«Il dì di Natale (dice Matteo Villani, scrivendo quel che ne vide) cominciò la santa indulgenza a tutti coloro che andarono in pellegrinaggio a Roma, facendo le visitazioni ordinate per la santa Chiesa alla basilica di Santo Pietro, e di San Giovanni Laterano, e di Santo Paolo fuori di Roma; al quale perdono uomini e femmine d’ogni stato e dignità concorse di Cristiani, con maravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di poco tempo innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in diverse parti d’Europa tra’ fedeli Cristiani. Con tanta devozione e umiltà seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo, e ghiacci e nevi e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte; e i cammini pieni di dì e di notte; e gli alberghi e le case sopra i cammini non erano sufficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e gli Ungheri, in gregge e a turme grandissime stavano la notte a campo, stretti insieme per lo freddo, atandosi con grandi fuochi. E per gli ostellani non si potea rispondere, non che a dare il pane, il vino, la biada, ma a prendere i denari. E molte volte avvenne che i romei, volendo seguire il loro cammino, lasciavano i denari del loro scotto sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era de’ viandanti chi li togliesse, infino che dello ostelliere venia chi li togliesse. Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava e ajutava l’un all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni ladroni in terra di Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi erano morti e presi, ajutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani faceano guardare i cammini, e spaventavano i ladroni; sicchè secondo il fatto assai furono sicure le strade e cammini tutto quell’anno. La moltitudine de’ Cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a numerare: ma si stima da coloro che erano residenti nella città, che il dì di Natale e ne’ dì solenni appresso, e nella quaresima fino alla Pasqua della santa resurrezione, al continovo fossono in Roma romei dalle mille migliaja alle dodici centinaja di migliaja, e poi per l’Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaja. Ma venendo la state, cominciò a mancare la gente per l’occupazione delle ricolte, e per lo disordinato caldo; ma non sì che, da quanto v’ebbe meno romei, non vi fossono continovamente ogni dì più di dugento migliaja d’uomini forestieri. Alla visitazione delle tre chiese, le vie erano sì piene al continovo, che convenia a catuno seguitare la turba a piedi e a cavallo, che poco si potea avanzare; e per tanto era più malagevole. I romei ogni dì della visitazione offerivano a catuna chiesa, chi poco, chi assai, come gli parea. Il santo sudario di Cristo si mostrava nella chiesa di San Pietro, per consolazione de’ romei, ogni domenica e ogni dì di festa solenne; sicchè la maggior parte de’ romei il poterono vedere. La pressa v’era al continovo grande e indiscreta: perchè più volte avvenne che quando due, quando quattro, quando sei, e talora fu che dodici vi si trovarono morti dalla stretta e dallo scalpitamento delle genti. I Romani tutti erano fatti albergatori, dando le sue case a’ romei a cavallo; togliendo per cavallo il dì un tornese grosso, e quando uno e mezzo, e talvolta due, secondo il tempo; avendosi a comprare per la sua vita e del cavallo ogni cosa il romeo, fuori che il cattivo letto. Sul fine dell’anno vi concorsono più signori e grandi dame e orrevoli uomini, e femmine d’oltre ai monti e lontani paesi, ed eziandio d’Italia; e nell’ultimo, acciocchè niuno che fosse a Roma e non avesse tempo a potere fornire le visitazioni, rimanesse senza la indulgenza de’ meriti della passione di Cristo, fu dispensato infino all’ultimo dì, che catuno avesse pienamente la detta indulgenza».

