Avendo il papa domandato conto all’Albornoz delle somme spese in quei quattordici anni, esso gli mandò un carro di chiavi delle città soggettate. Alla morte di Innocenzo VI avrebbe potuto facilmente succedergli; ma non se ne diè briga, e continuò a regolare le Marche e il Patrimonio di san Pietro finchè morì a Viterbo (1367 — 24 agosto), legando moltissime limosine e di che fondare in Bologna un collegio con giardino e sale e ogni occorrente per ventiquattro giovani spagnuoli.

L’Italia restava ancora alla mercede de’ venturieri. Corrado Wirtinger di Landau militava nelle bande di frà Moriale; e allorchè questi perì sotto la mannaja di Cola Rienzi, le conservò attorno a sè coll’ordine a cui quegli le aveva abituate, e rese terribile all’Italia i nomi di conte Lando e di Grande Compagnia, che fu dato a lui ed a’ suoi.

Una bella Tedesca pellegrinando a Roma pel giubileo, era stata a Ravenna violentata da Bernardino da Polenta, e non volle sopravvivere all’oltraggio. Due suoi fratelli scesero in Italia, senz’altra provvigione che il proprio sdegno; lo comunicarono al conte Lando, il quale, a vendetta de’ suoi compatrioti, menò la Compagnia a desolare il Ravennate. Ma avendo il tiranno raccolte le persone e i viveri nelle terre murate, la Compagnia penuriando dovette passare altrove, e mandò a sperpero gli Abruzzi, la Puglia, Terra di Lavoro, ingrossata dai molti a cui giovava quel facile e impunito rubare. Re Luigi di Napoli patteggiò vilmente darle settantamila fiorini in due termini, fin allo scadere de’ quali rimanesse pure a carico del Reame. Uscitone, minacciò or questo or quello, finchè si allogò colla lega contro Bernabò Visconti; ma invece di uniformarsi ai divisamenti de’ suoi compratori, fermavasi dove più roba e miglior vino e più belle donne, e raccoglieva gente rea e famosa di malfare. Bernabò trasse fuori dalla lunga cattività Lodrisio Visconti, il gran vinto di Parabiago; e costui coll’autorità del nome suo raccolse molte barbute, e al passaggio del Ticino vinse i nemici (1365), sino ad avere prigioniero il conte Lando. I venturieri lo riposero subito in libertà; ma Bernabò ebbe l’arte di trarlo dalla sua.

Fatta la pace, la Compagnia rimasta sciopera battè la marciata verso Toscana. Quivi era morto Saccone de’ Tarlati, che fino ai novantasei anni dal castello di Pietramala dava il motto ai Ghibellini di tutta Toscana; i quali dominavano ancora in Pisa, sempre astiosa a Firenze. Come questa sopra Pistoja, Prato, Volterra, Colle, San Miniato, così Perugia voleva principare sopra Todi, Cortona, Città di Pieve, Chiusi, Assisi, Foligno, Borgo San Sepolcro. Ma Cortona, allora padroneggiata da Bartolomeo di Casale, si difese valorosamente; e Siena (1358), presa parte con essa, chiamò Anichino Bongardo, altro famoso avventuriero, ed essendo questo battuto, invitò la Grande Compagnia. Il conte Lando, che già dai Fiorentini aveva riscosso cinquantamila zecchini per lasciarli quieti tre anni, allora li richiese del passo sul loro territorio; ma essi, presone giusto sgomento, s’accordarono coi conti Ubaldini e Guidi per afforzare i varchi degli Appennini. La banda si difilò dunque per val di Lamone; ma giunta che fu al sentiero affatto scosceso della Scalella (24 luglio), i contadini cominciarono a rotolare dalla montagna sassi, munizione plebea, sicchè sgominarono quel corpo, trecento cavalieri uccisero, fecero moltissimi prigionieri e lauto bottino, e il Lando stesso ferirono. I Fiorentini non vollero mentire la fede impegnata di non molestarla, sicchè la Compagnia, dopo gravissime perdite, si raggomitolò, e Lando, troppo presto guarito, ebbe raunati cinquemila cavalieri, mille Ungheri, duemila uomini di masnada, oltre dodici migliaja di servi e bagaglioni, coi quali diede addosso ai Fiorentini (1379), disopportunamente umani. Risoluti di por termine a quel nuovo e schifoso genere di tirannide, essi fecero appello agli Italiani, che, come per imitazione aveano tremato, allora per imitazione ripigliarono coraggio. S’avvide del pericolo il Lando, ed esibì fin compensare a denaro se alcun guasto i suoi facessero nell’attraversare le terre de’ Fiorentini; ma essi ricusarono, e mandato a dare alle armi per tutto, gli uscirono incontro guidati da Pandolfo Malatesta di Rimini. Quando vennero trombetti da parte del Tedesco, recando un guanto sanguinoso su bronconi spinosi, e provocando levarlo chi si sentisse cuore di combattere col conte, Pandolfo lo prese, e schierò l’esercito in modo, che Lando diede addietro quanto il più tosto potè, bruciando il campo, e a forza di tattica riuscì a sfilare verso il Monferrato.

