Per caricarli svitavasi la coda dalla tromba, vi si versava la polvere, chiudendola con un cocchiume, indi si tornava ad avvitare, e si sovrapponea la palla; tutto ciò dopo aver rinfrescata la canna con acqua o coltri bagnate. Quanta fatica e perditempo! Piantati poi in un luogo, non si sapea mutarli giusta il bisogno; e si notò come un gran caso che Francesco Sforza, assediando Piacenza, traesse in una notte sessanta colpi di bombarda. Valeano dunque soltanto contro le mura, fabbricate per resistere alle catapulte, e che allora si dovettero ingrossare; ma per tutto il secolo XV non si provò bisogno di mutar le fortificazioni da semplici fossi e torri rotonde in bastioni ad angoli ed opere avanzate. Agli eserciti poi sarebbero stati piuttosto d’impaccio quando fin venti paja di bovi si voleano per tirare una colubrina da 60, la quale poi non facea meglio di quaranta colpi al giorno. Infine si trovò l’artiglieria volante, e il Davila ne fa merito a Carlo Brisa bombardiere normanno; ma fra noi la vediamo già alla battaglia della Molinella nel 1468. I Francesi, oltre quelli montati su carretti, fecero cannoni fin da portarsi da un soldato solo, e nella guerra d’Italia n’adoperarono d’agevolissimi, fatti d’una canna di rame spessa quanto uno scudo, e chiusa in un astuccio di legno che si vestiva di cuojo. Un par di bovi li traeva, un altro pajo menava il carro colle munizioni e colle palle di pietra, che nel 1500 si fecero poi abitualmente di ferro.

Sigismondo Malatesta nel 1460 formò le bombe di bronzo, in due emisferi connessi con zone di ferro, e coll’esca al bocchino, lanciandole da mortaj coll’anima incampanata. Nel 1524 Giambattista Dellavalle di Venafro insegnò a fondere queste granate[407]. Non si tardò a collocare bombarde sulle navi.

Strade sotterranee per cui traforarsi nelle piazze, cunicoli con cui scalzar le mura e le torri sicchè diroccassero, erano in uso fra gli antichi e nel medioevo, e presto si pensò applicarvi la polvere. Il primo concetto ne nacque il 1405 durante l’assedio di Pisa, ma senza effetto nè seguito; e solo i Genovesi ne vantaggiarono all’assedio di Sarzanello nel 1487, poi gli Spagnuoli per far volare Castel dell’Ovo nel 1502. L’illustre e sfortunato Pier Navarro perfezionò quest’arte delle mine.

Secondo la cronaca del canonico Giuliano, i fuorusciti di Forlì nel 1331 balistabant cum sclopo versus terram: la estense al 34 racconta che il marchese Rinaldo d’Este contro Bologna præparare fecit maximam quantitatem sclopetorum, spingardarum, etc.; nel 46 era munita di schioppi la torre al ponte di Po a Torino. Ed erano canne di bronzo, poi di ferro, con un forellino, al quale s’applicava una miccia. Evitavasi il rimbalzo mediante un risalto che appoggiavasi contro la forcina di ferro, entro la quale si fissava l’archibuso per iscaricarlo.

Avendo il fantaccino occupata una mano all’arma, l’altra alla forcina, si dovè provvedere alla miccia col porla in bocca ad un draghetto, che allo scattare d’una molla scoccava sopra la polvere dello scodellino. La macchina pesava da cinquanta libbre, onde difficilissima a far giocare. S’aggiunga che rozzamente fabbricavasi la polvere, rozzamente le canne; non sapevasi nè mantenere il fuoco, nè usare il fucile come arma difensiva; e il maggior vantaggio derivava dallo spaventare i cavalli. Perciò non si dismisero le armi antiche, nè lo Svizzero avrebbe deposto la sua picca, o il Genovese il suo arco. Il milanese Lampo Birago, in un trattato manoscritto sul far guerra ai Turchi, antepone la balestra allo schioppo, atteso che questo non vaglia se non usato da vicino e con comodità; in battaglia mal si riesce a caricarlo, e peggio a toglier la mira; l’umidità guasta la polvere e spegne la miccia, nè ha gittata maggiore della balestra, e lascia scoperto il soldato mentre carica.

A tali sconci riparavasi via via, per modo che i balestrieri andavano scemando e crescendo gli schioppi: nel 1422 Sigismondo imperatore menò in Italia cinquecento moschettieri, nel 49 la milizia de’ Milanesi n’avea ventimila, ma solo al 1680 si generalizzarono gli archibusi colla pietra focaja. La carabina sembra dovuta agli Arabi, e altri vogliono ai Calabresi, che ne armavano le barche dette carabe. Fin dal 1550 trovansi le pistole, forse denominate da Pistoja ove s’inventarono.

L’Italia non ignorava le cartuccie, e Gianfrancesco Morosini ambasciador veneto in Savoja, nel 1570 riferisce alla Signoria: — Oltre alli marinari che mette sua eccellenza (Emanuel Filiberto) per ogni galera, suole mettervi sino a ottanta ovvero cento soldati per combattere, e a questi fa portar due archibugi per uno, con preparazione di cinquanta cariche, acconciate in modo con la polvere e palla insieme ben legate in una carta, che, subito scaricato l’archibugio, non ci è altro che fare, per caricarlo di nuovo, che mettere in una sola volta quella carta dentro la canna con prestezza incredibile; e ciò in tempo di bisogno fa fare da uno delli forzati, avvezzato a questo per ogni banco; onde, mentre che il soldato attende a scaricar l’uno archibugio, il forzato gli ha già caricato e preparato l’altro, di maniera che senza alcuna intermissione di tempo vengono a piovere l’archibugiate con molto danno dell’inimico e utile suo»[408].

Ma l’arma da fuoco pareva ed inumanità per le micidiali ferite, e vigliaccheria perchè l’ultimo fantaccino poteva uccidere il meglio valoroso ed esercitato campione. Di fatto essa poneva in formidabile eguaglianza il villano col barone, il quale sin allora l’aveva calpestato impunemente dal catafratto destriero. Per tali cagioni lentamente si perfezionarono le armi da fuoco, e tardarono a portare radicale mutamento nell’arte della guerra. Come a proteggere dal cannone s’ingrossarono enormemente le muraglie, così i cavalieri rinforzarono le armadure da parere incudini: ma presto se ne vide lo sconcio, e principalmente per insinuazione del capitano Giorgio Basta vennero le corazze abbandonate ai supremi comandanti e ad un corpo distinto[409]; sicchè crebbe la difficoltà di sostenere un posto, e le battaglie divennero più speditive.

FINE DEL TOMO SETTIMO

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