Non meno che le repubbliche, i signori ingelosivano dell’incremento dei Visconti; e quei di Mantova, Ferrara, Verona, Padova, a sollecitazione della signoria di Venezia, fermarono alleanza per reprimerli, e chiesero appoggio all’imperatore Carlo IV. Fingendo prendere a cuore le sorti d’Italia, ma in fatto perchè ricordava che si potea smungerne danaro, diede egli ascolto ai nemici di casa Visconti e ai Fiorentini che lo invitavano; e col consenso di papa Innocenzo VI, al quale avea promesso cassare tutti gli atti di Lodovico il Bavaro, passò le Alpi con alquanti baroni (1354 — 8bre), de’ cui obblighi feudali il più ilare appunto era questa pomposa comparsa in Italia. Ma quali rimasero e amici speranti e nemici paurosi quando il videro giungere a Udine con nulla più che trecento cavalieri, e «traversar l’Italia sopra un ronzino fra gente disarmata, quasi un mercante cui preme d’arrivare alla fiera!» (M. Villani).

Strani imperatori codesti! venivano con forza? erano odiati; senza? disprezzati. Pure a questo porporato fantoccio i letterati prodigavano latine adulazioni, i giuristi rammemoravano i diritti imperatorj, Ghibellini e tiranni volontieri faceano capo a lui, invocandolo giudice ne’ litigi. Mentre ambasciadori di tutti i paesi sciorinavangli erudite dicerie, sua maestà baloccavasi a sbucciare col temperino virgulti di salice: mal dissimulò la paura quando i Visconti faceano due o tre volte il giorno sfilare seimila cavalli e diecimila pedoni in armi e ben in arnese davanti al palazzo ove l’aveano accolto ad onoranza. S’intromise di qualche pace: a Giovanni Paleologo marchese di Monferrato confermò la signoria di Torino, Susa, Alessandria, Ivrea, Trino, e d’oltre cento castelli, e il titolo di vicario imperiale: quanto ai diritti, egli non istava a guardare per minuto; chè questi, e il titolo regio e l’imperiale gli piacevano soltanto per avere alcuna cosa da poter farne denari onde abbellire la sua Praga.

A Lucca era stato governatore al tempo di suo padre, e v’avea fabbricato la bellissima fortezza di Monte Carlo, che chiude il territorio verso val di Nievole, fronteggiando i Fiorentini (1355). Ora i Lucchesi sperarono essere da lui rimessi in libertà; ma egli già s’era obbligato con Pisa, che gli avea esibito sessantamila fiorini per le spese di sua coronazione. Venuto a questa città, straziata fra Bergolini e Raspanti, e gridatone sovrano, per sospetto manda al supplizio la casa Gambacurti, che per lui s’era sagrificata: ma poco poi essendosene pentiti i Pisani, egli rinunzia alla sovranità. Altrettanto gli avviene di Siena, la cui oligarchia artigiana v’era stata indotta, come l’altra, dal timore di Firenze.

E Firenze, che dapprima l’avea chiamato, si sgomentò vedendolo farsi capo della nobiltà avversa alle istituzioni cittadine (1355), e lusingare il basso popolo col promettere giustizia. I partigiani dell’imperatore asserivano che i governi municipali s’intendessero costituiti soltanto in sua assenza, e al comparire di lui cessasse ogni autorità, ogni restrizione, come avveniva (diceano) degli antichi imperatori romani. I Guelfi di rimpatto frugavano nell’erudizione la libertà, mostrando che Augusto e Tiberio s’erano mantenuti subordinati al senato e al popolo; mentre tutte le genti erano ad essi tributarie, essi ai cittadini obbedivano, la cui autorità li creava. I Comuni toscani, ammessi fra i primi alla romana cittadinanza, traevano di là il diritto a godere della libertà del popolo romano, in nessun modo sottoposta alla libertà dell’impero; e questo popolo medesimo, non da sè, ma la Chiesa per lui, in sussidio de’ fedeli cristiani concedette l’elezione degl’imperatori a sette principi d’Alemagna[387]: e consideravano come peccato il sottomettersi agli imperatori. Pure Firenze credette che poco nocesse il riconoscere la supremazia d’un principe che presto se n’andrebbe, e col denaro risparmiarsi una guerra; laonde giurò vassallaggio a Carlo, purchè egli la assolvesse da tutte le condanne lanciatele da Enrico VII, confermasse le leggi e gli statuti fatti e da farsi; i membri della Signoria fossero vicarj dell’imperatore, e in nome di lui esercitassero la giurisdizione; egli non mettesse piede nè in Firenze nè in altra città murata, ma s’accontentasse di centomila fiorini per riscatto delle regalie, poi di quattromila annui, finchè vivesse. I Guelfi (Matteo Villani ce l’esprime) trovavano obbrobriosa questa soggezione, sebben nominale; il popolo la sentì fra gemiti e singhiozzi; non s’interveniva alle adunanze, non si sonavano campane, e ci volle tutta la erudizione de’ prudenti per mostrare che l’indipendenza della patria non era perduta.