Da quel punto la Grande Compagnia andò sfrantumata; ma «pare che la penna non si possa passare senza far memoria delle compagnie; chè maravigliosa cosa è il vederne e udirne tante creare l’una appresso dell’altra in flagello de’ Cristiani, poco osservatori di loro legge e fede» (M. Villani). Perocchè allora salse in grido quella di Anichino Bongardo. Traditore di amici e di nemici secondo gli conveniva, primamente avea servito al marchese di Monferrato contro Galeazzo Visconti, poi gli ruppe amistà e fede; sicchè quello chiamò nuovi pedoni, e furono Inglesi, che la pace di Bretigny tra la Francia e l’Inghilterra avea lasciati senza condotta. Costoro ebbero nome di Compagnia Bianca, e per capitano Alberto Sterz. «Caldi e vogliosi, usi agli omicidj ed alle rapine, erano correnti al ferro, poco avendo loro persone in calere. Ma nell’ordine delle guerre erano presti ed obbedienti ai loro maestri, tuttochè nell’alloggiarsi a campo, per la disordinata baldanza e ardire poco cauti, si ponessero sparti e male ordinati, e in forma da lievemente ricevere da gente coraggiosa dannaggio e vergogna. Loro armadura quasi di tutti erano panzeroni, e davanti al petto un’anima d’acciajo, bracciali di ferro, cosciali e gamberuoli, daghe e spade sode, tutti con lancia da posta, le quali, scesi a piè, volentieri usavano, e ciascuno di loro aveva uno o due paggetti e tale più, secondo che era possente. Come s’avieno cavato l’arme di dosso, i detti paggetti di presente intendevano a tenerle pulite, sì che, quando comparivano a zuffa, loro arme pareano specchi, e per tanto erano più spaventevoli. Altri di loro erano arcieri, e i loro archi erano di nasso e lunghi, e con essi erano presti ed obbedienti, e facevano buona prova. Il modo del loro combattere in campo era quasi sempre a piede, assegnando i cavalli ai paggi loro, legandosi in schiera quasi tonda, e tra due prendieno una lancia, a quello modo che con gli spiedi s’aspetta il cinghiale; e così legati e stretti colle lancie basse a lenti passi si facieno contro i nemici con terribili strida, e duro era il poterli snodare. E per quello se ne vide per la sperienza, erano più atti a cavalcare di notte e furare terre, che a tenere campo; felici più per la codardia di nostra gente, che per loro virtù. Scale avieno artificiose, che il maggior pezzo era di tre scaglioni, e l’un pezzo prendeva l’altro a modo della tromba, e con essi sarebbero montati in su ogni alta torre»[395].

