In virtù di questo dominio che pretendeva sul mondo, citò Luigi d’Ungheria e Giovanna di Napoli, Lodovico imperatore e Carlo anticesare perchè producessero al suo tribunale i titoli di loro elezione, «la quale, come sta scritto, non appartiene che al popolo romano»; intimò al papa di tornare alla sua sede; elevandosi all’idea dell’unità nazionale, dichiarò libere tutte le città d’Italia, alle quali, «volendo imitare la benignità e libertà de’ Romani antichi», concesse la cittadinanza e il diritto di eleggere gl’imperatori; e insisteva perchè gli Stati Italiani, il papa, l’imperatore mandassero legati a Roma onde convenire della pace e del bene di tutta Europa[379]. Come avviene a cotesti rifatti, cui l’altezza dà le vertigini, cercò parentele illustri; e non che allearsi con qualche barone, non curò disonorare sua madre pretendendo essere bastardo di Enrico VII[380].
Clemente VI, che da principio l’avea intitolato rettore pontifizio, s’irritò del vederlo trasmodare in poteri e pretensioni; il vicario pontifizio, che sin allora lo aveva secondato, protestò contro quell’intimata al papa e ai principi; l’opinione, che non vuol durevoli i suoi idoli, toglieva a rinnegarlo; ed esagerando nella contraddizione come già nell’applauso, gli si rinfacciavano le disordinate spese, di cui dicevansi conseguenza le tasse che ogni governo nuovo è obbligato rincarire. Ad un banchetto ch’e’ diede alla primaria nobiltà, si pose in disputa se meglio valga ad un popolo il governo di un avaro o d’un prodigo; e Stefano Colonna, rialzando il lembo dorato e gioiellato della vesta del tribuno, — Ben a te starebbero meglio i modesti abiti de’ pari tuoi, che non coteste magnificenze». Cola irritato ordinò fossero presi tutti i nobili convitati, e dando voce d’una congiura, li condannò al taglio della testa. A ciascuno fu mandato il frate per disporlo; ma convocato il popolo, il tribuno cominciò una diceria sul Dimitte nobis debita nostra, e invocò che esso popolo gli assolvesse. I detenuti si presentarono un dietro l’altro a capo chino implorando grazia (1347), e Cola li pose in prefetture e in altre cariche nella Campania e in Toscana.
Irritare e non uccidere, mezza misura che perde i tiranni. I baroni, non anelando che vendetta, s’afforzano nelle rôcche, raggomitolano gli scontenti, e portano guerra ai contorni, e guasto alle raccolte vicine alla falce. Il buon letterato, il pacifico tribuno, indarno citatili a scagionarsi in giudizio, si vide costretto prendere le armi; accadde sanguinosa battaglia (20 9bre), ove il popolo prevalse ai guerrieri; combattendo perirono il vecchio Colonna col figlio Giovanni e alcuni nipoti ed altri signori; sul campo il tribuno armò cavaliere il proprio figlio, aspergendolo col sangue di que’ grandi; e invece di proseguire l’inaspettata vittoria, andò a trionfare in Campidoglio, e in Araceli asciugando la propria spada, le disse: — Hai mozzato orecchia di tal capo, che non la potè tagliare papa nè imperatore».
Ma al popolo che giovavano più questi trionfi? Il tribuno trovavasi assottigliato del denaro e della rendita; i mezzi di procurarsene inasprivano; onde il cardinale legato Berferudo di Deux, ripreso ardire, sentenziò Cola traditore ed eretico, e s’accordò coi baroni per affamare Roma. Coi discorsi e colla campana a stormo tentò Cola ravvivare l’entusiasmo popolesco; ma non gli bastò coraggio da sostenere la pena maggiore, quella dell’abbandono; pregò, pianse, tremò, infine abdicò il potere (16 xbre), e si chiuse in Castel Sant’Angelo coi parenti e coi pochi fedeli, sinchè trovò via a fuggire. Rimbalditi i suoi avversarj e quei che tremavano dell’esserglisi mostrati amici, lo appiccarono in effigie, e distrussero in un fiato quanto in sette mesi aveva faticosamente compiuto.
Il tribuno, errante ma non malvagio, vissuto alcuni anni fra gli eremiti francescani di Monte Majella negli Appennini, ove serpeggiavano gli errori dei Fraticelli, specie di Puritani che declamavano contro all’autorità e al fasto dei pontefici, nell’entusiasmo della solitudine si credette chiamato a cooperare ad una riforma universale del mondo, che Dio stava per compire: frà Angelo lo preconizzò come destinato a grandi cose, e ad effettuare quel regno dell’amore, di cui i Fraticelli aspettavano la venuta. Per avacciare l’opera si presentò all’imperatore Carlo IV, dicendo avergli a confidare gravi segreti, incoraggiarlo a liberare l’Italia, e fornirlo d’armi, senza cui la giustizia non vale; presto un papa povero fabbricherebbe a Roma il tempio dello Spirito Santo, fra quindici anni il mondo si troverebbe unito in uno stesso ovile sotto un sol pastore, e Carlo impererebbe sull’Occidente, Cola sull’Oriente. Carlo, che avea le pretensioni non la generosità di suo padre, vilmente il fece prendere, e tradurre ad Avignone (1352).
