Queste ultime finezze non le intendeva il popolo, bensì la sicurezza, il buon mercato, i sussidj, il ritorno del papa; sicchè in concordia esultante diede a Cola l’incarico (maggio) di attuare quella costituzione col titolo di tribuno, e gli offerse braccia per ridurre ad effetto i consigli. Ed esso s’impadronisce delle porte, intima agli armati d’uscire, e fa impiccare alcuni masnadieri côlti in città.

I Colonna ci si presentano con qualcosa della grandezza de’ patrizj di Roma antica. Vedemmo la persecuzione che contro di loro esercitò Bonifazio VIII, nella quale Stefano, côlto dai satelliti e sdegnando il simulare, rispose: — Sono cittadino romano»; della qual fermezza colpiti, essi il lasciarono libero. Perduta Palestrina e tutti gli altri castelli, a chi gli domandava qual fortezza ancor gli restasse, rispose — Questa» toccando il cuore. I papi succeduti restituirono possessi e dignità a quella casa, che parteggiò con Enrico VII, avversò Lodovico Bavaro, dopo la cui partenza Stefano prevalse agli emuli Orsini; la quale vittoria cantò il Petrarca, protetto da questa famiglia, che egli non rifiniva di lodare. Giovanni, cardinale munificentissimo, era l’anima della corte d’Avignone. Jacopo osò in Roma presentarsi con un pugno di risoluti, ed affiggere la scomunica contro il Bavaro mentre questo vi stava; poi rifuggito ad Avignone, fu fatto vescovo di Lombez. Agapito, e dopo lui Giordano, furono vescovi di Luni, Pietro canonico lateranense, Enrico famoso battagliero.

Contro di questi or sorgeva Cola di Rienzo; e il vecchio Stefano, il quale non sapeva indursi a temere del lepido ciucciaro, dell’imbelle erudito, alle prime stracciò l’intimazione mandatagli d’andarsene di città; ma poi che Cola a suon di martello raccoglieva le compagnie del popolo, n’ebbe assai a potere trafugarsi con un unico servo nella sua Palestrina. Il barone primario di Roma! pensate quanto ne rimasero sgomenti gli altri, che se n’andarono, abbandonando i loro bravacci alla giustizia pronta, inesorabile.

Gli Orsini, altra famiglia antichissima, che diede cinque papi, trenta cardinali, senza numero senatori e capitani, erano stati principalmente cresciuti da Nicola III, e si suddivisero in molti rami, illustri poi a Napoli, in Francia, in Germania. Giordano di Montegiordano e Nicola di Castel Sant’Angelo, per odio ai Colonna, fiancheggiavano il tribuno; lo avversavano Rinaldo e Giordano signori di Marino, Bertoldo signore di Vicovaro.

Ridotta a quiete la città, Cola mandò uscieri alle insolite rôcche dei Colonna, degli Orsini, dei Savelli, citandoli a comparire e giurar la pace; e molti sul Vangelo promisero non molestar le vie, non nuocere al popolo o al tribuno, non ricettare malfattori, e ad ogni richiesta presentarsi colle armi al Campidoglio. Altrettanto dovettero giurare i gentiluomini, i giudici, i notaj, gli artigiani. Giovanni da Vico, signore di Viterbo e prefetto di Roma, fu pur costretto venire ad invocar la grazia di Cola; al quale di voglia o per forza si sottomisero le altre fortezze ond’era seminato il Patrimonio.

Gongolava il buon popolo romano di vedere applicata a tutti la giustizia e il taglione, quantunque arbitrariamente; i corrieri che il tribuno spediva, riferivangli: — Abbiamo portato questa verga per città e foreste; migliaja d’uomini si posero a ginocchio e la baciarono con lacrime, riconoscenti della sicurezza restituita alle strade, e della dispersione degli assassini». I Cristiani, che d’ogni parte d’Europa accorrevano alle soglie degli Apostoli, meravigliavano dell’inusata sicurezza, e reduci in patria, magnificavano la robustezza del tribuno.

