Ma que’ signori romagnuoli che dicemmo dediti alle armi, furono i primi che unissero bande nostrali. Astore Manfredi signore di Faenza radunava sul Parmigiano la Compagnia della Stella di venturieri romagnuoli; ed essendosi avventato sopra Genova, nella valle del Bisagno fu sterminato. Giovanni d’Azzo degli Ubaldini, uno dei meglio esercitati guerrieri, ne accozzò un’altra sugli Appennini, ma precoce morte il rapì: altre Pandolfo Malatesta, altre Boldrino da Panicale, accorrendo ove fosse da combattere o da rapinare. Qualche gentiluomo coi soli suoi uomini allestiva una lancia spezzata, e quando l’avesse compita, cioè di trenta lancie che formavano sessanta uomini a cavallo, andava a servire da volontario a questo o a quello. Talvolta una famiglia intera metteasi a tal guadagno; come nel 1395 il Comune di Firenze soldava la squadra de’ Tolomei di trenta lancie da tre cavalli ciascuna[399].
Allora i nostri si videro aperta un’altra via di guadagno, si generalizzò una razza di bravacci, aventi per mestiero la guerra e per sistema la prepotenza, tutti arme e far soldatesco e discorsi di valenteria, gran barba, cimieri immaginosi, nomi altisonanti, come Fracassa, Fieramosca, Lanciampugno, Animanegra, Spaccamontagna, Maccaferro, Rodimonte, Abbattinemici.
Alberico di Barbiano, signore delle vicinanze di Bologna, ne’ fatti di guerra senza pari valoroso, raccolta una banda tutta di suoi vassalli ed amici, potè affrontare le oltramontane; vintele a Marino, entrò in Roma, che dopo secoli vedeva un primo trionfo d’Italiani; meritò dal papa un’insegna con iscritto Italia liberata dai Barbari; anzi fu detto non arrolasse se non chi giurava odio agli stranieri. Quella banda divenne semenzajo d’insigni capitani, quale Jacopo Del Verme milanese, Facino Cane di Casal Monferrato, Ottobon Terzo, e più famosi Braccio di Montone e Attendolo Sforza, che furono istitutori di due scuole di guerra.
L’introduzione di capitani nostrali portò un miglioramento, giacchè essi, cernendo non i primi venuti e feccia d’uomini malfattori, ma persone conosciute, o parenti e vassalli e fazionieri, poterono meglio mantenere la disciplina; si apprese ad osservar fedeltà a una bandiera, e non volerla disonorata; e l’emulazione degli avanzamenti, le cure del buon nome, la riverenza ai capi, imposero qualche regola a quel valore brutale. D’altro lato però i nostri non istettero paghi a spogliare amici e nemici come faceano gli oltramontani, ma vi mescolarono passioni proprie, ire di parte, vendette ereditarie, studio di novità, ambizione di qualche brano d’un paese che ormai si spartiva a sciabolate. E di fatto tra poco furono veduti acquistar signorie, e il più fortunato di loro ereditare il trono visconteo.
Ma all’arte antica dell’uccidere e farsi uccidere veniva a dare il crollo l’invenzione della polvere.
Del vero nitro e degli effetti suoi non mostransi conoscenti gli antichi, nè del fabbricare il salnitro, cioè tramutare il nitrato di calce in nitrato di potassa. Forse all’Europa ne pervenne notizia dall’India e dalla Cina, ove il salnitro incontrasi naturale; ma chi insegnasse a mescolarne settantacinque parti con quindici e mezzo di carbone, e nove e mezzo di solfo, e formarne la polvere tonante, non consta; il frate Schwarz tedesco, che dicono lo trovasse a caso, pare da collocarsi tra gli enti ideali. Più probabile è siasi appresa dagli Arabi, i quali la tenessero dalla Cina; e poichè quel popolo toccava in diversi punti la cristianità, in più d’un luogo introdusse le pratiche sue; onde la vediamo comparire in distanti contrade a un tratto, e senza che veruna pretenda al vanto dell’invenzione.
Il primo ingegno di applicar la polvere alla guerra furono i cannoni; avanti il 1316 li menziona Giorgio Stella, autore ufficiale di storie genovesi; e un documento fiorentino del 1326 parla di palle di ferro e cannones de metallo[400]. Nel 58 alla guerra di Forlì i papali lanciavano bombe, e una fonderia di cannoni aveasi a Sant’Arcangelo in Romagna: nel 76 Andrea Redusio porge esatta descrizione della bombarda[401]. Nell’84, in cui primamente gli Ottomani adoprarono artiglierie, i Veneziani se ne valsero contro Leopoldo d’Austria, poi nella guerra di Chioggia, che mal si crede la prima ove servissero: secondo il Corio, Gian Galeazzo nel 1397 possedea già da trentaquattro pezzi fra grossi e sottili.
I cannoni, che non abolirono affatto i tormenti bellici antichi, si faceano di lastre, incassate entro doghe di legno e cerchiate di ferro; dappoi si fusero di ferro; indi si arrivò a farli d’una lega di rame e stagno. Al principio del 1400, il più grosso non eccedeva le cenquindici libbre; ma verso il 1470 ne apparvero di giganteschi[402]. Allegretto Allegretti, al 1478, narra come a Siena «si provò la nostra bombarda grossa di due pezzi, la quale fece Pietro detto il Campana, ed è lunga tutta braccia sette e mezzo, cioè la tromba braccia cinque, e la coda braccia due e mezzo; pesa il cannone libbre quattordicimila, e la coda undicimila, somma in tutto libbre venticinquemila; gitta dalle trecensettanta alle trecentottanta libbre di pietra, secondo pietra»[403]; e segue a dire della bombarda del papa, lunga braccia sei e un terzo, di palla libbre trecenquaranta.
Coi cannoni non si pensava in origine che a pareggiare le bricolle, i mangani e le altre macchine della balistica antica, della quale si raccontano prodigi[404]; laonde credeasi meglio riuscire col darvi enorme grossezza; ed anche eliminando le asserzioni vaghe, troviamo precisa menzione di smisurati projetti di pietre, o anche di ferro e di bronzo[405].
Talvolta, oltre il nome terribile di Vipera, Lionfante, Diluvio, Rovina, Terremoto, Grandiavolo, Non-più-parole, davansi loro figure stravaganti; una nel castello di Milano fu colata di ferro «in forma d’un lione, proprio a vedere pare che a giacere stia» (Filarete); e vi si scriveva o il proprio lor nome o qualche motto[406]. Anche sulle palle faceansi parola o figure, lo che rendeva sempre meno esatti i tiri. Si variavano pure di costruzione, e la serpentina, la colubrina, il falconetto, il basilisco, l’aquila, il girifalco, l’aspido, il saltamartino, il cacciacornacchia... indicavano differenti foggie di pezzi che non prima del secolo passato ebbesi l’accorgimento di tutti ridurre a un calibro solo o due.