Il Petrarca amava Carlo IV perchè in Avignone avea voluto vedere madonna Laura, e per ammirazione baciarla, mostrato molta riverenza al poeta stesso, e chiestogli la dedica del suo libro Degli uomini illustri; esso gli regalò alquante medaglie d’oro e d’argento d’imperatori, dicendogli: — Ecco a chi tu succedi; ecco i modelli che devi seguire. Io conosco i costumi, i titoli, le imprese di costoro; tu se’ obbligato non solo a conoscerle, ma a imitarle». Tutto classiche reminiscenze, il Petrarca desiderava restaurata la dignità d’Augusto e di Costantino, e avea scritto sollecitando Carlo: — Invano all’impazienza mia tu opponi il cangiamento de’ tempi, e lo esageri in lunghe frasi che mi fanno ammirare in te piuttosto l’ingegno di scrittore, che l’animo d’imperatore. Possono forse i mali nostri paragonarsi a quei degli antichi, quando Brenno e Pirro e Annibale sperperavano Italia? Le piaghe mortali che nel bel corpo io veggo dell’Italia, son colpa nostra e non natural cosa. Il mondo è ancora lo stesso, lo stesso il sole, gli stessi gli elementi; soltanto il coraggio diminuì. Ma tu sei eletto ad uffizio glorioso, a togliere le disformità della repubblica, e rendere al mondo l’antica sua forma: allora agli occhi miei sarai Cesare vero, vero imperatore».

Consigliandolo di porsi a capo degli uomini dabbene, gli dava per esempio Cola di Rienzo. — Egli non era re nè console nè patrizio, ma appena conosciuto per cittadino romano; e benchè non distinto da titoli di antenati nè da virtù proprie, osò chiarirsi risarcitore della pubblica libertà. Qual titolo più illustre? La Toscana subito a lui si sottomise; Italia tutta seguì l’esempio; l’Europa, il mondo intero si commosse: e già la giustizia, la buona fede, la sicurezza erano tornate, già ricompariva l’età dell’oro. Aveva egli assunto il titolo più infimo, quel di tribuno; col quale se tanto potè, che non potrebbe il nome di Cesare?» E quando l’udì arrivato, non capiva in sè dalla gioja, e — Che dirò? donde comincierò? Longanimità e pazienza io desiderava nell’aspettanza mia: or comincio a desiderare di ben comprendere tutta la mia felicità, di non essere inferiore a tanta gioja. Più non sei tu il re di Boemia; il re del mondo sei, l’imperator romano, il vero cesare. Tutto ritroverai disposto com’io t’assicurai, il diadema, l’impero, gloria immortale, e la strada del cielo aperta. Io mi glorifico, io trionfo d’averti colle parole mie animato. Noi ti reputiamo italiano; nè importa dove sii nato, ma a quali imprese. E non io solo verrò a riceverti nel calar dall’Alpi, ma meco infinita turba, tutta Italia madre nostra, e Roma capo dell’Italia, ti si fanno incontro cantando con Virgilio: Venisti tandem, tuaque expectata parenti Vicit iter durum pietas»[388].

