Più che non la discesa di Carlo giovò ai Fiorentini e ai Guelfi la morte dell’arcivescovo Visconti. I nipoti Bernabò e Galeazzo II succedutigli (1354) non cessarono d’ambire Firenze, ma ne furono impediti dalle guerre che ripullulavano coi signori di Monferrato, d’Este, della Scala, di Gonzaga, di Carrara. A Pavia tiranneggiavano i Beccaria, signori delle terre e dei tredici colli sulla destra del Ticino, ed ora si faceano vicarj de’ Visconti (1356), ora del marchese di Monferrato. Rottasi guerra fra questi, Pavia si chiarì pel marchese, onde fu dai Visconti assediata. E cadeva, se Jacopo Bussolari, frate eremitano che vi predicava quella quaresima, e d’uomini e donne erasi guadagnata la devozione, non avesse incorato a difendere l’indipendenza, accagionando di tutti i mali le disoneste portature femminili, la scostumatezza, l’egoismo de’ dominanti e dei dominati. Ne pianse il popolo e si emendò; i signori dapprima ne risero, poi s’ingrossirono, e dopo ch’egli ebbe guidato la gioventù a respingere gli assediatori, essi fecero opera di torgli la fama e la vita. Se ne rincalorì il valente frate, e persuadendo i Pavesi a qualunque sagrifizio per sostenere la libertà, fece cacciare i Beccaria, che allora unitisi ai Visconti, cavalcarono la città. A forze tanto superiori non potendo questa resistere, il Bussolari capitolò, stipulando il perdono ai cittadini e nulla per sè; onde, preso (1359 — 8bre), fu mandato a consumar nel vade in pace d’un monastero di Vercelli[392].

Ma altrove le fortune viscontee chinavano. Genova, che nelle traversie avea fatto getto di sua libertà, nelle vittorie ne ripigliò l’amore, e si sottrasse al Visconti, risarcendo il governo a comune e il doge Boccanegra, che continuando a sottigliare la nobiltà, stette in dominio fin agli ultimi suoi giorni (1356 — 15 9bre); e i Fieschi e loro amistà dovettero acconciarsi al nuovo ordine di cose.

Il cardinale Albornoz avea proseguito la guerra in Romagna, più agevolmente dopo ch’ebbe con lunga campagna sottomesso il prefetto Giovanni da Vico. Mal provveduto a denaro dalla Corte d’Avignone, vi suppliva coll’arte, coll’alternare rigore e clemenza, col guadagnarsi i signorotti per mezzo di concessioni che davano una specie di legittimità al loro dominio, e col sostenere i minori contro i grossi, e secondare le rivalità e le vendette. Eccellente cooperazione, massime contro i Malatesta, gli prestò Gentile da Mogliano signore di Fermo, che poi gli si rivoltò. Giovanni Manfredi signore di Faenza, Malatesta signore di Rimini, i Polenta di Ravenna, gli Ordelaffi di Forlì conobbero tardi il bisogno d’unirsi nel comune pericolo (1354), ma furono costretti a cedere un dopo l’uno, per lo più riservandosi di governare a vita i paesi che aveano tiranneggiati.

Solo resisteva Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Castrocaro, Bertinoro ed Imola; quando udì la campana che annunziava la sua scomunica, fece sonare tutte le altre, scomunicando egli a vicenda papa e cardinali; agli amici diceva: — Non per questo ci sa men buono il pane e il vino»; e martorò molti preti che vollero osservare l’interdetto. Insieme sollecitava tutti i Ghibellini d’Italia, assoldò le bande del conte Guarnieri, e dichiarossi disposto a difendere sin all’estremo una città dopo l’altra. Affidò Cesena a sua moglie madonna Cia (1356), degli Ubaldini signori di Susinana, «che si chiuse nella rôcca con Sinibaldo suo giovane figliuolo, e con due piccoli nipoti, e con una fanciulla grande da marito, e con due figliuole di Gentile da Mogliano, e cinque damigelle. Ed essendo stretta d’assedio, e combattuta da otto edificj che continovo gittavano dentro maravigliose pietre, non avendo sentimento d’alcun soccorso, e sapendo che le mura della rôcca e delle torri di quella per li nemici si cavavano, maravigliosamente si teneva, atando e confortando i suoi alla difesa. E stando in questa durezza, Vanni suo padre andò al legato, e impetrò grazia di andar a parlare colla figliuola, per farla arrendere con salvezza di lei e della sua gente. E venuto a lei, essendo padre e uomo di grande autorità e maestro di guerra, le disse: Cara figliuola, tu dèi credere ch’io non sono venuto qui per ingannarti, nè per tradirti del tuo onore. Io conosco e veggo che tu e la tua compagnia siete agli estremi d’irremediabile pericolo, e non ci conosco alcuno rimedio, altro che di trarre vantaggio di te e della tua compagnia, e di rendere la rôcca al legato. E sopra ciò le assegnò molte ragioni perchè ella il dovea fare, mostrando ch’al più valente capitano del mondo non sarebbe vergogna, trovandosi in così fatto caso. La donna rispose: Padre mio, quando voi mi deste al mio signore, mi comandaste che sopra tutte le cose io gli fossi ubbidiente: e così ho fatto in fino a qui, e intendo di fare fino alla morte. Egli m’accomandò questa terra, e disse che per niuna cagione io l’abbandonassi, o ne facessi alcuna cosa senza la sua presenza, o d’alcun secreto segno che m’ha dato. La morte e ogni altra cosa curo poco, ov’io obbedisca a’ suoi comandamenti. L’autorità del padre, le minaccie degli imminenti pericoli, nè altri manifesti esempj di cotanto uomo poterono smovere la fermezza della donna; e preso commiato dal padre, intese con sollecitudine a provvedere la difesa e la guardia di quella rôcca che rimasa l’era a guardare, non senza ammirazione del padre e di chi udì la fortezza virile dell’animo di quella donna»[393].