Lo spossamento causato dalla peste, e la ricchezza prodotta dal giubileo davano animo a Clemente VI di umiliare la rimbaldanzita nobiltà. Bertoldo Orsini e Stefano Colonna, posti a reggere la città, erano stati l’uno lapidato, l’altro vôlto in fuga dalla plebaglia, che chiedeva pane: poi la guerra tra le parti erasi rinfocata; sorsero tiranni nobili e tiranni vulgari, finchè, valendosi de’ concetti non riusciti a Cola Rienzi, erasi messo secondo tribuno del popolo e console augusto Francesco Baroncelli già scrivano del senato, che molti sediziosi mandò al supplizio, e che ben tosto da un’altra sedizione fu trucidato. Allora comparve il cardinale Egidio Albornoz (1353) nobilissimo spagnuolo, che come arcivescovo di Toledo guerreggiando i Mori nella famosa battaglia del Rio Salado, avea guadagnato gli sproni d’oro, e adesso dal papa era mandato a sottomettere la Romagna, «spegner l’eresia, reprimere la licenza, restaurare l’onore del sacerdozio, rialzare la maestà del culto divino, chetare la discordia, porgere soccorso agl’infelici, procurare la salute delle anime, disfare le alleanze ordite contro la Chiesa romana, obbligare gli usurpatori a rendere il mal tolto, e rintegrarne l’autorità colla pace o colla guerra». Tanti erano i mali da riparare, tanta la confidenza del papa nel suo legato. Più che la scarsa masnada e il denaro, lo rendevano potente la dignità, il merito personale, lo scontento dei popoli, ai quali veniva a restituire il buono stato, abbattendo gli Ordelaffi, i Manfredi e gli altri tirannelli, contro cui Clemente VI prima di morire avea lanciato la scomunica. Egli costrinse il prefetto Giovanni di Vico a cedere le città di Viterbo, Orvieto, Trani, Amelia, Narni, Marta, Camino, che aveva occupate, e ne trasse in sè la signoria.

Il popolo allora (1354) lo pregò volesse dargli per rettore Cola Rienzi che seco era venuto, ed egli in fatto lo istituì senatore, perchè colla sua popolarità ravviasse qualche ordine; e Cola, trovato chi gli prestasse, comprò una banda di ducencinquanta cavalieri e ducento fanti Al solito, fu ricevuto con tanto entusiasmo, con quanto sprezzo era stato espulso; i nobili, che lo esecravano, si tennero chiotti, ed egli diede un terribile esempio col cogliere e processare il famoso capo di ventura (29 agosto) frà Moriale. Costui da molti anni desolava l’Italia colla sua banda; e temuto dai popoli, rispettato dai principi, non avrebbe mai creduto che un villano osasse cercare al castigo e all’infamia lui cavaliero, e che gli avea prestato grosse somme. Come conobbe apparecchiarsegli da senno il supplizio, pregò, minacciò, esibì; tutto invano; sicchè contrito, e con tutte le esteriorità di penitente andò alla morte, baciando il ceppo fatale, e dicendo: — Salve, o santa giustizia». Il papa fece sequestrare sessantamila fiorini che costui avea messi a frutto presso mercadanti veneziani, e invece di renderli ai popoli cui gli avea smunti, li versò nel tesoro pontifizio[385].

Cola fu da Innocenzo VI riconosciuto nobile cavaliero; e se avesse profittato della stanchezza de’ Romani, poteva ottenere la gloria ch’è la più bella dopo una rivoluzione, quella di restauratore. Ma egli erasi buttato al mangiare e bevere eccessivo; il terrore che ispirava, lo credette sommessione; dacchè poi esercitava la potenza a nome del papa, cessava di essere il balocco del popolo. Condusse le truppe ad assediare Palestrina, dov’erasi afforzato il giovane Colonna, ma fu costretto distogliersene per manco di denari. Per farne, mise imposte sul sale e sul vino, le quali colmarono lo scontento de’ Romani, che sollevatisi e gridando: — Mora il traditore che ha fatto la gabella», l’assalirono in palazzo. Non credendo gli minacciassero la vita, egli aspettò quella sfuriata in abito senatorio e col gonfalone del popolo in mano; e chiese di parlare: ma preso a sassi e fuoco, cercò trafugarsi, e scoperto (1354 8bre) fu trucidato e appeso alle forche. Così il popolo spezza i proprj idoli: eppure l’altezza del concetto e una certa generosità nell’attuarlo sceverano Cola dai sommovitori ordinarj, e lo lasciano anc’oggi tema di studj, di meditazioni, di simpatie.

Il cardinale Albornoz e Rodolfo di Varano signore di Camerino, comandante all’esercito pontifizio, rimisero il freno a Roma; indi colla dolcezza e colla forza continuarono a sottomettere il patrimonio di san Pietro, il ducato di Spoleto, la marca d’Ancona e l’altre piccole città, in ciascuna delle quali avea fatto nido un tiranno.

