defensione et potestate predestinamus permanere etc. Ap. Lupo, lib. II. Merita troppo poca fede l’Odorici perchè si accolga il documento del 13 maggio 909 da lui pubblicato, ove re Berengario riferisce che Troilo Volungo e Pamfilo de Lanternis(?) legati COMUNITATIS NOSTRÆ de Lonato comitatus Brixiæ gli esposero i danni recati dagli Ungheri, e a nome dell’arciprete Lupo, del clero, di tutta la plebe di quel luogo, imploravano che, sovrastando ancora la rabbia de’ Barbari, possano costruire fortezze e mura a difesa de’ fedeli e delle cose sante; il che egli concede.

[8]. Vedi Moriondi, Monum. Aquensia, I. 7. 9. 14. 21. 26; — Giulini, II. 340. 353; — Leo, Vicende delle costituzioni delle città lombarde, part. III. § 2.

[9]. Ottone I al vescovo Anpaldo di Novara nel 969 concedeva la giurisdizione della città e d’un circuito di 24 stadj, vietando ne aliquis ejusdem civitatis quandocumque habitator, murum ipsius civitatis ad portas vel pusterulas faciendas sine episcopi jussu frangere præsumat.

Nel 1013 già Novara era in grado di resistere ad Arduino marchese d’Ivrea, e nel 1110 ad Enrico V, e Ottone di Frisinga al tempo di Barbarossa la qualificava non magna, sed muro novo et vallo non modico munita.