Alfine essa fu costretta a capitolare (21 giugno); l’Ordelaffi stesso, perduta ogni speranza nelle bande mercenarie, si rese a discrezione, e fu assolto; e la Romagna, ove l’Albornoz non avea trovati soggetti che Montefalco e Montefiascone, tutta rientrò nell’obbedienza del pontefice. A ragione dunque il cardinale era ricevuto con sommi onori dappertutto, massime ad Avignone, ove fu acclamato padre della Chiesa in senso così diverso dall’antico.

Restava ancora Bologna sotto la verga di ferro di Giovanni d’Oleggio, il quale, dopo che, a un suo ordine, vide affluire l’onda di cittadini a consegnare le armi, prese tanta baldanza che li menò in campo con soli bastoni, e colà distribuì loro le armi, che poi ritogliea dopo la battaglia. In tempo di tante ambizioni riuscite, perchè egli pure non avrebbe tentato sua ventura? Ribellatosi a’ Visconti, si fece gridare signore di Bologna; reprimeva con estremo rigore le trame interne, mentre guardavasi dagli stili e dalle lusinghe di Bernabò, cui nel tempo stesso mandava blandizie e soccorsi contro il marchese di Monferrato. Bernabò, che mai non conobbe gratitudine, non gli sapeva perdonare la rivolta; e sbarazzatosi del marchese di Monferrato col sottrargli a denaro i mercenarj del conte Lando e di Anichino, li lanciò addosso all’Oleggio (1360). Questi, assalito da tremila cavalieri, millecinquecento Ungari, quattromila fanti, mille alabardieri, non amato dai popoli, non soccorso da vicini, esibì vendere Bologna a chi la volesse; e l’Albornoz strinse il contratto, assegnando a vita all’Oleggio Fermo e il suo territorio.

In Bologna fra i soliti schiamazzi di Viva la Chiesa fu rimesso il governo municipale e richiamati gli esuli: ma Bernabò adontato proseguì guerra di devastazione; e l’Albornoz, non potendo trar soccorsi nè da Avignone nè dai vicini potentati, dopo consunti trentamila ducati e gli argenti suoi proprj, chiamò settemila Ungheri, feccia di gente, che sperando le indulgenze assassinarono il bel paese. Bernabò seppe comprarle per sè, e mentre ad Avignone movea lamenti che gli si negasse una città per dodici anni concessa a suo zio, si sfogava perseguitando gli ecclesiastici; nè quelle codarde guerre furono cessate tampoco dalla peste, che recata dalle bande inglesi, qui si rinnovò nel 1361, e vuolsi che nella sola Milano troncasse settantasettemila vite.

Bernabò, che se n’era schermito col sequestrarsi rigorosamente nel castello di Melegnano, appena essa cessò ricomparve, e gridò — Voglio Bologna», e cercò sorprenderla, comprando bande e rialzando i vinti signorotti: sicchè l’Albornoz (1362) rannodò i signori della Scala, d’Este, di Carrara a difendere la Chiesa, di cui non erano ombrosi, contro il Visconti temuto, e allora scomunicato da Urbano V: la lega contro di lui fu sostenuta da una bandiera imperiale, e prese a stipendio la Grande Compagnia; e la battaglia di San Rafaello (1363 — 16 aprile) tolse a Bernabò la speranza di sovrastare ai pontifizj.

Egli non cessava di negoziare ad Avignone, mentre combatteva con variati successi. Godeva allora gran reputazione di santità Pier Tommaso di Sarlat, dalla povertà salito colla virtù e colla predicazione al favore del papa, che lo deputò nunzio apostolico nel regno di Napoli, poi in Germania, in Bulgaria, e che infervoratosi a crociar l’Europa contro i Turchi allora minaccianti, riconciliò i Veneziani col re d’Ungheria, cercò riunire la Chiesa greca colla latina, guidò spedizioni contro que’ barbari, e trasse il re di Cipro in Europa per sollecitare la crociata. A questa recava impedimento la guerra contro Bernabò, logorando le entrate della Chiesa, onde si cercò pacificarlo inviando a Milano Pier Tommaso[394]; e fu segnato un accordo (1364 — 8 marzo) ove Bernabò rinunziava a Bologna, ma contro l’enorme prezzo di cinquecentomila fiorini, la restituzione dei prigionieri, e che l’Albornoz fosse rimosso da quella legazione.

Costui, destro anche nella politica, avea raccolto in Roma i deputati di tutte le città sottoposte, e pubblicate per loro le Costituzioni egidiane (1357), che rimasero il vero diritto pubblico della Romagna: accolte con applauso unanime, ebbero credito pari al gius canonico, e i papi ne raccomandarono poi sempre l’osservanza, come opportunissima agli Stati pontifizj. Non impiantava di nuovo, come si pretende oggi, ma riformava il vecchio col senso pratico e colla conoscenza degli uomini e delle cose.