Questa banda, che trent’anni continuò a campeggiare per chi la pagasse, cominciò dal fare tal guasto nel Novarese, che Galeazzo II Visconti, non avendo potuto opporle altrettante masnade, stimò meglio ardere dodici castelli, incapaci a difendersi. Ben cinquantatre ne distrussero gl’implacabili Inglesi, e per due anni seguitarono le devastazioni, piacendosi di troncare i corpi, finchè gli abbandonavano ai cani o al fuoco. Nel combatterli a Briona periva il conte Lando (1363), e i suoi seguitarono Lucio Lando fratello di lui, il quale occupò Reggio, e invece di darlo agli Estensi, a cui soldo stava, lo vendette per venticinquemila fiorini a Bernabò.

La Compagnia Bianca passò poi a servire i Pisani, cioè a menare ad eguale sperpero la media Italia. A loro si congiunse il Bongardo, e una notte Firenze atterrita dall’alto delle mura li vide consumare un infernale bagordo al chiaror di fiaccole e degl’incendj, e quivi Bongardo farsi cingere gli sproni di cavaliero, poi egli stesso cingerli ai più prodi del campo.

Esso Bongardo e lo Sterz formarono la Compagnia della Stella, della Bianca restando a capo quel Giovanni Acuto di cui già parlammo (Cap. CVIII); e fu una gara di far peggio: Provenzali, Guaschi, Bretoni furono condotti giù da altri, e per lunghi anni la penisola restò in costoro balia, qualunque parte guerreggiante avendo al soldo truppe di diversissima nazione. Aggiungi di diversissima disciplina, conservando ognuna le native usanze. Ma per l’ordinario gli eserciti si componevano di militi e di barbute: queste, così dette dall’elmo che portavano senza cimiero, ma con ventaglia davanti e criniera in alto, si servivano d’armi semplici, piccoli cavalli e un solo sergente col palafreno; a differenza del milite, armato pesante e seguito da due o tre cavalli. Vi si unirono poi gli Ungheri, aventi ognuno due piccoli cavalli, lungo arco, lunga spada, pettiera di cuojo, agili al corso e trascuranti d’ogni agio. L’Acuto, superiore d’accorgimento e di militare maestria ai capi antecedenti, primo introdusse qui di contare i cavalieri per lancie, ognuna delle quali componevasi di tre uomini, con cotte di maglia, petti di acciajo, di ferro gli schinieri, l’elmo, i bracciali, grande spada e daga, e una lunga lancia che sostenevano tra due[396]. Le marcie facevano a cavallo per cagione delle gravi armature; ma sul campo per lo più combatteano pedestri, unendo così alla prontezza della cavalleria la solidità della fanteria.

Neppur la pace sospendeva i mali de’ popoli, anzi i disordini di quella erano meno sopportabili che non i sofferti nella guerra; e quel brutale valore, non accessibile a verun sentimento nobile di patria o di libertà, aveva indebolito la stima dovuta al vero coraggio, che nasce dalla coscienza di una causa giusta. Urbano V papa esortava i Fiorentini e gli altri a una lega contro le bande; e con ordini e brevi insistette, finchè fu conchiusa coll’accordo di formare una milizia nazionale (1366 — 7bre), e ridurre tutti i viveri in luoghi castellati[397]. Ma nè scomuniche nè indulgenze tolsero che presto la lega si scomponesse; e nerbo e obbrobrio delle guerre restarono ancora i mercenarj.

I costoro guasti non meno che i guadagni aveano presto eccitato i nostri a formare bande, e mettersi anch’essi a servizio di ventura, per utilizzare l’attività e il coraggio, cui erano mancate più nobili occasioni, e per acquistare preda o anche dominj. Abbiamo già veduto Lodrisio Visconti ergersi capo d’una compagnia di Tedeschi: Ambrogio, bastardo di Bernabò Visconti, rinnovò la compagnia di San Giorgio, ma ben presto fu vinto e carcerato a Napoli; e de’ suoi, seicento rimasero prigioni a Roma, ove il papa ne fece strozzare trecento, e poi anche gli altri perchè tentarono fuggire[398].