Sarebbe stato condannato se alcuno non avesse suggerito ch’egli era poeta, e il poeta è cosa sacra, a detta di Cicerone, e perciò non si deve mandare a morte. — Io esulto (scrive Petrarca) che uomini ignari delle muse concedano ad esse il privilegio di salvare di morte un uomo, odiato dai suoi giudici. Che cosa avrebbero elle potuto ottenere di più sotto Augusto nel tempo in cui ad esse si tributavano sommi onori, ed i poeti accorrevano da ogni banda per vedere quel principe unico, signore dei re ed amico dei vati? Io mi congratulo colle muse e col Renzi: ma se tu mi domandi quel che penso, ti dirò che Renzi è buon dicitore, dolce, insinuante, che si trovano pochi pensieri ne’ suoi componimenti, ma molta amenità ed un assai vago colore: credo abbia letto tutti i poeti, ma di poeta non merita il nome, più che non merita il nome di ricamatore chi porta abito ricamato. Pure tu, come me, ti gonfierai di bile al sapere che un uomo è in pericolo per aver voluto salvare la repubblica, e sorriderai udendo che il nome di poeta salvò lui, che non ha giammai composto un verso»[381].
È ancora la solita retorica; ma intanto voi intendete che il Petrarca, dopo udito che Cola «non amava il popolo, ma la feccia del popolo obbediva e secondava», dopo vistolo perseguitare i suoi Colonna, si dolse che cadesse il proprio idolo, ma non fece come coloro che più fieramente conculcano chi più ciecamente elevarono, nè si vergognò di mostrarsi amico allo sventurato. — Amavo (dic’egli) il suo valore, approvavo i disegni suoi, ammiravo il suo coraggio; mi congratulavo coll’Italia che Roma ripigliasse l’impero d’altre volte, e ne prevedevo la pace del mondo. Nè d’averlo lodato mi pento. Così avess’egli proseguito come cominciato!... Quest’uomo, che faceva tremare i ribaldi per tutto l’universo, che di bellissime speranze rallegrava i dabbene, entrò in questa Corte umiliato e vilipeso; egli una volta cinto dal popolo romano e da cospicui signori, procedea fra due satelliti; e il popolaccio accorreva per rimirare costui di cui tanto avea inteso. È il re dei Romani che lo manda al pontefice di Roma; qual dono! qual baratto! Il pontefice affidò la causa di lui a tre insigni prelati, per deliberare qual supplizio meriti colui che volle libera la repubblica. O tempi! o costumi! Non sarebbe mai punito soverchiamente del non aver proseguito con fermezza; non annichilato in un colpo solo, come poteva, tutti i nemici della libertà; non afferrato un’occasione che la pari a nessun imperatore si era presentata. Strano accecamento! si faceva appellare severo e clemente quando la repubblica avea bisogno di severità, non di clemenza. O se voleva essere clemente verso que’ pubblici parricidi, non dovea privarli dei mezzi di nuocere, e cacciarli dalle fortezze da cui traggono tanto orgoglio? Sperai ch’egli risarcirebbe la libertà dell’Italia; dacchè entrò in un sì bel disegno, lo riverii ed ammirai s’altro mai: quanto più mi arrise la speranza, tanto più m’affligge il vedermi deluso; pure non cesserò di ammirare il cominciamento. Ma che un cittadino romano si affligga nel vedere la sua patria, da regina del mondo, divenuta schiava degli uomini più vili, è titolo di accusa?»[382].
E ai Romani scriveva: — Se in luogo sicuro, davanti equo giudice, si dibattesse l’affare, io spererei chiarire che l’impero romano, benchè conculcato ed oppresso lungamente dalla fortuna, ed invaso da stranieri, esiste ancora in Roma e non altrove; e quivi starà, quand’anche di tanta metropoli non rimanesse che il nudo sasso del Campidoglio, se è una verità che il possessore di mala fede non può acquistare il diritto di prescrizione. Dunque, o cittadini, non abbandonate il vostro compatrioto in estremo pericolo, mostrate che egli è vostro, ridomandandolo con solenne ambasciata: che se in qualche cosa peccò, peccò in Roma; e a voi soli appartiene il giudizio delle colpe commesse in Roma, se a voi fondatori e cultori delle leggi, che le dettaste a tutte le genti, non si negano i comuni diritti. Che se il vostro tribuno, come i buoni son d’avviso, è degno non di supplizio ma di premio, ove più acconciamente lo riceverà che nel luogo in cui lo meritò?... Recate l’ajuto che potete e che dovete al tribuno, o (se svanì questo nome) al vostro cittadino, benemerito della repubblica per avere risuscitata quella quistione grande, utile all’universo, sepolta molti secoli, che è l’unica che conduca alla riforma dello Stato ed a cominciare un secolo d’oro. Accorrete a salvezza di chi per la vostra incontrò mille pericoli e si fe segno d’immensa invidia: pensate al suo coraggio ed al suo intento, a che ne fossero le cose vostre, e come all’improvviso, per consiglio ed opera di un solo, sia stata eretta a grandi speranze, non che Roma, l’Italia tutta; quanto grande sonasse in un subito il nome italiano; quanto diversa la faccia del mondo e l’inclinazione degli animi. Io credo che appena dall’origine del mondo in poi siasi tentata impresa più grande; e se essa fosse andata a prospero riuscimento, piuttosto divina che umana sembrerebbe»[383].
L’intercessione del Petrarca valse perchè il tribuno, assolto dalla scomunica, fosse lasciato vivere in pace.
Roma riprese freno di temperanza sotto al legato e a due senatori; e la peste sopravvenuta, buon ausiliario agli oppressori, depresse gli spiriti bollenti; vi attirò gente e denaro il giubileo (1350), che il papa avea voluto rinnovare dopo cinquant’anni, affinchè ciascuno nel corso d’una vita comune potesse goderne, promettendo indulgenze plenarie anche a quelli che fossero morti per via, e comandando agli angeli di portarli subito in paradiso[384]. Coloro che lo spettacolo di tanti morti della peste avea richiamati a coscienza, o che nel pericolo aveano fatto voti, accorreano alle soglie degli apostoli, nè il rigidissimo verno li trattenne.