La Corte d’Avignone erasi impaurita al vedere estendersi quel moto; ma Cola, «severo e clemente, di libertà, di pace, di giustizia tribuno, della romana repubblica liberatore illustre», le spacciò lettere dove prometteva fedeltà alla santa Sede. Altre ne spedì ai potentati di Francia, di Germania e per tutta Italia; e ai Fiorentini diceva: — Fu dono dello Spirito Santo l’avere avuto misericordia di questa città, sovvertita da malvagi e crudeli reggitori, anzi distruttori, sicchè ne era compressa la giustizia, espulsa la pace, prostrata la libertà, tolta la sicurezza, condannata la carità, oppressa la verità, profanate la misericordia e la devozione; onde non solo gli estranei, ma nè tampoco i cittadini e i provinciali poteano venirvi e starvi in sicurezza, ma dentro e fuori nimicizie, sedizioni, guerre, micidj, rube, incendj. Voi dunque rendete grazie al Salvatore e ai santi Apostoli, e unitevi con noi per esterminare la tirannia de’ ribelli e la peste dei tiranni, e riformare la libertà, la pace, la giustizia in tutta la sacra Italia. Vi preghiamo pure a mandare due sindaci e ambasciadori al parlamento che intendiamo celebrare per salute e pace di tutta Italia; e un giurisperito, che terremo con stipendio nel nostro concistoro».

Del tentativo parve bene a quei molti che pasceansi di rimembranze più che d’opportunità: il Petrarca prese entusiasmo per Cola; ma mentre nella canzone direttagli è tanto sublime quanto sobrio[377], nella lettera al tribuno tesse una prolissa filatera, tutta fiori retorici (come quegli la lodava) e luoghi comuni ed esempj di antichi: — La magnifica tua soscrizione annunzia il ristabilimento della libertà; il che mi consola, mi ricrea, m’incanta..... Le tue lettere corrono per le mani di tutti i prelati, voglionsi leggere, copiare; par che discendano dal cielo o vengano dagli antipodi; appena arriva il corriere, il popolo fa ressa per leggerle, nè mai gli oracoli d’Apollo delfico ebbero tanto diverse interpretazioni. Quel tuo tentativo è sì mirabile, da porti in salvo da ogni rimprovero, e mostrare la grandezza del tuo coraggio e la maestà del popolo romano, senza offendere il rispetto debito al sommo pontefice. E da uomo savio ed eloquente come tu sei il conciliar cose in apparenza cozzanti..... Nulla che indichi basso timore o folle presunzione..... Non si sa se più ammirare le azioni tue o il tuo stile; e dicono che operi come Bruto, parli come Cicerone... Non lasciare la magnanima tua impresa..... Fondamenta eccellenti ponesti, la verità, la pace, la giustizia, la libertà... Com’io mi verso contro chiunque osa mettere dubbj sulla giustizia del tribunato e la sincerità delle tue intenzioni!... A te, unico vindice della libertà, penso la notte, a te il giorno, vegliando e dormendo». Ma fra tante parole non sa dargli altri consigli se non questi: «di ricevere l’eucaristia ogni mattina, prima di mettersi agli affari, lo che sa che egli pratica di già, e l’avrebbero certamente praticato Camillo e Bruto se ai loro tempi ne fosse stato l’uso; e di leggere tutte le volte che può, o farsi leggere, come praticava anche Augusto».

Questa lettera e i versi fecero, sulla parola del Petrarca, ammirare Cola dal mondo letterato; molte città gli si sottoposero, altre il sostennero; Firenze, Siena, Perugia mandarongli forze, le città dell’Umbria deputati, Gaeta diecimila fiorini d’oro; Venezia e Luchino Visconti se gli chiarirono alleati, Giovanna di Napoli onorò i suoi messi, l’imperatore Lodovico non meno: pur non mancavano città che il trattassero da mentecatto, e i Pepoli, gli Estensi, gli Scaligeri, i Gonzaga, i Carrara, gli Ordelaffi, i Malatesta ne faceano canzoni; tanto più il re di Francia.

Parve egli giustificare questi ultimi mostrando più vanità nella testa che vigore nel carattere, col fare seguire ambiziose scede a que’ cominciamenti così leali. Volle circondarsi di fasto, forse per abbagliare il popolo; vivea di costosissime splendidezze; «faceva stare dinanti a sè, mentre sedeva, li baroni tutti in piedi, ritti, colle braccia piegate, e colli cappucci tratti. Deh come stavano paurosi! Aveva moglie molto giovane e bella, la quale quando iva a San Pietro, iva accompagnata da giovani armati; delle patrizie la seguitavano; le fantesche colli soliti pannicelli nanti al viso le facevano vento, e industriosamente rostavano, chè sua faccia non fosse offesa da mosche. Aveva un suo zio, Janni avea nome, barbiere fu, e fatto fu grande signore, e iva a cavallo, forte accompagnato da cittadini romani. Tutti li suoi parenti ivano a paro». Pensò anche farsi ornare cavaliere con una solennità che mai la maggiore[378]; assunse la dalmatica, usata dagli antichi imperatori alla loro coronazione; e col bastone del comando e con sette corone in capo, simbolo delle sette virtù, brandendo la spada verso le quattro plaghe del cielo, intonava: — Io giudicherò la terra secondo la giustizia, e i popoli secondo l’equità».