CAPITOLO CXI. Carlo IV. Il cardinale Albornoz. I condottieri italiani. Le arme da fuoco.

I reali di Napoli stavano occupati nella guerra intestina, della quale vedremo appresso la causa e le vicende; il papa trescava in Avignone; l’alito repubblicano s’andava spegnendo, sicchè i tirannelli prevalevano in ogni parte. Fra essi maggioreggiava Giovanni Visconti. Oltre Milano di cui era arcivescovo, quindici grosse città possedeva: Lodi, Piacenza, Borgo San Donnino, Parma, Crema, Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria, Tortona, Pontremoli, Asti; e lasciando alla cheta svampar l’amore della comunale indipendenza e l’ira delle fazioni, a cose maggiori aspirava.

Taddeo de’ Pepoli, bell’uomo, dottore e cavaliere aurato, umano di costumi, sereno d’aspetto, studioso e degli studiosi amico, liberale e caritatevole, sollecito per gli amici, erasi fatto gridare signor di Bologna (1337); le schede di tutte le corporazioni lo confermarono; il letterato Ferino Gallucci predicò sulla felicità di una repubblica governata da un capo. Colla libertà terminava la grandezza di Bologna, che languì sotto dominj l’uno più stupefacente dell’altro.

I figli di Taddeo secondavano Ettore Duraforte, il quale, col titolo di conte, era stato deputato dal papa a sottomettere i signorotti di Romagna, e v’adoprava le bande mercenarie e tradimenti. Ma avendo arrestato Giovanni Pepoli, Giacomo, costui fratello, prese le armi (1350), e vedendo non potere altrimenti salvar la città, la vendette a Giovanni Visconti. Il popolo gridava: — Noi non volemo esser venduti»; Clemente VI facea mostra di accingersi a ripigliarla: ma le sue bande passavano a servizio del Visconti, che le retribuiva più lautamente. Ricorso ad altre armi, Clemente processò d’eresia costui, intimando rilasciasse Bologna, e scegliesse fra il potere temporale e lo spirituale. Il Visconti fece assistere i legati alla messa, che celebrò colla magnificenza di quel capo di rito; e voltandosi a dare la finale benedizione col pastorale in una, la spada nell’altra mano, disse a quelli: — Riferite al papa che colla spada difenderò il pastorale». E poichè questo insisteva a citarlo in Avignone, vi mandò forieri che accaparrassero abitazioni, e magazzini di fieno e grano per dodicimila cavalieri e seimila fanti: di che sgomentato, il papa gli fece intendere bastargli la buona volontà mostrata; e per raccomandazione e denaro lo ricomunicò (1352 — 5 maggio), e lasciogli per dodici anni Bologna, purchè retribuisse dodicimila fiorini l’anno.

Vi fu posto governatore Giovan d’Oleggio, cherichetto del duomo di Milano, che i Visconti aveano allevato con tanta benevolenza da dargli il proprio nome; e accortissimo politico non men che provveduto capitano, di là menava guerra e intrighi. Lo sorreggevano i signorotti di Romagna, che avendo armi proprie e sapendo esercitarle, se ne valevano sì per proprio conto, sì per guadagnare al soldo altrui; e affine di sottrarsi all’autorità più vicina, attaccavansi al Visconti. Firenze perseverava a sostenere la libertà pericolante, sia prima coll’incorare Bologna, sia ora coll’opporsi al Biscione, che cercava avvolgerla nelle sue spire. Giovan d’Oleggio invase le valli dell’Ombrone e del Bisentino, e favorito dagli Ubaldini di Mugello, dai Pazzi del Valdarno, dagli Albertini di Valdambra, dai Tarlati d’Arezzo, rialzava dappertutto la bandiera ghibellina, tanto più da che i reali di Napoli avean altro a fare che contrastarlo. Però Siena, Perugia, Arezzo s’accomunarono con Firenze in una lega guelfa che resistette generosamente a Giovanni, finchè a Sarzana (1353) fu conchiusa pace[386].