Or bene, questo re glorioso avea dovuto lasciare in pegno a Firenze il proprio diadema, finchè i Senesi glielo riscattarono per mille secentoventi fiorini: avea promesso al papa di non badarsi in Roma più che una sola giornata; onde, essendovi giunto alquanto prima, entrò incognito da pellegrino, tanto per visitarne i monumenti. Splendidissima fu la solennità della coronazione, gareggiando di sfarzo l’arcivescovo di Salisburgo, i duchi di Sassonia, d’Austria, di Baviera, i marchesi di Moravia e Misnia, il conte di Gorizia ed altri, calati coll’imperatore. Il quale, per nulla geloso d’abbassare la dignità imperiale davanti alla pontifizia, addestrò il cavallo del papa insieme con Giovanni Paleologo imperatore d’Oriente, venuto ad abjurare lo scisma; servì da diacono alla messa, ebbe la corona, e il dì medesimo uscì per andarsene. — Fugge senza che alcuno l’insegua (esclamava il disingannato Petrarca); le delizie d’Italia gli fanno ribrezzo; per giustificarsi dice aver giurato di non rimanere che una giornata a Roma: oh giornata d’obbrobrio! oh giuramento deplorabile! il papa, che rinunziò a Roma, non vuole tampoco che altri vi s’indugi!»[389].

I signorotti e le truppe ch’erano venute con esso, si sbandarono da che lo spettacolo fu terminato. A Pisa, di cui nominò cavaliere e vicario Giovanni d’Agnello, volle fare una scelta, coronando il retore fiorentino Zanobio Strada coll’alloro, che non valse a mantenergli la gloria di poeta. Per via, a Siena, dove volea riformare il governo, è assediato in palazzo, poi datigli ventimila fiorini perchè se ne vada: dappertutto lo insultano, ed egli inghiotte; i Visconti gli chiudono le porte in faccia, ed egli inghiotte; a Cremona è tenuto due ore fuor delle mura mentre si esaminava la sua gente, di cui solo un terzo si lasciò entrare e senz’armi; a Soncino altrettanto, e a Bergamo[390]; ed egli inghiotte, consolandosi nel pensare ai tesori che riporta nella sua Boemia. Così giunse bramato dai deboli, temuto dai forti, e partì sprezzato da tutti, sempre più convincendo che queste calate imperiali riuscivano di reciproca ruina.

Allora dalla corona germanica si staccarono e il contado Venesino, venduto da Giovanna di Napoli ai papi, e il Delfinato, ceduto al re di Francia, e la Provenza, che pur essa divenne provincia francese; poi, per raccogliere i centomila fiorini che ciascun elettore pretendeva in pagamento del dare a suo figlio Venceslao il voto per l’impero, egli cedette dominj, città, diritti imperiali, sicchè ben si disse aver lui rovinato la sua casa per ottenere l’impero, poi per ringrandire sua casa rovinato l’impero, dove parve anche, colla sua predilezione per la Boemia, volere far prevalere la stirpe slava alla tedesca.

Eppure forse nessun imperatore potè vantarsi d’avere goduto estesa quanto lui la prerogativa imperiale. Condusse in Germania il celebre Bàrtolo da Sassoferrato, «stella della giurisprudenza, maestro della verità, lanterna del diritto, guida de’ ciechi», e gli conferì l’allora nuovo, poi prodigato titolo di conte palatino[391], e da lui fece compilare la Bolla d’oro (1356), costituzione dell’Impero, dove venivano determinati i diritti sempre perplessi degli elettori, rendendo stabili anche le grandi dignità secolari; e il modo d’eleggere i re e coronarli ad Aquisgrana; oltre molte norme per la pace pubblica e per le diete. Con ciò sodandosi le attribuzioni e il potere degli elettori, restavano impiccioliti gli altri principi di Germania, e stabilita la divisione di questo paese in varj Stati sovrani, nel tempo che gli altri regni d’Europa stringevansi all’unità e all’ereditaria successione; si escludevano i papi dal vicariato che negl’interregni pretendevano, destinandolo al palatino del Reno e all’elettore di Sassonia.